camera deputati imprese culturaliVia libera in prima lettura dalla Camera alla proposta di legge “Disciplina e promozione delle imprese culturali e creative” con 282 voti favorevoli, 113 astenuti e nessun contrario (su 395 presenti). Passa quindi a larga maggioranza la proposta di legge che prende le mosse da quella depositata nel 2015 da Anna Ascani, attuale responsabile Cultura del Pd, che ora va al Senato. Il testo approvato ha come centro il riconoscimento e la disciplina delle imprese culturali e creative in Italia e prevede agevolazioni, al centro di grandi discussioni, per la concessione a oneri agevolati di beni demaniali. Del lavoro, approfondito e trasversale condotto in Commissione, la pdl conserva poco. Certo, come ha sottolineato Anna Ascani in Aula, “l’obiettivo di questa legge è prima di tutto il riconoscimento delle imprese culturali”. Va pertanto “riconosciuto questo sforzo del Parlamento” con un voto favorevole. Uno sforzo che, auspica la responsabile Cultura del Pd, dovrebbe fare anche il Senato, “facendo in fretta ad approvare questa legge”. Ascani ha chiamato infine a raccolta i deputati di tutti i partiti che hanno lavorato insieme in Commissione Cultura per concentrare gli sforzi comuni nella prossima Legge di Bilancio.

Di “occasione perduta” parlano in molti, da Chiara Di Benedetto (M5S) a Marisa Nicchi (Mdp) ad Annalisa Pannarale (Sel – Possibile) che non esita a definire la legge un testo “svuotato e svilito” criticando la Commissione Bilancio per “essersi adeguata in maniera acritica” ai diktat della Ragioneria dello Stato.

“Un’ottima notizia”, invece, per il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, l’approvazione della pdl Ascani. “Si tratta di un insieme di norme – ha spiegato -, fortemente sostenute dal Governo, che vanno a regolamentare un comparto strategico che genera ricchezza e occupazione e che è sinonimo di eccellenza e dinamismo”.

IL M5S

“Molto critici nei confronti del testo arrivato in aula” si sono dichiarati i deputati del Movimento 5 Stelle per tramite di Chiara Di Benedetto, membro pentastellato della Commissione Cultura e che aveva riproposto integralmente in aula, sotto forma di emendamento, il testo originario frutto del lavoro bipartisan in sede di comitato ristretto. La Di Benedetto ha annunciato “un’astensione a malincuore” definendo il testo in discussione in aula “ingiusto nei confronti delle realtà che abbiamo coinvolto nel corso del lavoro in commissione” anche perché “quando ha voluto, questo governo ha stanziato risorse ben più importanti e in tempi più brevi, vedi ad esempio il decreto banche venete”. A giudizio della Di Benedetto “non si comprende la ragione di questo passo indietro così importante. Si è svuotato di senso il provvedimento”.

IL PD

Di parere opposto Roberto Rampi che, in un appassionato intervento a braccio, si rivolge “alle coscienze culturali dei colleghi” affinché votino favorevolmente. “Oggi otteniamo un risultato importante – ha detto Rampi -, da alcuni toni sembra invece che sia una giornata di lutto. Non è che prima c’era un provvedimento con delle risorse da cui le abbiamo tolte. C’era una proposta meritoria della collega Ascani che ci ha permesso di arrivare” a una definizione del settore. In corso d’opera, ricorda l’esponente dem, “ci siamo accorti che le start up non dovevano essere il centro della legge: il centro era il riconoscimento giuridico dell’intero settore. Senza questa legge questo riconoscimento non ci sarebbe”. Il punto centrale è che “oggi diciamo anche in Italia che il talento e la capacità creativa sono riconosciute dallo Stato”. E aggiunge: “Noi abbiamo chiesto a questo settore in modo trasparente se fosse interessato a questo riconoscimento o se lo considerasse solo una bandiera. Ci hanno detto che per loro era fondamentale”. È per questo che Rampi chiede ai colleghi: “Cosa rispondiamo oggi a chi lavora in questo settore? Rispondiamo sì o rispondiamo che c’è sempre una cosa che manca?”. Infine il deputato Pd si è associato all’appello della Ascani a unire le forze in vista della Legge di Bilancio.

