“La dichiarazione fatta da Vincent Cassel durante la puntata di Che tempo che fa di domenica scorsa non può lasciare indifferente. Affermare che ‘il doppiaggio non è un’abitudine, è un problema’, con l’approvazione del conduttore Fabio Fazio, testimonia una scarsa conoscenza della relativa questione italiana, poiché non tiene conto di una serie di infinite questioni di cui soffre questo settore nel nostro Paese, a partire dalle inesistenti certificazioni delle figure professionali fino ad arrivare alla mancanza di una corretta regolamentazione”. Commenta Mario Perchiazzi, Presidente di Cna Cinema e Audiovisivo in un una nota.

Sul tema si pronuncia anche Cristina Fenuccio, membro della Presidenza di Cna Cinema e Audiovisivo, con delega al doppiaggio: “Il proliferare delle piattaforme di streaming di contenuti audiovisivi ha fatto sì che il doppiaggio sia oggi più che mai in auge, vista la grande richiesta di fruire di prodotti provenienti da qualsiasi paese e in qualsiasi lingua. E noi Italiani, che di fatto siamo gli antesignani di questa “preziosa” operazione, nonché coloro che potrebbero fare scuola a tutto il mondo, di fatto siamo gli ultimi in termini di identità e formazione professionale. Rispetto al timore del Signor Cassel che con il doppiaggio si possa perdere qualcosa in termini di performance artistica, vorrei far notare che probabilmente i film da lui interpretati non avrebbero lo stesso successo, anche in termini economici, se fossero proiettati soltanto in lingua originale”.

La questione è annosa, secondo Cna “soprattutto in Italia visto che da sempre il doppiaggio subisce attacchi e critiche per la ‘violazione’ dell’originale, anche se nel tempo è emersa la possibilità di scegliere se vedere un prodotto in originale oppure sottotitolato o magari doppiato. Inoltre, non bisogna dimenticare che grazie al doppiaggio bambini, moltissimi anziani o chi soffre di qualsiasi deficit linguistico, riesce a godere dei contenuti audiovisivi, anche in lingue che non sarebbero facilmente accessibili”.

Chiamato a dire la sua, come voce autorevole del doppiaggio italiano, Andrea Ward, commenta così: “Non nascondiamoci dietro a un dito e piuttosto di polemizzare “gratuitamente” sull’operazione doppiaggio, si dovrebbe puntare alla valorizzazione di questa nostra eccellenza. Ad esempio, iniziando con la certificazione della qualifica professionale e fornendo le giuste regole contrattuali Difendiamo la nostra arte e i nostri artisti, che spesso sono squalificati da operazioni anomale, quali l’uso di testimonial “inappropriati”. Citando un caso di questi giorni, in Coco della Disney in uscita nelle sale, sono presenti nella locandina soltanto i nomi dei testimonial ‘famosi’ che doppiano il lungometraggio, ma non quello della voce protagonista del film, perché appunto, appartiene solo ad ‘doppiatore professionista’. Insomma, risponderei a Cassel che forse in Italia il doppiaggio ha diversi problemi, ma non sono sicuramente di natura artistica”.

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