Colosseo di roma

Chi ha ragione tra Dario Franceschini e Virginia Raggi nello scontro sull’istituzione del Parco archeologico del Colosseo? La sindaca di Roma annuncia il ricorso al Tar perché non può “accettare l’idea che ci siano aree di serie A e di serie B. È sbagliata la creazione di periferie e centro. Secondo il disegno del ministero, infatti, gli oltre 40 milioni annui di ricavi che frutta la gestione di Colosseo e Fori entreranno nelle casse del nuovo ente ministeriale, il Parco Archeologico. Mentre prima erano affidati per l’80% alla gestione della Soprintendenza speciale che in futuro dovrebbe ricevere solo il 30%”.

Franceschini replica: “Troppo astuta e gustosa la mossa di dire: tolti i soldi a Roma. Suona bene per scatenare un altro po’ di rabbia contro il Governo e gli avversari politici. Prima delle riforma l’80% degli incassi restava su Roma per il Colosseo, i Fori e il resto del patrimonio statale, mentre il 20% andava al fondo di solidarietà nazionale, come fanno tutti i musei statali italiani a favore dei musei più piccoli; dopo la riforma l’80% degli incassi resta su Roma per il Colosseo, i Fori e il resto del patrimonio statale, mentre il 20% va al fondo di solidarietà nazionale a favore dei musei più piccoli. Notate qualche differenza?”. A questa replica si aggiunge un’altra nota del ministro che precisa che “nulla cambierà nel rapporto tra area archeologica centrale e comune di Roma”.

Come stanno veramente le cose?

Come spesso accade, la verità non è sempre così evidente. Ha certamente ragione il ministro Franceschini quando dice che per il territorio di Roma in termini di disponibilità economica non cambia nulla: l’80 per cento degli incassi del Colosseo restava al territorio di Roma e lo stesso accadrà con l’istituzione del Parco archeologico. Ma forse non ha nemmeno del tutto torto la sindaca Raggi nel far capire che la ripartizione degli incassi non sarà la stessa pre-riforma (pur utilizzando una certa furbizia politica nell’esporre le proprie tesi). Ma allora chi ha ragione?

Cosa dice il Decreto

Come ha suggerito lo stesso ministro dei Beni culturali, la soluzione è leggere cosa c’è scritto nel decreto del Mibact del 12 gennaio 2017 che istituisce il Parco archeologico del Colosseo (e conseguentemente la “Soprintendenza speciale Archeologia, belle arti e paesaggio di Roma”). All’articolo 1 si legge: “È istituito il Parco archeologico del Colosseo (…); conseguentemente, la Soprintendenza per il Colosseo e l’area archeologica centrale, ufficio dirigenziale di livello generale periferico del Ministero, assume la denominazione di Soprintendenza speciale Archeologia, belle arti e paesaggio di Roma”.

Le questioni aperte

Le questioni che si aprono a questo punto sono due: i confini territoriali dei due enti nati dallo scorporo della “Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’Area archeologica centrale di Roma” e la ripartizione delle entrate tra le due realtà.

L’estensione del Parco del Colosseo

L’articolo 3 del decreto ministeriale definisce i monumenti che afferiscono al Parco archeologico del Colosseo: Anfiteatro Flavio (Colosseo), Arco di Costantino, Domus Aurea, Foro romano e Palatino, Meta Sudans. E precisa che al Parco archeologico del Colosseo sono assegnati “i luoghi della cultura, immobili e/o complessi, situati nel Comune di Roma, indicati nell’allegato 2 del decreto 23 dicembre 2014, e successive modificazioni, nonché ogni altro monumento o immobile (ricompreso nell’area dei monumenti appena indicati, ndr), già di competenza della Soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale”.

