Luca Bergamo vicesindaco ColosseoParleremo di nuovo col ministro Franceschini e gli proporremo che siano lo Stato e il Comune ad amministrare insieme il patrimonio dell’intera città e non solo della zona Unesco. Il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, annuncia la volontà di trovare una soluzione allo stallo che da mesi blocca i rapporti tra governo dello Stato e amministrazione capitolina nella gestione dei beni culturali presenti sul territorio della Capitale. Una situazione precipitata con il ricorso presentato al Tar del Lazio da Roma Capitale contro la decisione del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, di istituire il Parco archeologico del Colosseo, scorporando da quella che era la Soprintendenza dell’area archeologica centrale di Roma appunto il Colosseo con il Foro romano, il Palatino e la Domus Aurea. I giudici amministrativi in prima battuta avevano dato ragione, con la sentenza del 7 giugno scorso, alle motivazioni capitoline, ribaltate poi dal Consiglio di Stato pochi giorni fa. In un’intervista ad AgCult il vicesindaco rivendica la scelta del ricorso anche se dettata dall’indisponibilità al confronto del Collegio romano: “La scelta di ricorrere alla magistratura nel nostro caso è dovuta al fatto che il ministero non era disponibile al confronto sul Colosseo”.

La Central Park capitolina

Luca Bergamo parla a margine della cerimonia di riapertura al pubblico del Basamento Aventino, quell’area alle pendici del colle esattamente sotto il Giardino degli Aranci, a metà strada tra il Tevere e la sommità dell’Aventino. Una zona per anni abbandonata e ora restituita alla città con un’opera di riqualificazione indubbiamente riuscita. Nel suo discorso il vicesindaco aveva riservato non poche critiche alla decisione del Consiglio di Stato sul Parco del Colosseo: “Nonostante le opinioni del Consiglio di Stato, io sono convinto che noi abbiamo pienamente ragione” aveva detto senza girarci troppo intorno. “A Roma non serve dare un parco per turisti, ma serve dare una lettura del suo centro storico che sia al servizio della vita civile, in cvui ci sono anche i turisti ovviamente”. E rivolgendosi “a chi ascolta, e anche a chi non vuole ascoltare”, invita a “immaginare quanto varrebbe per questa città e per il Paese che l’area che va da qui (l’Aventino, ndr) a Monti, da Caracalla fino al Campidoglio fosse come Central Park. Quanto varrebbe economicamente, quanto varrebbe dal punto di vista del posizionamento dell’immagine, quanto vale uno spazio con queste caratteristiche all’interno di cui si svolge anche la vita normale. Quanto varrebbe di più di un luogo stretto vissuto solo da montagne di turisti che vengono a camparci per 45 minuti o il tempo di una visita”.

L’incontro del 2 agosto tra Comune e Ministero su Colosseo

DI tutto questo ne parlerà al ministro Franceschini nell’incontro previsto per il 2 agosto a cui dovrebbe partecipare anche il sindaco Virginia Raggi. Al centro del confronto il futuro del Colosseo e del patrimonio culturale dell’intera Capitale (e non solo del centro storico). Partendo però dalla sentenza del Consiglio di Stato (“sorprendentemente veloce a scrivere una sentenza di un numero cospicuo di pagine”) che sposta l’ago della bilancia verso il piatto di Franceschini. La sentenza dice che la costituzione del Parco archeologico del Colosseo è un atto di organizzazione interna del Ministero. “Si dimentica però – dice Bergamo ad AgCult – che questo atto definisce un perimetro all’interno del centro della città su cui di fatto si applicano delle condizioni (da parte dello Stato, ndr). Il Consiglio di Stato stesso dice poi che il principio di leale collaborazione a cui noi ci siamo appellati nel nostro ricorso deve ispirare la gestione delle strutture una volta che esse sono fatte”.

Perché, chiarisce Bergamo, stiamo parlando “del centro della città e non degli Uffizi o di Pompei e c’è quindi un diritto fondamentale dell’amministrazione civica e dei suoi organismi di decidere insieme allo Stato in che modo mettere a disposizione dello sviluppo il suo patrimonio. Noi parlereme nuovamente con il ministro richiamando questo principio, con l’intento di raggiungere un punto di accordo che non è mai stato raggiunto a Roma per cui lo Stato e la città amministrano con un unico organismo tutto il patrimonio culturale. Affinché anche l’offerta turistica possa essere sviluppata”.

E come ‘offerta di pace’ al ministro, il vicesindaco assicura che “saranno mandati i rappresentanti di Roma Capitale nei musei autonomi di Roma”. Nella conferenza stampa all’indomani della sentenza del consiglio di Stato, tra le altre cose, Franceschini aveva lamentato che il Comune di Roma non aveva designato i propri membri nei musei e parchi autonomi previsti dalla riforma del sistema museale, la stessa in base alla quale si era proceduti all’istituzione del parco del Colosseo. In base a quanto stabilito dal ministero, infatti, nei comitati scientifici di questi nuovi soggetti è prevista la partecipazione di un rappresentante del comune e uno della Regione dove il museo è situato. Bergamo auspica che in vista dell’incontro del 2 agosto le parole di apertura, seppur marginali, pronunciate dal ministro che facevano riferimento al confronto con la città sul governo del patrimonio culturale “siano l’inizio di qualcosa”.

Oltre l’accordo tra Franceschini e Marino

L’idea del vicesindaco Bergamo è quella di immaginare una gestione condivisa tra Comune e Stato del patrimonio culturale della Città Eterna. “Quello che noi proponiamo allo Stato è un’innovazione enorme nella storia di questa città. Un’innovazione che permetta di superare sulla base di una leale collaborazione tra uno Stato e la sua capitale, le frammentazioni che sono diventate di volta in volta piccoli poteri, ostilità, conflitti, impedimenti allo sviluppo. Dovrebbe essere una cosa normale. Partendo dall’accordo sottoscritto dall’allora sindaco Marino ma immaginando, con forme diverse, che sia qualcosa da applicare a tutto il territorio della città e non solo alla zona Unesco”. Quello che vuole sottolineare il vicesindaco è anche che “la nozione di valorizzazione” cui si riferisce anche la sentenza del Consiglio di Stato, “esiste solo in Italia, un concetto tutto italiano su cui si è prodotta una diversificazione di competenze e di funzioni. Tutela e valorizzazione non sono separabili e non certamente quando si parla di un’area che investe il corpo della città e non di un bene singolo. Ho fiducia che il buon senso alla fine sia capace di prevalere”.

Possibile che solo a Roma non si riesca a trovare un’intesa? “Nelle altre città – spiega Bergamo – non c’è un patrimonio così consistente che rientra nella cura diretta della città”. La vicenda romana “nasce di fatto dalla volontà della città come autorità civile di proteggere un patrimonio nei confronti di uno Stato che era uno Stato religioso. C’è una tradizione in un tempo lungo. Stiamo cercando di superare questa situazione, nel vero spirito della Repubblica italiana”.

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