Camera Aula parlamento imprese culturaliAnche sull’esame degli emendamenti alla proposta di legge “Disciplina e promozione delle imprese culturali e creative” penderà la spada di Damocle della Commissione Bilancio. La stessa Commissione Bilancio che per tutto l’iter in commissione della legge ha più volte rimandato indietro il testo in Commissione Cultura e che è stata il principale artefice dello smembramento della originaria proposta Ascani e della cancellazione di tutti gli interventi che prevedevano agevolazioni economiche e fiscali per le imprese culturali e creative. Agevolazioni che forse ora potrebbero rientrare dalla ‘porta di servizio’. C’è infatti un interessante emendamento di Marisa Nicchi (Mdp) – al momento in corso di riformulazione – che vorrebbe destinare alle piccole start-up avviate da giovani i proventi della locazione degli immobili demaniali in dismissione concesse alle imprese culturali e creative iscritte all’elenco del Mibact. La relatrice Irene Manzi, segretario della Commissione Cultura della Camera, dichiara ad AgCult che “c’è oggettivamente il tema delle coperture” e che si dovrà tenere necessariamente conto della parola della Bilancio. In ogni caso comunque, aggiunge la Manzi, “affronteremo il tema anche con il Ministero dei Beni culturali”, che tuttavia “è impegnato in queste ore al Senato con il Codice dello Spettacolo”. La conclusione dell’esame degli emendamenti è prevista nella prossima settimana.

L’emendamento Di Benedetto

L’emendamento della senatrice M5S Chiara Di Benedetto ripropone in maniera articolata tutte le agevolazioni previste nella versione originale della proposta di legge, ma con pressoché nessuna possibilità di essere accolto. Per Irene Manzi si tratta di un emendamento “molto importante e – da relatrice – lo voterei di corsa… purtroppo lo rimetteremo al parere della Commissione Bilancio, ma temo di sapere già quale sarà l’esito. Lo stesso esito che si prospetta per tutti gli emendamenti di carattere finanziario”.

L’emendamento Nicchi

Potrebbe invece avere più di una possibilità l’emendamento presentato da Marisa Nicchi (Mdp) che prevede un comma 1-bis dell’articolo 2 (l’articolo che prevede “Facilitazioni relative alla concessione di locali per le attività dell’impresa”). Un modo per far arrivare contributi alle imprese culturali e creative, in particolare a “piccole” società e cooperative avviate da giovani tra 18 e 40 anni. “Le risorse derivanti dai canoni di locazione di cui al comma 1 – si legge nell’emendamento – sono iscritte in un apposito fondo con uno stanziamento annuo di 15 milioni di euro istituito presso il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. Il fondo è destinato all’erogazione di contributi a fondo perduto per sostenere la nascita e l’avvio di micro e piccole società e imprese cooperative culturali e ricreative, di cui alla presente legge, da parte di giovani tra 18 e 40 anni”. Al momento, la proposta di modifica è oggetto di riformulazione da parte della relatrice con l’eliminazione dell’indicazione dello stanziamento (15 milioni): “Stiamo facendo tutti gli sforzi possibili”, ha detto la Manzi. Secondo la relatrice, così rivisto questo emendamento potrebbe avere buone chance di passare la tagliola della Bilancio. E sarebbe anche un primo segnale di apertura.

Gli altri emendamenti

Non avranno problemi ad essere accolti quelli ordinamentali, come l’emendamento Narduolo-Rampi che aggiunge alle parole “alle arti figurative” le parole “e alle arti applicate” riferendosi alle opere d’ingegno e i servizi applicati che rientrano negli oggetti sociali delle imprese culturali e creative. Un altro che sicuramente sarà accolto è quello di Adriana Galgano che prevede che “lo specifico elenco tenuto dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo” sia “aggiornato annualmente”. Non sarà invece certamente possibile accogliere l’emendamento 1.14 del vicepresidente della Commissione Cultura, Giancarlo Giordano, che vorrebbe far rientrare tra le imprese culturali e creative riconosciute solo quelle con sede in Italia e non anche quelle che hanno sede “in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in uno degli Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva, un’unità locale o una filiale in Italia”.

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