Patrimonio culturale Dal PozzoloChe cosa ha a che fare il patrimonio culturale con noi? Perché dovremmo occuparcene? Perché dovremmo investire una quota rilevante della nostra economia per mantenere il patrimonio? Per fare che cosa? Con quale finalità? Sono le domande “ingenue” alla base del volume di Luca Dal PozzoloIl patrimonio culturale tra memoria e futuro”, edito da Editrice Bibliografica. Si tratta di un saggio che si interroga sul senso del patrimonio materiale e immateriale, sulle motivazioni a investire per una conservazione e una valorizzazione che vadano al di là della retorica del richiamo a un dovere morale indiscutibile, per abbracciare – invece – una possibile e opportuna declinazione alla costruzione di futuri desiderabili e condivisi. La pubblicazione offre una riflessione sui temi dell’eredità culturale e si propone, inoltre, come contributo di Fondazione Fitzcarraldo al dibattito pubblico in occasione dell’Anno europeo del patrimonio culturale.

QUALE PATRIMONIO CONSERVARE?

Conversando con AgCult a margine di ArtLab 2018, Dal Pozzolo nota come “molto spesso mantenere il patrimonio viene considerato un dovere indiscutibile. Ma non è così. Non tutto, non sempre”. E quando le risorse sono limitate la risposta a quelle “domande ingenue” diventa molto meno scontata. “Diventa una risposta che orienta le politiche, accontenta alcuni, lascia scontenti altri. Il libro ragiona proprio su questi temi. Al di là del fatto che conservare tutto e comunque è un obiettivo irraggiungibile, subito dopo nascono i problemi su cosa bisogna conservare o meno”.

IL PATRIMONIO E LE COMUNITA’

Ma come risponde a queste domande Dal Pozzolo? “Il patrimonio – spiega – ha senso se ci facciamo delle cose, se per noi esiste, se per noi è motivo di riflessione, di interpretazione del passato e del futuro”. In questa accezione il patrimonio ha senso se, avvicinandosi ad esso, permette di realizzare percorsi che non si era immaginato di fare prima. “Ecco, il patrimonio consente di fare una cosa così se ti permette di accedere”. Se invece non ti fa accedere “perché usa un linguaggio incomprensibile, perché è appannaggio di un’élite di eruditi, si nega un uso sociale del patrimonio. E allora diventa tutto molto meno interessante”. E’ in quest’ottica che il ruolo delle persone e delle comunità diventa fondamentale. “E’ il capitale culturale delle persone che attiva il patrimonio, non viceversa – ragiona l’autore -. Non è il patrimonio che improvvisamente folgora le persone sulla via di Damasco e le fa diventare qualcosa di diverso. E’ esattamente il contrario”.

IL PROCESSO DI COSTRUZIONE DEL PATRIMONIO

In un Paese in cui la partecipazione culturale è bassissima il patrimonio è una delle chiavi di interpretazione del territorio. “A patto che lo si usi come chiave di interpretazione – mette in guardia uno dei fondatori della Fondazione Fitzcarraldo -. Perché se lo si usa per fare una narrativa estetizzante, per dire che il nostro paesaggio è il più bello del mondo si raccontano storielle. Se invece ci si rende conto che quelle opere testimoniano di un certo processo storico e di una profondità del paesaggio e della storia allora serve. E’, in conclusione, il processo storico di costruzione che realizza il patrimonio culturale stesso”.

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