Camera Aula parlamento imprese culturaliL’Aula della Camera è chiamata a discutere, alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva, il progetto di legge “Disciplina e promozione delle imprese culturali e creative”. Un testo che prende le mosse da una proposta di legge presentata nel 2015 dall’attuale responsabile Cultura del Pd Anna Ascani, ma che ha subito una quantità infinita di mutilazioni (soprattutto da parte della Commissione Bilancio) durante l’iter a Montecitorio perdendo soprattutto la parte degli incentivi economici e delle agevolazioni. L’intento della commissione è stato quello di portare avanti comunque il provvedimento, mantenendo una legge di principio che inquadra e riconosce una tipologia di impresa che finora nell’ordinamento italiano non era prevista. L’ultimo stallo in commissione era stato rappresentato dalle problematiche relative alla concessione di immobili pubblici alle imprese culturali e creative. Nel suo parere, la commissione Bilancio d’accordo col governo, aveva chiesto, infatti, di “sopprimere il riferimento all’acquisizione della sede da parte delle imprese culturali e creative”; inoltre di “prevedere che non solo gli oneri di manutenzione ordinaria, ma anche quelli di manutenzione straordinaria, fossero a carico del concessionario” e, infine, di “sopprimere il riferimento all’eventuale subconcessione del bene”. Tutte modifiche accolte che hanno portato al via libera in commissione all’inizio di luglio e al conferimento del mandato alla relatrice Irene Manzi a riferire in Assemblea.

La proposta di legge su imprese culturali e creative

In sostanza la proposta di legge si prefigge di “favorire il rafforzamento e la qualificazione dell’offerta culturale nazionale, come mezzo di crescita sostenibile e inclusiva, e la nuova imprenditorialità e l’occupazione, con particolare riguardo a quella giovanile, mediante il sostegno alle imprese culturali e creative”. Per essere “Impresa culturale e creativa” occorre possedere inoltre alcuni requisiti.

Per esempio avere come “oggetto sociale” “in via prevalente o esclusiva, l’ideazione, la creazione, la produzione, lo sviluppo, la diffusione, la conservazione, la ricerca e la valorizzazione o la gestione di prodotti culturali intesi quali beni, servizi e opere dell’ingegno inerenti alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, allo spettacolo dal vivo, alla cinematografia e all’audiovisivo, agli archivi, alle biblioteche e ai musei, nonché al patrimonio culturale e ai processi di innovazione ad esso collegato”. Avere inoltre, “sede in Italia” o “in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva, una unità locale o una filiale in Italia” e svolgere “un’attività stabile e continuativa”.

Con decreto del ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, di concerto con il ministro dello Sviluppo Economico, da emanare entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, viene disciplinata infine “la procedura per l’acquisizione della qualifica di impresa culturale e creativa e la verifica della sussistenza dei requisiti” (qui interviene uno degli emendamenti della relatrice per inserire la previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni) e le “adeguate forme di pubblicità tramite costituzione di specifico elenco tenuto dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali”. Naturalmente il medesimo decreto, chiarisce il quarto e ultimo comma, “può essere riconosciuta la qualifica di impresa culturale e creativa anche a soggetti ricompresi nel Titolo II del Libro I del codice civile, purché rispettino i requisiti” previsti dalla proposta di legge.

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