GLI ALTRI GRUPPI

Favorevoli al provvedimento anche Forza Italia e Fratelli d’Italia che con Bruno Murgia ha parlato di “prezioso lavoro” fatto in commissione e che finalmente “oggi possiamo definire le imprese culturali”. Murgia ha sottolineato come “le imprese culturali siano promotrici di sviluppo” e che “un euro investito in un museo ha lo stesso valore di un euro investito in un ospedale”. Forza Italia, con Antonio Palmieri, ha detto di sostenere il provvedimento con l’intenzione di chiedere conto al Pd, a tempo debito, dello sforzo per reperire fondi per le imprese culturali in sede di Legge di Bilancio. Altri voti favorevoli sono arrivati da Scelta Civica, Udc-Idea, Centro Democratico e Alternativa popolare. Astenuti, oltre al movimento 5 Stelle anche Sel-Possibile, Articolo 1-Mdp e Lega.

GLI EMENDAMENTI APPROVATI

Hanno ricevuto l’ok dell’aula l’emendamento Narduolo-Rampi che aggiunge alle parole “alle arti figurative” le parole “e alle arti applicate” riferendosi alle opere d’ingegno e i servizi applicati che rientrano negli oggetti sociali delle imprese culturali e creative; l’emendamento Pannarale che dispone che il decreto del Mibact con cui vengono “disciplinate le procedure per il riconoscimento della qualifica di impresa culturale e creativa” andrà emanato entro “novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari che si pronunciano entro trenta giorni dalla richiesta”. Approvato anche l’emendamento Galgano che prevede l’aggiornamento annuale dell’elenco delle imprese culturali e creative tenuto presso il Ministero dei Beni culturali.

NON PASSA L’EMENDAMENTO NICCHI

Semaforo rosso dalla Commissione Bilancio invece per l’emendamento presentato da Marisa Nicchi (Mdp) che prevedeva un comma 1-bis dell’articolo 2 (l’articolo che prevede “Facilitazioni relative alla concessione di locali per le attività dell’impresa”). Voleva essere un modo per far arrivare contributi alle imprese culturali e creative, in particolare a “piccole” società e cooperative avviate da giovani. L’emendamento, riformulato dalla relatrice tanto da diventare un emendamento della Commissione Cultura, prevedeva che “le maggiori entrate derivanti dai canoni di locazione di cui al comma 1 affluiscono su un apposito fondo istituito presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Il fondo è destinato all’erogazione di contributi a fondo perduto per sostenere la nascita di imprese di cui all’articolo 1 che soddisfino i seguenti requisiti: a) siano micro, piccola o media impresa, secondo le definizioni dell’articolo 2 della raccomandazione 2003/361/CE della Commissione; b) impieghino una quota di almeno metà dei collaboratori, inclusi i soci impiegati in azienda, costituita da persone in possesso di titolo di laurea magistrale o equiparata”. Lo sforzo condotto nel weekend dalla relatrice e dalla Commissione per convincere la Ragioneria dello Stato, non è bastato a far concedere il via libera dalla Bilancio.

IL PERCORSO ACCIDENTATO DELLA LEGGE

Ma come si è arrivati a questa legge? E, soprattutto, come mai il testo che ha ricevuto il via libera dall’Aula è così diverso dalla proposta di legge presentata nella primavera del 2015 dall’attuale responsabile Cultura del Pd Anna Ascani? Se un ‘colpevole’ va cercato, lo si può trovare nella Commissione Bilancio di Montecitorio e nel suo ingrato (o virtuoso, dipende dai casi) compito di salvaguardare i conti dello Stato verificando approfonditamente le coperture economiche delle proposte di leggi. Sotto la sua tagliola è finita questa volta la pdl “Agevolazioni in favore delle start-up culturali” (così si chiamava la proposta Ascani) e soprattutto la parte che introduceva importanti agevolazioni fiscali ed economiche per le imprese culturali e creative, settore trasversale in forte espansione e dorsale del sistema produttivo del Paese che contribuisce per il 6,1 per cento alla ricchezza prodotta in Italia, che vanta un valore aggiunto di quasi 90 miliardi di euro e che occupa quasi un milione e mezzo di persone (praticamente quanto il settore dell’edilizia).

