Mibact Fondazioni Cultura FaroLa ratifica di Faro “potrà spingere verso interventi pubblici più attenti ad assicurare forme ampie e partecipate in questo settore – soluzioni che, è bene ricordarlo, in assenza di ratifica della Convenzione non sono certo vietate”. Lorenzo Casini, consigliere giuridico del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, evidenzia le opportunità che la ratifica della Convenzione di Faro può aprire e ricostruisce, in un’intervista ad AgCult, l’iter del disegno di legge del governo per l’adozione dell’accordo in Italia e i punti che ne hanno rallentato il percorso in Parlamento e fuori. C’è chi sostiene che la Convenzione di Faro non sia stata ratificata nella passata legislatura per le ripercussioni che avrebbe potuto generare dal punto di vista normativo. In particolare sarebbe stato il concetto di ‘patrimonio immateriale’ a destare le maggiori preoccupazioni, soprattutto in relazione al Codice dei beni culturali e del paesaggio dove la definizione di ‘immateriale’ è pressoché assente.

LA RICOSTRUZIONE DELL’ITER

Per Casini “nel caso di Faro vi è stata in realtà solo qualche incertezza tecnica e terminologica, almeno in una fase iniziale. Queste incertezze erano legate al timore che la nozione molto estesa di ‘patrimonio culturale’ prevista dalla Convenzione potesse in qualche modo contrastare con quella, ben definita e più circoscritta, dettata dal Codice dei beni culturali e del paesaggio”. Tanto che in un primo momento queste perplessità avevano portato “addirittura a preferire – a mio avviso non in modo coerente con la normativa internazionale e comparata in materia – il termine ‘eredità culturale’ a quello di ‘patrimonio culturale’. Risolte queste incertezze, il disegno di legge di ratifica ha atteso diversi mesi a causa dei passaggi tra Ministeri, anche perché la Ragioneria generale dello Stato doveva dare il via libera allo stanziamento ivi previsto, coperto con fondi del Miur. Una volta approvato dal Consiglio dei ministri, il disegno di legge è purtroppo giunto in Parlamento in un periodo non felice, ossia quello di fine legislatura. E questo non ha reso possibile chiudere, per ora, l’iter di ratifica”.

IL PATRIMONIO IMMATERIALE

Secondo il consigliere di Franceschini, queste incertezze, tuttavia, non pongono particolari problemi. “Innanzitutto, la nozione di patrimonio culturale prevista dalla Convenzione di Faro vale ai fini e agli effetti di quanto stabilito dalla Convenzione – spiega Casini -. Nel diritto internazionale esistono già non poche nozioni e definizioni differenti, del resto, dalla circolazione alla protezione in caso di conflitti armati. Dobbiamo poi ricordare che il testo di una convenzione internazionale è inevitabilmente il frutto di compromessi tra molteplici esigenze di più Paesi. Lo abbiamo per esempio visto recentemente con la Convenzione di Nicosia del 2017, sui reati contro il patrimonio. Nel caso di Faro, i principi enunciati sono importanti, ma per l’Italia non certo così innovativi: abbiamo una antica tradizione di coinvolgimento delle comunità e delle popolazioni per la protezione del patrimonio culturale”.

La questione più rilevante, però, è che la Convenzione di Faro – ragiona Casini – presuppone “una nozione di patrimonio culturale, anche immateriale, più ampia di quella tradizionalmente adottata in Italia, dove la normativa è stata sempre dominata dalle ‘cose’. Più che di problemi, parlerei perciò di opportunità, nel senso che la ratifica di Faro potrà spingere verso interventi pubblici più attenti ad assicurare forme ampie e partecipate in questo settore – soluzioni che, è bene ricordarlo, in assenza di ratifica della Convenzione non sono certo vietate”.

UN PATRIMONIO A ‘CERCHI CONCENTRICI’

Ma il concetto di patrimonio immateriale in che modo impatta sulle norme italiane, a cominciare dal Codice dei beni culturali? La ratifica, chiarisce l’estensore di tante iniziative normative del ministro Franceschini, prevede che “la nozione di patrimonio culturale prevista nella Convenzione valga, come detto, solo ai fini e agli effetti della Convenzione stessa. È ovvio che l’introduzione di questa definizione di patrimonio più estesa potrà favorire un processo di aggiornamento delle norme del Codice”. Questo, avvisa però Casini, non vuol dire “rivedere una normativa di tutela che tutto il mondo ci invidia, se non altro perché è la più antica e sperimentata, ma semmai considerare la possibilità di definire la nozione di patrimonio culturale in modo più ampio, secondo un sistema a ‘cerchi concentrici’ – come scrisse già Marco Cammelli diversi anni fa – in relazione al fine pubblico perseguito”.

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