ArcheostorieRaccontare i musei è un lavoro che comporta studio, lettura delle fonti, verifiche continue. E per raccontare i musei e le loro collezioni servono professionisti. Persone capaci di narrare, ma al contempo dialogare costantemente con la ricerca scientifica. È l’identikit del team del Centro studi per l’archeologia pubblica Archeostorie, guidato da Cinzia Dal Maso che ha da poco pubblicato l’ultimo libro “Racconti da museo. Storytelling d’autore per il museo 4.0”. Racconti da museo delinea le caratteristiche del ‘narratore da museo’ e le tecniche che deve mettere in campo. Un volume che si propone come prima guida per chiunque voglia cimentarsi nell’arte del racconto da museo. Chiunque voglia, grazie al racconto, creare attorno al museo una vera comunità.

IL LIBRO

La presentazione del volume a Roma al Museo delle Civiltà è stata più che altro una festa, con una Cinzia Dal Maso che ha intrattenuto e affascinato coi suoi racconti la sala attentissima. Una carrellata di professionisti e amici che – ognuno nel suo modo – ha raccontato la propria storia, il rapporto con Archeostorie e il contributo a questo ultimo nato della collana. “È forse il libro che più ci rappresenta, quello che rivela la nostra anima di cantastorie. Il libro dove tutti noi ci siamo messi a nudo”, scrivono gli organizzatori. Il libro curato dalla presidente di Archeostorie, Cinzia Dal Maso, raccoglie “riflessioni di professionisti che hanno voluto mettere la loro arte di narratori al servizio dei musei, e in generale della comunicazione dei beni culturali. Gente che ha restituito la vita del passato con la penna, i pennelli, la cinepresa, la grafica, la realtà virtuale, i social media. Che svela i segreti del proprio mestiere e ragiona sul senso profondo di quel che fa. Ognuno a modo suo ma con fili che s’intrecciano e si rincorrono, e un punto fermo per tutti noi: il racconto è il modo migliore per creare attorno al museo una vera comunità”.

LA PRESENTAZIONE

La location per la festa non è stata scelta a caso. “Il ‘Pigorini’, oggi parte del Museo delle civiltà, ha tenuto a battesimo tre anni fa il nostro libro d’esordio, quello da cui abbiamo preso il nome: Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta (Cisalpino, pagine 324, euro 25). E allora come oggi, la nostra scelta è una missione. Il Museo delle civiltà è all’Eur, un po’ decentrato, e troppo poco visitato. Eppure è una meraviglia, uno scrigno di storie davvero infinito. E ora che ha unito assieme le tradizioni popolari italiche e dell’universo globo, la preistoria, la protostoria e finanche il medioevo, è davvero un luogo dove entrare e non uscire mai più”.

Gli onori di casa sono spettati al direttore del Museo delle civiltà, Filippo Maria Gambari, grande fan di Archeostorie. E Antonio Lampis, Direttore generale musei del Mibact, grande sostenitore del valore della narrazione per i musei.

LAMPIS: RIVEDERE IL RACCONTO DENTRO E FUORI I MUSEI

Il direttore generale ha definito ‘Racconti da museo’ un libro “che mancava, scritto molto bene. Spero – ha aggiunto – che tutti i collaboratori dei musei lo comprino”. Il racconto museale è una vecchissima passione per Lampis. Per 20 anni a Bolzano “abbiamo fatto sperimentazioni sul ‘prendere per mano i visitatori’. Lì, in 7/8 anni, abbiamo raddoppiato i consumi culturali rispetto alla media europea proprio prendendo per mano i visitatori’ con tecnologia antropocentrica e immersiva”.

Per Lampis, è importante “rivedere il racconto del patrimonio dei musei che avviene all’interno dei musei”, ma forse lo è ancora di più “sviluppare racconti fuori dai musei”. E lancia un’idea: perchè non pensare a delle “pillole di racconto nelle tv e radio locali? Così sarebbe possibile ottenere l’attenzione di quelle fasce che non vanno nei musei, nei teatri, ecc”. Per il dg infatti è “molto importante non dimenticarsi di come declinare il racconto fuori dal museo”.

Lampis ha poi toccato un altro tema a lui molto caro: il ruolo sociale dei musei. “Occorre ribaltare gli allestimenti e i racconti nei musei. La nuova sfida – spiega – è trovare un’altra forma di comunicazione, soprattutto per la generazione che va dai 3 ai 25 anni cresciuta coi Pokemon. Si tratta di generazioni intrise di conoscenza, dove la conoscenza ha un valore molto più alto di quello che aveva per noi nella primissima infanzia. Dobbiamo saper parlare questa nuova lingua”.

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