mibact collegio romano culturaÈ “doveroso e urgente” che il ministro dei Beni culturali e del turismo Dario Franceschini si adoperi per modificare “il codice di comportamento dei dipendenti del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, ancorando saldamente il tessuto normativo del codice ai precetti e alle libertà costituzionali, onde evitare di produrre un diffuso e, rassegnato silenzio del personale dipendente, anzitutto con qualifica dirigenziale, e quindi un’obliqua violazione della libertà di manifestazione del pensiero”. Lo chiede Walter Tocci in un’interrogazione a risposta scritta presentata al Senato prima di Natale. L’esponente Pd segnala come “il decreto ministeriale n. 597 del 2015, ha regolamentato il ‘Codice di comportamento dei dipendenti del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo’, riproducendo in larga parte i contenuti del regolamento generale di cui al decreto del Presidente della Repubblica 16 aprile 2013, n. 62, salvo integrarne alcuni criteri, i quali tuttavia appaiono in contraddizione con valori fondamentali presidiati dalla Costituzione e con una concezione democratica dell’amministrazione”. Secondo l’interrogante, le previsione contenute nel regolamento “sembrano non trovare giustificazione alcuna nel quadro delle libertà democratiche”.

“La prima parte dell’art. 3, comma 8, vieta dichiarazioni ‘lesive dell’immagine e del prestigio dell’Amministrazione’ e al contempo impone al dipendente di rendere noto qualunque tipo di relazione intrattenuta con un organo di stampa. Eppure tra le due previsioni non si intravedono rapporti. Delle due l’una: o il dipendente è responsabile di dichiarazioni lesive ed allora il suo rapporto con la stampa è superato dall’illecito in sé o il dipendente è estraneo al fatto e, in questo caso, l’obbligo imposto si risolve in un’indebita e grave intromissione nella sfera della sua vita privata”. La seconda parte del comma 8 “dispone che l’informazione è prerogativa esclusiva del portavoce del Ministro o dell’ufficio stampa, mentre gli uffici deputati alle relazioni con il pubblico sono qualificati come semplici comunicatori di notizie prescelte e consentite da parte dell’ufficio politico del Ministero”.

Per Walter Tocci “non è ammissibile nel nostro ordinamento il pensiero unico del vertice politico dell’amministrazione: deve essere garantito anche il compito di piena informazione da parte della sfera tecnica del Ministero”. Tuttavia, “le citate misure tenderebbero a realizzare un controllo totale dell’informazione, negando in radice la nozione stessa di amministrazione pubblica ex art. 97 della Costituzione. Una pubblica amministrazione che impone tali filtri comunicativi revoca in dubbio il principio di imparzialità e un suo importante corollario, vale a dire la trasparenza dell’azione amministrativa”.

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