Non è bastata, infatti, all’inizio di quest’anno una prima riscrittura in sede di Comitato ristretto – cui peraltro hanno contribuito in maniera costruttiva anche le opposizioni – a scongiurare l’uso delle cesoie da parte della V commissione. Né, anche nei mesi successivi, è bastato il lavoro di paziente tessitura condotto dalla relatrice Irene Manzi, cui in molti le hanno riconosciuto grande pazienza, preparazione e capacità diplomatiche. Ogni tentativo di costruire un sistema di sostegno economico alle imprese culturali e creative (o di conservarne una piccola parte) si è scontrato contro il muro della Bilancio. Ma, allora, perché non rinunciare a portare avanti questa legge? La risposta è nelle parole della relatrice Manzi in sede di discussione generale in aula lo scorso 18 settembre.

Per giungere in Aula quest’oggi, diceva Irene Manzi, il testo ha dovuto tenere conto delle osservazioni e delle condizioni espresse dalle altre Commissioni parlamentari, la Bilancio in particolare, “condizioni che hanno condotto al testo che presentiamo, un testo che ha ridotto in modo consistente le agevolazioni inizialmente previste. Non sono state scelte semplici da adottare da parte della Commissione. Ma sono state scelte necessarie per non disperdere il lungo lavoro condotto dal marzo 2016. Avremmo potuto difendere la purezza del testo originario, condannandolo però a non giungere mai in quest’Aula, o, come abbiamo fatto, accettare comunque la sfida base che ci eravamo posti: quella di introdurre nell’ordinamento italiano una definizione dell’impresa culturale e creativa”.

Un riconoscimento normativo che permetterà, aggiungeva il segretario Pd della VII Commissione, di “poterci impegnare già nella prossima legge di bilancio nella definizione di una parte di quei provvedimenti di agevolazione e sostegno che erano stati originariamente previsti. Senza la previsione di uno statuto dell’impresa culturale e creatività difficilmente si potrebbe giungere allo stanziamento di risorse ad essa dedicate”.

IL CONTENUTO DELLA LEGGE SULLE IMPRESE CULTURALI

In sostanza la proposta di legge si prefigge di “favorire il rafforzamento e la qualificazione dell’offerta culturale nazionale, come mezzo di crescita sostenibile e inclusiva, e la nuova imprenditorialità e l’occupazione, con particolare riguardo a quella giovanile, mediante il sostegno alle imprese culturali e creative”. Per essere “Impresa culturale e creativa” occorre possedere inoltre alcuni requisiti.

I REQUISITI

Per esempio avere come “oggetto sociale” “in via prevalente o esclusiva, l’ideazione, la creazione, la produzione, lo sviluppo, la diffusione, la conservazione, la ricerca e la valorizzazione o la gestione di prodotti culturali intesi quali beni, servizi e opere dell’ingegno inerenti alla letteratura, alla musica, alle arti figurative e a quelle applicate, allo spettacolo dal vivo, alla cinematografia e all’audiovisivo, agli archivi, alle biblioteche e ai musei, nonché al patrimonio culturale e ai processi di innovazione ad esso collegato”. Avere inoltre, “sede in Italia” o “in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva, una unità locale o una filiale in Italia” e svolgere “un’attività stabile e continuativa”.

Con decreto del ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, di concerto con il ministro dello Sviluppo Economico, da emanare entro novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge (previo parere delle Commissioni competenti), viene disciplinata infine “la procedura per l’acquisizione della qualifica di impresa culturale e creativa e la verifica della sussistenza dei requisiti” e le “adeguate forme di pubblicità tramite anche costituzione di specifico elenco tenuto dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali”. Naturalmente il medesimo decreto, chiarisce il quarto comma, “può essere riconosciuta la qualifica di impresa culturale e creativa anche a soggetti ricompresi nel Titolo II del Libro I del codice civile, purché rispettino i requisiti” previsti dalla proposta di legge.

FACILITAZIONI RELATIVE ALLA CONCESSIONE DI LOCALI

L’articolo 2, al centro di uno dei tira e molla con la Commissione Bilancio, prevede le imprese culturali e creative possano chiedere “la concessione di beni demaniali dismessi, con particolare riferimento a caserme e scuole militari inutilizzate, non utilizzabili per altre finalità istituzionali e non trasferibili agli enti territoriali ai sensi del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85. I beni sono concessi per un periodo non inferiore a dieci anni a un canone mensile simbolico non superiore a euro 150, con oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria a carico del concessionario. L’ente gestore predispone un bando pubblico ai fini della concessione dei beni alle imprese più meritevoli per adeguatezza del progetto culturale e creativo”.

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