Il direttore del Parco, poi, esercita “le funzioni spettanti ai soprintendenti archeologia, belle arti e paesaggio sull’area archeologica di cui all’accordo tra il Ministero e Roma Capitale per la valorizzazione dell’area archeologica centrale sottoscritto in data 21 aprile 2015” (quando era sindaco Ignazio Marino). L’area è quella ricompresa tra le seguenti vie: “Via del Circo Massimo; Via dell’Ara Massima di Ercole; Via di S. Teodoro; Via del Foro Romano; (adiacente a) Piazza Venezia; (adiacente a) Piazza Madonna di Loreto; Via Magnanapoli; Largo Magnanapoli; Salita del Grillo; Piazza del Grillo; Via Tor dei Conti; Largo Corrado Ricci; Fori Imperiali; Terme di Tito; Via delle Sette Sale; Terme di Traiano; Viale Fortunato Mizzi; Via della Domus Aurea; Via di S. Giovanni; (adiacente a) Piazza del Colosseo; Via Celio Vibenna; Via di S. Gregorio; Piazza di Porta Capena”.

La ripartizione degli incassi del Colosseo

Quest’area da sola – come si legge nell’accordo del 2015 tra Mibact e Roma Capitale – ha “numeri straordinari e senza paragoni considerandone la collocazione al centro del tessuto urbano: 45 ettari di estensione, circa 6,5 milioni di visitatori all’anno, oltre 42 milioni di introiti da biglietteria”. E qui nasce la seconda questione: che fine fanno a questo punto quei 42 milioni di euro e come vengono ripartiti tra i due enti?

Il decreto del Mibact del 19 ottobre 2015, recante ‘Sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura statale’ stabilisce che il 20 per cento degli introiti annui complessivi prodotti dagli istituti e dai luoghi della cultura di appartenenza statale è destinato al riequilibrio e al potenziamento del sistema museale statale. È quel 20 per cento di cui ha parlato il ministro Franceschini (e anche la sindaca Raggi). E che rimane immutato prima e dopo l’istituzione del Parco del Colosseo.

Ma il decreto, oggi al centro della discussione tra ministero e Giunta capitolina, stabilisce anche un’altra cosa. Alla ‘Soprintendenza speciale Archeologia, belle arti e paesaggio di Roma’ (quella nata dallo scorporo del Colosseo e dei Fori) è trasferita, si legge all’articolo 2, “una quota pari al trenta per cento degli introiti complessivi annui del Parco archeologico del Colosseo prodotti da biglietti di ingresso” da girare “in tre versamenti da effettuare, rispettivamente, entro il 30 aprile, il 31 agosto e il 31 dicembre di ciascun anno”. E questo è il 30 per cento di cui ha parlato la sindaca Virginia Raggi.

Dove è quindi la ragione?

Se è vero, come dice la Raggi, che c’è una diversa ripartizione delle entrate (prima l’80 per cento degli incassi andava interamente alla Soprintendenza comprendente Fori e Colosseo, ora va al nuovo Parco archeologico che ne gira il 30 per cento alla neonata Soprintendenza senza Fori e Colosseo), non si può certo affermare che questi soldi siano tolti a Roma o che vengano sottratti ai cittadini della Capitale. L’80 per cento degli incassi era destinato al territorio di Roma e continuerà ad esserlo.

Insomma, ha ragione il ministro Franceschini? La diversa ripartizione delle entrate genererà evidentemente una diversa disponibilità economica per la nuova ‘Soprintendenza speciale Archeologia, belle arti e paesaggio di Roma’ e per quei monumenti che non ricadono nel Parco archeologico del Colosseo rispetto al passato. Il dato però che nessuno dei due “contendenti” ha messo a disposizione è quello che potrebbe dirimere la questione. Come venivano utilizzati gli incassi dalla Soprintendenza comprensiva di Fori e Colosseo? Quel 30 per cento di cui godrà la nuova soprintendenza speciale è in linea con la cifra che veniva investita per quei monumenti che oggi ricadono sotto la sua competenza? Potrebbe essere questa la differenza. Da approfondire.

 

Il Decreto ministeriale del 12 gennaio 2017

Il Decreto ministeriale del 19 ottobre 2015

Decreto del 29 maggio 2003

L’Accordo tra Mibact e Roma Capitale del 21 aprile 2015

Area di competenza del Parco archeologico del Colosseo

Area di competenza della Soprintendenza speciale Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Roma

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