“Credo non siano importanti solo le parole ma anche i numeri. Se avessimo una quantità maggior di dati pubblici accessibili e aperti in ambito culturale potremmo davvero vedere una crescita esponenziale dei benefici effetti della cultura. Non solo per valutare quantitativamente quello che c’è ma anche per apprezzare la dimensione immateriale della cultura stessa. Sappiamo, inoltre, che molti degli interventi che sono stati fatti hanno effetti multidimensionali, multi-stakeholder per questo abbiamo bisogno del coinvolgimento di più attori contemporaneamente”. È quanto ha detto Paola Dubini dell’Università Bocconi di Milano, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle buone pratiche della diffusione culturale in corso in Commissione Cultura alla Camera. “La mia idea dell’importanza del dato non è tanto in una logica ragionieristica ma va usata in uno sforzo collettivo di costruzione del senso – ha ammesso -. Naturalmente alcuni dati sono privati, riservati ma ci sono anche molti dati che sono prodotti dalla pubblica amministrazione che però o non sono accessibili o quando lo sono, sono accessibili in modo molto faticoso. Poi ci sono alcuni dati aperti come gli open bilancio che si dichiarano aperti ma non lo sono o quelli davvero aperti come wikipedia. Il centro di ricerca di cui faccio parte si è posto il problema di operazionalizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 per tutto quello che ha a che fare con la cultura e lo sviluppo sostenibile. Abbiamo cominciato a raccogliere in modo sistematico dalle fonti più varie una serie di dati che potessero essere riconducibili a una serie di indicatori, tenendo sempre conto del taglio della sostenibilità”.

“Stiamo cercando di raccogliere una serie di dati per creare un grosso database che riguardi tutti i comuni italiani e stiamo classificando le informazioni sulla base della specificità dei territori, disponibilità di offerta culturale, presenza di certificazioni di varia natura, vitalità culturale e grado di investimento in ambito culturale e infrastrutturale”, ha aggiunto Dubini che ha presentato alcuni esempi di raccolta dati sulle biblioteche e su bookcity, l’iniziativa milanese su libi e cultura. “In sostanza la disponibilità di dati e la possibilità di confrontarli ci consente di fare riflessioni utili su come fare politiche culturali legando sempre di più centro e periferia. Si può avere cioè un’idea sempre più precisa anche delle specificità che possono portare eventi come quelli di Milano”. Un altro esame approfondito ha riguardato il bonus cultura: “Gli unici dati che ho trovato provenivano da tre articoli e due blog i primi fortemente critici e i secondi estremamente positivi – ha proseguito l’esperta della Bocconi -. Penso che una disponibilità un po’ più larga dei dati ci consentirebbe di sostenere un po’ di più quale sia stato l’effettivo risultato della legge. Nel primo anno il 61% dei ragazzi che potevano accedere al bonus si è iscritto anche se veniva richiesto lo Spid, l’identità digitale. È straordinario che in poco tempo molti si siano registrati. Per consentire a tutti di beneficiare di questo bonus occorrerebbe trovare le scuole più attive, i musei le librerie che si sono date più da fare e capire come questi ragazzi hanno usato i 500 euro: questo darebbe, ad esempio, una serie di suggerimenti all’insieme degli operatori del mondo della cultura per elaborare le loro politiche di promozione. Quindi penso che la mancanza di dati sia un vero peccato”. L’art bonus è un’altra iniziativa estremamente interessante, secondo la Dubini: “I dati sono apparentemente disponibili peccato che per poterli analizzare bisogna scaricarli uno a uno. E ciò non è possibile”. Secondo Dubini “guardando dentro ci sono spunti avvincenti: sono stati coinvolti da quando è partiti il bonus 539 comuni ma la cosa interessante è la distribuzione spaziale: il 24% dei comuni umbri, il 25% di quelli toscani, il 17% di quelli delle Marche, il 16% di quelli dell’Emilia Romagna hanno colto art bonus come una possibilità. Altro dato interessante è che in Emilia Romagna 9 comuni hanno presentato almeno 4 interventi così come in Toscana. Quindi questo significa che non si tratta di un esperimento ma di una strategia di coinvolgimento”. In conclusione, ha chiuso a Dubini, “penso che una maggiore disponibilità di dati ci permetterebbe di sistematizzare un pochino di più la capacità di conoscere come si muovono i nostri territori”.

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