Il Museo internazionale delle Guerre MondialiDecine di uniformi militari originali che vanno dall’esercito italiano a quello americano, dagli inglesi agli ufficiali della Wermacht. Una rarissima divisa delle SA hitleriane, mute invernali per le campagne in Russia. Centinaia di oggetti d’epoca, strumenti chirurgici, documenti ufficiali. Fucili, pistole, mitragliatori d’assalto, bombe, cannoni, automobili e perfino aereomobili. Il Museo Internazionale delle Guerre Mondiali è uno scrigno della memoria storica del nostro Paese. Situato nel piccolissimo centro di Rocchetta al Volturno, in provincia di Isernia, è attivo dal 2009, quando l’enorme opera di recupero di materiale dei due fondatori, Giovanni Capone e Filippo Sparacino, (coadiuvati nella direzione scientifica dal Professor Giuseppe Pardini, direttore scientifico e docente di storia contemporanea all’università del Molise) ha preso forma negli ex locali di un frantoio.

La collocazione del Museo non è casuale, qui vicino infatti passava la Linea Gustav, un sistema difensivo di fortificazioni voluto da Hitler per ritardare l’avanzata alleata nella penisola italiana. Ed è proprio qui vicino, sulle montagne Mainarde, che spesso è possibile riportare alla luce frammenti di storia di guerra del nostro Paese. Molti di questi raccontano la vita militare di 70 anni fa e sono esposti proprio al Museo di Rocchetta.

“Spesso sono reperti che abbiamo trovato noi stessi – spiega ad AgCult Filippo Sparacino, uno dei fondatori -. Questa è la nostra passione, noi siamo sempre qui”. Ed è proprio la passione ad averli spinti in pochi anni, con risorse personali e con pochissimo personale a disposizione, a dotare il Museo di una delle collezioni più importanti a livello internazionale relativa agli eserciti delle due Guerre Mondiali, ma anche a corpi di Polizia, Carabinieri, Corpo Forestale, Aeronautica, sia italiani che internazionali. Perché tra le pareti in roccia delle stanze del Museo è possibile ammirare anche tute da pilota di Mig sovietici, caschi per missioni nella stratosfera, divise di militari polacchi, neozelandesi, tute di kamikaze giapponesi.

Camminare tra gli spazi allestiti è come fare un tuffo nella storia militare mondiale. Spesso con collegamenti locali, perché molti dei soldati caduti nelle due Guerre era originario di queste zone del Molise. Gli eredi, i familiari, i parenti hanno spesso messo a disposizione del Museo materiali. E così ci si può imbattere in strumenti chirurgici di un medico locale che fu inviato in guerra e che poi, una volta tornato, divenne “condotto” proprio a Rocchetta. Oppure in apparecchiature per le cure dentistiche utilizzate in guerra. Presenti tantissimi documenti, onorificenze e appunti privati di soldati che, giovanissimi, partirono per la Russia e non fecero più ritorno.

In una delle sale c’è la motobomba FFF, di fabbricazione fascista, dalla vernice color “delfino” per mimetizzarsi, capace di atterrare con un paracadute in acqua e restare ferma, in attesa di poter colpire le navi nemiche. È l’unica al mondo esposta. Su un tavolino, proprio accanto a una porta su cui Renato Guttuso (passato all’epoca di guerra in zona) lasciò lo schizzo di un suo disegno, c’è una radio tedesca degli anni ’30, che il Ministro della Propaganda del Reich, Joseph Goebbels, fece distribuire alla popolazione per ascoltare la voce del Fuhrer.

Passando accanto a manifesti di propaganda mussoliniana, a foulard celebrativi delle imprese nel Ventennio, a casse per custodire le granate alleate, si arriva nelle sale delle uniformi naziste, dove spicca una preziosissima divisa delle SA (“Sono stato 22 anni dietro il donatore per averla” confessa Capone), i reparti d’assalto nazisti guidati da Ernst Rohm che costituirono il primo gruppo paramilitare del Partito poi “soppressi” dalle SS dopo la “notte dei lunghi coltelli”.

Alla fine del percorso la sala delle armi. Lì trovano posto alcune rarissime collezioni complete di armi al mondo (MP tedesche, Sten inglesi), la mitraglietta “Fnab” fabbricata della Repubblica di Salò, lo stesso modello utilizzato dalle Br nell’agguato di Via Fani e poi – dagli anni ’60 – data in consegna come arma di difesa alle suore missionarie in Angola. Le pistole “Walther P38” tedesche, poi spesso utilizzate negli “Anni di piombo” in Italia, la “Luger”, diverse Beretta e poi i fucili di precisione. Il “Mosin Nagant” sovietico o il “Mauser” tedesco, messi uno contro l’altro anche nel film “Il nemico alle porte”, in mano a due cecchini che combattono la loro personale guerra nel teatro dell’assedio di Stalingrado del 1942.

La portata storica del Museo, naturalmente, fa registrare numeri importanti per una struttura posta al di fuori dei circuiti istituzionali delle Soprintendenze. “Nel 2016 – spiega Capone – abbiamo avuto circa 13.500 visitatori, a questo punto del 2017 siamo già sopra e pensiamo di chiudere a 14 mila”. Alcuni sono anche visitatori illustri, come la guardia reale della Regina Elisabetta d’Inghilterra, il Capo della Polizia, il Prefetto Franco Gabrielli, e diversi gruppi di militari tedeschi della seconda guerra mondiale che negli anni hanno visitato la struttura e in alcuni casi lasciato anche oggetti in dono, che poi vengono naturalmente esposti. Il Museo non riceve alcun finanziamento pubblico, “ci mettiamo dentro solo risorse nostre e non dobbiamo dire grazie a nessuno” ripetono i fondatori. L’impegno è grosso. “Organizziamo e guidiamo noi le visite – dice Capone – e quando il museo è chiuso facciamo ricerche, produciamo materiali, teniamo la manutenzione ordinaria. Qui ogni sei mesi va sistemato tutto, compresa la pulizia di tutte le armi, altrimenti si deteriorano. In primavera abbiamo fatto una disinfestazione contro le tarme e gli insetti, le lane delle divise sono molto appetibili. Una volta abbiamo chiamato un entomologo perché siamo dovuti intervenire con prodotti particolari”. “Nel 2016 – aggiunge – abbiamo organizzato circa 30 eventi tra presentazioni di libri, convegni e cultura generale. Ma mai politica. Facciamo tante cose anche grazie anche alla preziosa collaborazione con l’Unimol e con il professor Pardini. Spesso abbiamo studentesche da ogni parte d’Italia, che teniamo prima nella nostra sala video per prepararli e poi procediamo con la visita”.

Cosa servirebbe? “Tutto questo che vedete è fatto a nostre spese, ora vorremmo crescere dal punto di vista espositivo – dicono -. Ci piacerebbe migliorare soprattutto la fruibilità della parte esterna. È assurdo che si siano spesi milioni per fare musei che poi vengono gestiti malissimo. Noi siamo sempre aperti e anche il lunedì, giorno di chiusura, siamo qui. La presenza in un museo è fondamentale. E nei nostri progetti c’è l’idea di dare vita a una Fondazione”.

Per il professor Pardini la strada da seguire è chiara: “Facciamo vivere i musei come centri studi, dinamici, questi sono posti in cui si può sviluppare cultura. Lanciamo progetti di ricerca, creiamo collaborazione con altri enti, rivolgiamo il nostro sguardo alle attività per i giovani”.

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