Teatro di comunitàArriva in Commissione Cultura della Camera il concetto di “teatro di comunità“, presentato in audizione dal professor Alessandro Pontremoli, del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Torino, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle buone pratiche della diffusione culturale. “È un teatro non molto conosciuto – premette Pontremoli – diverso da quello a cui siamo abituati, non è un teatro ‘della delega’. La gente, oggi, vuole fare teatro più che andare a teatro. Il desiderio di fare teatro diventa sempre più pressante”.

Pontremoli sottolinea che “teatro ed esperienza teatrale non sono la stessa cosa”. Ma cos’è il “teatro sociale”? “È una domanda sul senso dell’esserci e dell’essere – spiega Pontremoli -. Una dimensione esistenziale della teatralità diffusa, un modello di teatro legato alla corporalità dell’uomo, una delle possibilità dell’essere umano. Il teatro sociale si occupa di espressione, di formazione, di interazione di gruppi persone e comunità. Va alla ricerca del benessere psicofisico attraverso la comunicazione di pratiche capaci di attenuare il malessere e lo stress individuale, tipici della società occidentale. È un preciso modello teatrale all’interno del quale operano diversi soggetti. È una strada per la maturazione dell’identità – aggiunge Pontremoli -, suscita azioni che si dispiegano nella reciprocità, comprendendo progetti che durano anni sui territori. Il teatro sociale è un teatro della cura in senso ampio e ha a che fare con il restauro del desiderio. Domanda e offerta nascono dalle medesime premesse, dalla riscoperta del desiderio che riporta all’attenzione del sé come persona”. Pontremoli conclude: “Dagli anni ’80 a oggi il teatro sociale ha dato voce a comunità di bambini, di disabili, di donne maltrattate, di detenuti, di migranti, di malati terminali, di malati di Alzheimer”.

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