Villa Letizia, una delle monumentali Ville del Miglio d’Oro, parte di proprietà del comune di Napoli, è da anni sotto i riflettori dei media per le condizioni di degrado in cui versa e per il mancato rispetto delle norme di tutela e di controllo del patrimonio culturale da parte delle istituzioni. Nasce da qui l’interrogazione a risposta in commissione, diretta al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini presentata dal primo firmatario Luigi Gallo (M5S) insieme ad altri pentastellati. Il degrado in cui versa Villa Letizia ha inizio dai lavori post terremoto quando, “grazie alla distruzione dei muretti laterali, sostituiti da mura più alte con gli elementi architettonici delle mura posteriori di confine, le due dipendenze gemelle della villa site nei giardini laterali, vennero separate dalla stessa”. Anche la qualificazione del parco retrostante “ebbe un iter travagliato poiché il comune inizialmente negò che questo fosse territorio di pertinenza del sito vesuviano e successivamente, secondo quanto dichiarato dall’Ente per le ville vesuviane, disattese le direttive formulate in merito dall’Ente medesimo”.

Secondo quanto riporta Gallo nell’interrogazione “l’allora Presidente dell’Ente vedeva nei lavori di recupero della Villa Letizia una straordinaria opportunità di realizzare ‘un intervento di grande rilevanza sociale e culturale’ per la municipalità partenopea, che per altro ha la più alta percentuale registrata di bambini sotto i 5 anni; ciò richiederebbe un importante impegno al riguardo con finalità educativa, opportunità non colta, tanto che l’ONG Save the children ha dovuto impiantare, dopo 20 anni, un punto luce a pochi metri dalla villa”. Invece, “la normativa è stata disattesa nel caso dei lavori di realizzazione di un progetto del comune di Napoli che prevedeva la demolizione del tetto di una delle dipendenze gemelle, lavori considerati successivamente irregolari da una sentenza civile”. Nel 1999 poi, la vicenda relativa a Villa Letizia “si arricchisce di un altro mistero, quello di un decreto ministeriale sollecitato dall’allora Soprintendente che lo riteneva fondamentale per ‘esplicitare il vincolo gravante sull’immobile’; la legge n. 578 del 1971 tuttavia prevede che il vincolo non abbisogni di alcun altro provvedimento ministeriale e quindi ciò è risultato deleterio per le sorti della Villa poiché, inducendo dubbi sulla datazione del vincolo, si prestava ad essere capziosamente utilizzato per interventi in contrasto con la normativa vigente”.

Non solo. Secondo quanto riporta il testo dell’interrogazione “appaiono inspiegabili anche le successive autorizzazioni rilasciate dalla competente Soprintendenza che, incurante dell’esistenza di abusi edilizi, non è adeguatamente intervenuta; la Soprintendenza per altro, mancava di segnalare modifiche del tetto e altre vistose lacune, quali nuove finestre considerate ‘rilevantissime novità per un immobile vincolato’”. Infine, “il sito culturale è diventato una discarica a cielo aperto di amianto, bidoni di pittura, scarti di macellazione, materiale per emodialisi, dati a fuoco ciclicamente col conseguente grave inquinamento ambientale” e in seguito alla demolizione “dello storico tetto alla piemontese della dipendenza occidentale – rarissimo esempio tra le Ville vesuviane – ed alla sostituzione con uno privo dei tratti stilistici originari, è stata aperta un’inchiesta confluita in un rinvio a giudizio”.

Più di recente, infine, si riscontrano l’approvazione di una delibera di giunta che prevede “un intervento sul parco nuovamente unilaterale, poiché si dichiara espressamente che ‘gli interventi non richiedono ulteriori autorizzazioni in materia di tutela ambientale, paesistica né storica archeologica’”, mentre ciò che “appare più eclatante – si legge ancora nell’interrogazione – è che, durante il sopralluogo effettuato dalla Soprintendenza presso Villa Letizia, sono state rilevate solo lievi difformità e non state evidenziate le mutazioni stilistiche per cui vi è stato il rinvio a giudizio”. Da qui la richiesta al ministro di conoscere le iniziative del Mibact sulla vicenda, “inclusa la revoca dell’incarico al Sopraintendente Garella”, per “ridare dignità ad un sito patrimonio dell’Unesco e per favorire contestualmente la rinascita di un territorio che purtroppo sale agli oneri della cronaca solo per il degrado che l’assenza istituzionale trasforma in straordinario pabulum per la malvivenza”.

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