colosseo musei visitatoriI dati record sui visitatori di musei, parchi archeologici e luoghi della cultura nel 2017, diffusi a fine anno dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, hanno rispolverato il dibattito – peraltro mai sopito – sulla necessità di indagare maggiormente quei numeri per ricavarne informazioni qualitative sui pubblici dei musei italiani. Ultimo, in ordine di tempo, è stato Ludovico Solima, professore ordinario alla seconda università di Napoli (di cui è anche membro del Cda) dove insegna Management delle imprese culturali e componente della commissione di studio del Mibact sul Sistema museale nazionale, che lamenta la mancata nascita di un Osservatorio nazionale sul pubblico dei musei nonostante da anni se ne parli. Alessandro Bollo, attuale direttore del Polo del ‘900 di Torino, nel 2016 ha pubblicato come curatore per la collana Quaderni della valorizzazione il report “Il monitoraggio e la valutazione dei pubblici dei musei. Gli osservatori dei musei nell’esperienza internazionale”. Bollo richiama oggi insieme ad AgCult il progetto del Mibact, fermo al Collegio romano in attesa di qualcuno che lo risvegli. Quel qualcuno, per Bollo, può essere sicuramente l’attuale Direttore della Dg Musei del Ministero Antonio Lampis.

Il dibattito, come sempre più spesso accade, si è sviluppato soprattutto sui social complice un post di Erminia Sciacchitano (autorevolissimo esperto italiano di policy culturali prestato all’Unione Europea) che, nel ringraziare Solima per aver riaperto la questione scrive: “L’Osservatorio Nazionale sul pubblico dei musei, che abbiamo progettato da anni, ma che stenta a decollare, è uno strumento fondamentale per affrancarsi dalla tirannia dei numeri. E impegnarsi per la qualità della partecipazione culturale”. Pronta la replica di Lampis: “Risolte alcune urgenze è certamente da fare, con attenzione agli stili di vita di chi viene e alle informazioni su chi non viene”.

LA “TIRANNIA DEI NUMERI”

Solima, parlando di “tirannia dei numeri” ha scritto nei giorni scorsi sul suo blog che “non sappiamo un bel niente dei visitatori dei musei, neanche di quelli statali, nel cui aggregato ricadono gli istituti maggiormente visitati del nostro Paese”. Il solo dato numerico, aggiunge Solima, “è insufficiente per la comprensione” del fenomeno dei visitatori dei luoghi della cultura. E non bisogna dimenticare, poi, “l’esistenza di un universo ancora più numeroso, quello dei non visitatori, che rimane ancora troppo spesso ai margini della riflessione politica, scientifica e accademica”. Sotto questo profilo, spiega, “va peraltro osservato che la ‘tirannia dei numeri’ si esprime anche nel sottovalutare l’importanza dell’obiettivo di sviluppo del pubblico (il c.d. ‘audience development’), che sempre più spesso viene richiamato come elemento qualificante dell’approccio manageriale dei musei. Ho infatti la sensazione che anche in questo caso ci sia una sorta di fraintendimento: sviluppare il pubblico di un museo non vuol dire incrementare il numero dei visitatori ma anche e soprattutto ampliare la loro tipologia, raggiungendo quindi una pluralità di pubblici e, tra questi, anche coloro (tanti e sicuramente ancora troppi) che i musei non li visitano affatto e che non esprimono alcun interesse a farlo”.

IL PROGETTO DEL MIBACT SUI MUSEI

Nel 2012 Alessandro Bollo ha curato per il Ministero il progetto di ricerca (cominciato nel 2012) e il volume che ne è scaturito (nel 2016) sul sistema di monitoraggio dei pubblici. “Il Mibact – spiega ad AgCult il direttore del Polo del ‘900 di Torino – in quel periodo aveva ravvisato la necessità di strutturare un sistema di monitoraggio del pubblico dei musei che non si limitasse solo alla parte di rilevazione quantitativa degli ingressi, ma che consentisse di fare un minimo di profilatura: perché anche oggi abbiamo il dato numerico ma non sappiamo niente dei nostri visitatori”. Il tema che ci si poneva allora era quello di capire come “alcune informazioni di base si potessero recuperare già al momento di fare il biglietto, mentre altre potessero essere rilevate attraverso un sistema di ricerche qualitative che dicessero di più rispetto alla provenienza dei visitatori, alle motivazioni della visita, alle modalità di uso e al gradimento. Cose che in altri Paesi sono già avanzate e che da noi ancora mancano totalmente”. Il Mibact all’epoca quindi “aveva già standardizzato una serie di questionari da compilare a cura dei musei con l’intento poi di centralizzarli al fine di ottenere una profilazione qualitativa del pubblico”.

PROSPETTIVE

Tuttavia, al momento, si tratta ancora di un progetto che il Ministero ha in pancia ma che deve essere implementato. “Da questo punto di vista – aggiunge Bollo – Antonio Lampis rappresenta la persona che può realizzare questo progetto, grazie anche alla sua sensibilità e al suo percorso professionale. Visto poi che la parte tecnologica e il sistema informativo sono già stati oggetto di progettazione preliminare”. Si tratterebbe di attivare un sistema informativo che centralizzi le informazioni che arrivano dai vari musei: “Alcune che possono arrivare direttamente dalle operazioni di biglietteria e altre che vanno a pescare le informazioni dalle ricerche che in periodi campione o in momenti campione i musei possono realizzare usando tracciati di indagine standardizzati che consentano quindi anche una confrontabilità. Il tutto, è evidente, “aiuterebbe a definire le policy, gli interventi, le strategie di marketing, di comunicazione e di progettazione. Come fa la Francia per certi versi, come fa l’Inghilterra o la Danimarca”.

I CASI DI TOSCANA E PIEMONTE

In Italia ad oggi la situazione è molto diversificata e frammentaria. “Ci sono alcuni musei che si fanno le rilevazioni per conto loro e quindi misurano il loro pubblico”, racconto Bollo. Il che però apre dei problemi: “Innanzitutto, è una ricostruzione molto puntuale, dipende dalla volontà dei singoli musei e non produce una visione di insieme”. Anche perché questi dati molto raramente vengono resi pubblicabili. “Esiste poi un problema di confrontabilità di questi dati anche se con qualche eccezione: ci sono alcune regioni che hanno lavorato per strutturare sistemi di indagine conoscitiva”. In particolare la Toscana e il Piemonte si sono mosse in questa direzione. “La Toscana chiede ai musei di compilare una scheda fornita dalla Regione e produce un report annuale con la presentazione di ricerche campione. In Piemonte esiste l’Osservatorio culturale che realizza periodicamente indagini sul pubblico dei musei del territorio regionale”.

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