roberto-rampi-lombardia“La Regione Lombardia piuttosto che chiedere la gestione delle risorse del FUS, dovrebbe dire: ‘per ogni euro che mette il governo io lo raddoppio’”. Roberto Rampi, parlamentare lombardo del Partito democratico e relatore alla Camera del Codice dello spettacolo dal vivo approvato in via definitiva l’8 novembre scorso, è “saltato sulla sedia” quando ha letto le dichiarazioni rilasciate ad AgCult dall’assessore lombardo alle Culture, Cristina Cappellini. Nell’intervista, Cappellini ha reso noto che a margine del Tavolo di confronto Regioni-Governo che si è tenuto ieri a Milano, la Regione Lombardia e l’Emilia Romagna hanno chiesto al governo una “regionalizzazione del Fondo Unico per lo spettacolo”. Per Rampi, che si definisce “culturalmente uno che ha una storia federalista”, esiste “una funzione dell’autonomia che va di pari passo con la responsabilità. L’autonomia non è dateci di più, ma faccio di più”, spiega ad AgCult.

LA LOMBARDIA

Per il relatore del codice dello spettacolo dal vivo, che ha aumentato la dotazione complessiva del FUS, il grande buco in termini di programmazione e di risorse è “di Regione Lombardia, le cui politiche culturali non sono assolutamente chiare nonostante una struttura storica amministrativa molto forte e competente”. Nonostante nel contesto lombardo ci siano “una città come Milano che è completamente rinata con un’amministrazione che ha investito tanto in cultura, tanti comuni capoluogo che hanno investito in cultura e tanti comuni piccoli che hanno fatto lo stesso”. Secondo Rampi, quindi, Regione Lombardia “piuttosto che chiedere la gestione delle risorse del FUS, dovrebbe dire: ‘per ogni euro che mette il governo io lo raddoppio’. Dovrebbe essere la regione che investe più di tutti non solo in termini assoluti (facile, essendo una regione popolosa) ma anche in termini relativi”.

LO SFORZO DEL GOVERNO

Rampi difende anche lo sforzo del governo nel creare le condizioni per alimentare gli investimenti. “Nella nuova legge sullo spettacolo – spiega -, tra i criteri di revisioni del Fondo Unico dello spettacolo, abbiamo messo un punto che prevede un meccanismo premiale per cui gli accordi con le realtà locali producono un incremento delle risorse nazionali stanziate. Questa è una misura federalista. Non ti porti via i soldi dello Stato. Lo Stato mette, se poi sei capace di creare le condizioni per mettere di più anche lo Stato aumenta la sua dotazione premiando questa capacità di investire”. Cosa che, secondo il deputato dem, la Lombardia non sta facendo. Oltre tutto, “in una regione in cui va fortissimo il mecenatismo”. Nel 2017 sono stati investiti nella regione attraverso il meccanismo dell’Art Bonus 72 milioni di euro. “Questo però vuole anche dire che lo Stato ha ‘messo’ il 65 per cento di quella cifra attraverso lo sgravio fiscale applicato ai mecenati”.

L’EMILIA ROMAGNA

Al contrario di quanto notato per la Lombardia, oggi le politiche culturali “in Emilia Romagna sono assolutamente evidenti, ad esempio sulla rete dei teatri e sulle biblioteche, in particolare su alcune realtà che sono un modello a livello nazionale”. Ci sono “differenze culturali enormi tra le due amministrazioni nella percezione di cosa sia il federalismo e cosa l’autonomia. Da un lato si declina con responsabilità e dall’altro lato sembra che sia più ‘ci teniamo il nostro, ci prendiamo il resto e non rispondiamo a nessuno’”. A questo si aggiunge, secondo Rampi, una “grande differenza sul valore che viene dato alle politiche culturali. Da lombardo dico che se fossimo messi come l’Emilia Romagna, non dico che saremmo autorizzati a chiedere quello che chiede la Lombardia, però…”.

IL REFERENDUM E IL FUS

Quanto al referendum “che ci sia una trattativa è giusto ed è anche interessante, sempre però nell’ottica della responsabilità”. La richiesta formulata dalla Regione è tuttavia “assolutamente forzata. Le strutture lombarde che accedono al Fus sono tante, con realtà teatrali e non solo importanti, ma non sono soldi che spettano alla Lombardia in quanto tale ma a quelle singole realtà”.

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