Tra il 2008 e il 2016 è andato restringendosi il pubblico della radio e della televisione. Il primo ha perso 6,8 punti e si è attestato al 53,0 per cento, mentre il secondo, sebbene ancora superiore al 92,2 per cento, si è ridotto di 2,1 punti. In generale, aumenta la quota di persone di 6 anni e più che non partecipa in nessun modo alla vita culturale (nel 2016 raggiunge il 37,4 per cento, rispetto al 34,0 per cento del 2008), erodendo soprattutto l’insieme di coloro che partecipano a una sola o a due attività culturali, che passano dal 34,7 per cento del 2008 al 32,7 del 2016. Lo rileva l’Istat nel Rapporto Annuale 2017. La tenuta o l’intensificazione dell’attività si rilevano puntualmente presso coloro che avevano già una pratica intensa di lettura o frequentazione di spettacoli e luoghi storici o artistici.

Se in generale, prosegue l’Istituto di statistica, la partecipazione alle attività culturali è fortemente connessa con il livello di benessere delle famiglie, con il titolo di studio posseduto dalle persone e con le caratteristiche anagrafiche, emergono però caratterizzazioni interessanti per tipologia dei consumi. Infatti, oltre che dall’accessibilità, fisica ed economica, di beni e di servizi, la pratica culturale è largamente condizionata dall’educazione e dalla consuetudine, che formano il gusto. Il consumo culturale passato influenza il consumo presente, soprattutto per quelle forme di pratica e di partecipazione nelle quali la soddisfazione per chi le esercita dipende dal possesso di conoscenze e di abilità, come avviene per la lettura di libri, per la frequentazione di concerti di musica ‘colta’ e di spettacoli teatrali classici o sperimentali, di collezioni di oggetti storici o artistici, di siti archeologici, ecc. Le scelte degli individui nel campo della cultura – conclude l’Istat – possono collocarsi in un continuum ideale fra un livello massimo e un livello minimo di competenze e conoscenze necessarie al loro apprezzamento e al loro godimento, dalla musica classica alla televisione.

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