“Bookcity è un modello assolutamente originale. È un’esperienza unica e innovativa spesso difficile da raccontare e capire”. Lo ha detto Luisa Finocchi, della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori in commissione Cultura alla Camera durante le audizioni sulle Buone pratiche di diffusione culturale. Per comprendere il fenomeno occorre partire “da un po’ di storia – ha ammesso Finocchi -: nel 2011, con il cambio di clima dell’area milanese e il fermento culturale, quattro fondazioni di origine editoriale, come la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, la Fondazione Corriere della Sera, la Fondazione Feltrinelli e la Fondazione Mauri hanno deciso di proporre al comune di Milano un progetto per promuovere la lettura ma soprattutto per valorizzare l’identità editoriale della città che per tanti anni era stata messa in secondo piano rispetto ad altre realtà come la moda e il design. Non volevamo fare un festival, un salone o una fiera – ha sottolineato Finocchi -. Ma eravamo consapevoli che Milano fosse un vero e proprio distretto editoriale perché oltre ai grandi gruppi ci sono 600 case editrici, 200 biblioteche e circa 400 librerie. Quello che è emerso da un’indagine dell’Università Bocconi è che il 40% dei grafici, illustratori e redattori italiani abita a Milano insieme al 30% degli autori e dei traduttori. Milano ha dunque un’anima editoriale”.

Bookcity pur ricalcando il nome di Piano city “è tutt’altra cosa – ha ricordato Finocchi – perché mentre lì c’è una regia che invita i pianisti e li fa suonare nei posti più belli, Bookcity è una formula che dà voce alla città e a tutti i soggetti che vogliono portare il dibattito al centro della vita cittadina a partire dai libri. Le parole d’ordine sono alleanza, collaborazione, condivisione e coopetizione. Ha una assetto istituzionale particolare da Comitato promotore è diventata associazione da poco riconosciuta formata dalle quattro fondazioni”.

Come funziona? “In primavera si fa una chiamata e chiunque ha qualcosa da proporre può farlo – ha spiegato Finocchi -. Poi una regia assegna queste proposte a dei luoghi messi a disposizione del comune, si creano poli tematici ed un enorme fuori-salone. Cioè i cosiddetti auto-prodotti”. In tre giorni, ha aggiunto Finocchi “abbiamo 1.110 eventi con 430 soggetti, più di 2000 ospiti, 200 sedi, 1.200 classi, circa 90 incontri con le università, 450 volontari. Tutti questi numeri ci danno degli aggettivi per descrivere Bookcity: virtuoso per la collaborazione pubblico-privata, per il budget sotto i 300 mila euro; poi diffuso ma soprattutto partecipato per l’alto numero degli eventi, per l’ampio spettro dei promotori e perché si va nelle periferie, apre le librerie, le biblioteche, le carceri e gli ospedali. Infine crea delle buone pratiche per esempio nelle scuole, con la partecipazione attiva dei ragazzi”. Ma soprattutto, ha proseguito, “Bookcity è un incubatore di buone esperienze che ci auguriamo possano crescere. Lo è stato con Milano città del libro nel 2015, con l’avvio del patto della lettura, con la creazione di 400 lettori ad alta voce per le strade di Milano. In ultimo da Bookcity è nata la candidatura di Milano a città letteraria Unesco che ci auguriamo sia un motore per i progetti dei prossimi anni destinato a promuovere lo scambio tra città creativa, saperi creativi a livello internazionale e partire nuovi meticciati  professionali. Se questo può essere un risultato finale credo che Bookcity ne possa andare fiera anche se c’è qualcosa da mettere a posto”, ha concluso Finocchi.

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