Viscri Romania FaroLa ratifica italiana alla Convenzione di Faro tarda ad arrivare, ma questo non ferma chi ogni giorno lavora per metterne in pratica i principi. L’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa insieme al Centro studi sui diritti umani Ca’ Foscari e all’Associazione Faro Venezia hanno organizzato una conferenza di promozione della Convenzione sul valore del patrimonio culturale per la società. Obiettivo dell’iniziativa era fare il punto sullo stato di attuazione della Convenzione in Italia con particolare riguardo alle strategie condivise delle comunità patrimoniali, ponte tra amministrazioni e cittadini. Una conferenza che, organizzata mesi fa (quando si dava ormai per certa la ratifica del Parlamento), avrebbe dovuto festeggiare l’adozione ufficiale del nostro Paese e che invece, a causa del mancato via libera di Camera e Senato al ddl governativo, ha dovuto cambiare programma in corsa.

EDUCAZIONE AL PATRIMONIO

Non è stato tempo perso comunque. Anzi. E’ stata l’occasione per presentare tanti casi studio dell’applicazione della Convenzione. A raccontare ad AgCult gli esiti della giornata del 9 aprile è una relatrice d’eccezione, l’ex deputata del Pd Giulia Narduolo, prima firmataria alla Camera nella passata legislatura proprio della proposta di legge di ratifica della Convenzione. Tra i casi esposti (tra cui alcuni italiani e quello di Marsiglia) ha attratto l’attenzione della parlamentare uscente quello di Viscri, un piccolo villaggio di 400 abitanti della Romania. Un caso presentato alla conferenza da una studiosa di lunga data di Faro, originaria tra l’altro proprio di questo paese della Transilvania. “Si trattava – racconta Narduolo – di un’enclave di Sassoni che arrivarono lì centinaia di anni fa dall’Europa occidentale e in quel luogo edificarono costruzioni molto tipiche e assolutamente uniche per quel territorio”.

IL SENSO GENERATIVO DEL PATRIMONIO

Negli anni successivi il villaggio, che nel frattempo aveva sviluppato riti e tradizioni proprie, venne abbandonato e la popolazione iniziale sostituita con una di origine rom che non era a conoscenza delle tradizioni precedenti. Le autorità locali “hanno messo in atto un’intensa opera di educazione al patrimonio nei confronti dei nuovi arrivati. Adesso questo villaggio è un esempio di gestione comunitaria ed è stato possibile rilanciarlo anche sul piano turistico: in un anno riesce a ospitare 40mila turisti, a fronte di 400 residenti”. Questo approccio e questi risultati, sottolinea l’esponente Pd, sono sostenibili “solamente condividendo ogni decisione. Tutte con il focus sul patrimonio e sul luogo che circonda gli abitanti. Che è poi il senso stesso della Convenzione: essa stimola, infatti, proprio la presa in carico del patrimonio, il senso di responsabilità nei confronti di ciò che ci circonda. Con l’obiettivo di conservarlo in un senso generativo per la società”. Tanto che, nota Narduolo, “prima dell’inizio di questo lavoro, la stragrande maggioranza di quei 400 abitanti viveva di sussidi dello Stato. Adesso ne rimangono 5 o 6, una o due famiglie a vivere con l’aiuto pubblico. Il senso di generatività portato dal patrimonio è quindi riconoscibilissimo”.

LE COMUNITA’ PATRIMONIALI

Un’altra caratteristica della Convenzione è far crescere le comunità patrimoniali. A tal proposito, tra gli esempi riportati, Giulia Narduolo sceglie quello di Chioggia e il Forte San Felice. Di proprietà del Demanio, in uso alla Marina Militare, il nucleo originale del Forte San Felice risale al 1385, quando venne costruita la prima fortificazione in posizione strategica sull’isolotto naturale all’ingresso della laguna. Grazie a successive riedificazioni si giunse all’attuale struttura. Fino al 1979 è stato sede di un contingente della Marina Militare con circa 350 uomini; poi, rimasto sede della sola reggenza Fari, ha visto un progressivo degrado delle sue strutture storiche.

“Al convegno – racconta Narduolo – ha partecipato il portavoce del Comitato del Forte. Un gruppo di cittadini si è impegnato per farlo riaprire al pubblico e renderlo visitabile. Per più anni hanno convogliato l’attenzione della cittadinanza locale e alla fine, attraverso l’iniziativa ‘I luoghi del cuore’ del Fai, sono riusciti ad aggiudicarsi il finanziamento. Questo comitato spontaneo di cittadini è riuscito in una piccola impresa”.

A Gennaio 2018 infatti a Chioggia nella Sala del Consiglio Comunale gremita di pubblico, Ministero della Difesa, Ministero infrastrutture e trasporti, Ministero dei Beni culturali e del Turismo, Agenzia del Demanio e Comune di Chioggia hanno firmato il protocollo d’intesa per il recupero del Forte San Felice. Il Provveditorato interregionale alle opere pubbliche ex-Magistrato alle Acque ha messo a disposizione per il suo recupero complessivo 7 milioni di euro, di cui 2 utilizzabili subito e 5 il prossimo anno, derivati dalle misure compensative del Mose. Un motivo di grande soddisfazione per il Comitato: pur con alcuni limiti e problemi aperti, la firma del protocollo rappresenta una svolta per il futuro di questo bene. Viene infatti avviata la smilitarizzazione con la consegna del bene al Ministero delle Infrastrutture per garantirne l’uso pubblico nell’impegno ad utilizzare i fondi per iniziare il recupero della parte monumentale.

IL CASO DI VENEZIA

Più volte nel corso del convegno è stato evocato poi il tema di Venezia città turistica con tutte le dinamiche che sta vivendo negli ultimi anni. “Una città che rischia di diventare un parco divertimenti. Una città dove i turisti vengono e vanno senza che ci sia più un residente. Occorre quindi interrogarsi su quale concezione di patrimonio abbiamo se non lo riconosciamo come parte del nostro vissuto ma solo come strumento di fruizione turistica pura e semplice”.

Nella città della laguna c’è l’associazione Faro Venezia che è tra i soggetti più attivi in Italia sul tema di Faro. In giro per l’Italia hanno costituito un piccolo network per far crescere la consapevolezza della potenzialità dell’applicazione dei prinicipi di Faro oltre i confini delle loro comunità. Una rete che potrebbe svolgere un ruolo nel sensibilizzare le amministrazioni con un lavoro bottom-up spingendo per la ratifica da parte del Parlamento. “La ratifica dell’Italia nell’Anno europeo del patrimonio culturale – conclude Giulia Narduolo – sarebbe oltre che altamente simbolica anche importante per aprire la strada alla firma di altri paesi. In Europa (geografica), su 47 paesi, hanno sottoscritto la convenzione in 23 e solo 17 l’hanno ratificata”.

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