anac start upLe start up innovative in campo culturale in Italia sono penalizzate dalla concorrenza delle multinazionali e non sono sufficientemente strutturate e consolidate per affrontare le grandi gare pubbliche. Occorrerebbe, pertanto, proteggerle dalla concorrenza dei colossi informatici ed escludere il campo dell’innovazione tecnologica dagli “appalti unificati”. A rischio, altrimenti, sarebbe “l’identità collettiva del nostro essere Popolo”. Insomma, la difesa della cultura come identità collettiva passerebbe, in questo caso, attraverso la tutela, ‘per legge’, delle start up nostrane. È il contenuto, in estrema sintesi, di una lettera aperta al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini inviata dal suo predecessore Giuliano Urbani, inquilino del collegio Romano dal 2001 al 2005 durante il secondo governo Berlusconi. Un punto di vista che, di fatto, finisce per mettere sotto accusa il Codice degli appalti o che quantomeno colloca il problema in un ambito squisitamente normativo.

IL PUNTO DI VISTA DELL’ANAC

La questione – viene fatto notare dall’Anac ad AgCult – non può essere così automaticamente ricondotta all’aspetto normativo, e ancora meno al Codice degli appalti. Andrebbe piuttosto approfondito e discusso l’approccio che le singole stazioni appaltanti hanno nei confronti delle gare pubbliche e le scelte che da esso ne derivano. Il codice dei contratti pubblici, infatti, regolamenta sì i “grandi appalti”, ma tutela allo stesso tempo le piccole e medie imprese (la parola ‘microimpresa’, tanto per fare un esempio, ricorre 20 volte nel testo). Anzi, le grandi gare rappresentano una sorta di ‘tradimento’ del codice che, al contrario, prevede proprio che “al fine di favorire l’accesso delle microimprese, piccole e medie imprese, le stazioni appaltanti” suddividano “gli appalti in lotti funzionali ovvero in lotti prestazionali in conformità alle categorie o specializzazioni nel settore dei lavori, servizi e forniture”. La creazione dei lotti quindi deve essere la ‘norma’, tanto che chi indice la gara è chiamato a motivare nel bando la mancata suddivisione in lotti.

Per l’Anac, l’autorità che vigila proprio sulla corretta applicazione dei contratti pubblici, quindi, la soluzione andrebbe ricercata piuttosto nella discrezionalità che ha la stazione appaltante nel definire proprio la suddivisione in lotti. È evidente che maggiore sarà il valore dell’appalto, maggiori saranno i requisiti imposti e gli adempimenti richiesti ai partecipanti. Come è viceversa evidente che minore sarà il valore della gara (come succede nel caso di singoli lotti), minori saranno i criteri da rispettare per le imprese concorrenti.

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