Non tutto ciò che è culturale è creativo, non tutto ciò che è creativo è culturale. Claudio Bocci, direttore di Federculture, trae questo assioma da un intervento di Marco Cammelli, esperto di legislazione dei beni culturali, per spiegare come sia “necessario fare una differenza tra impresa culturale e impresa creativa all’interno del più ampio settore dell’industria culturale e creativa. Se è vero – dice ad AgCult a margine del Forum europeo della Cultura a Milano – che l’industria culturale e creativa è un ampio settore importante, ricco e promettente sul piano economico e sociale, occorre a nostro parere, sottolineare che c’è una differenza tra il concetto di impresa culturale e quindi il concetto di fare impresa in una logica di pubblica fruizione rispetto all’impresa creativa è anche complementare all’impresa culturale”.

Il concetto di fare impresa con pubblica utilità, aggiunge Bocci, deve essere “frutto di un processo di governance multilivello, multistituzionale: Stato, regioni, Comuni e soggetti privati che in una logica di ambito territoriale siano considerati come sistema e posti sotto la regia di una vera e propria impresa culturale con la finalità di interesse pubblico generale”. In questo senso questo concetto “introduce anche il tema dell’accountability di questo tipo di impresa che non può essere valutata soltanto sul profitto economico ma che deve essere efficientata per raggiungere obiettivi di carattere sociale tipici del territorio in cui insiste”. E’ un tema “importante, emergente” su cui c’è la necessità di “ragionare e che si collega anche all’esito della conferenza nazionale dell’impresa culturale dell’Aquila da cui è emersa l’indicazione, accolta dal Mibact, di un tavolo interistituzionale sul tema della gestione”.

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