Mibact cultura sistema museale nazionaleA distanza di tre anni dal varo della riforma Franceschini, il ritorno a uno status quo ante produrrebbe il collasso delle strutture, stressate da tutto il lavoro degli ultimi anni. Possibili invece dei ‘ritocchi’ all’attuale organizzazione ma non sull’onda emozionale di una reazione. Caterina Bon Valsassina, direttrice della Direzione Generale Archeologia, belle arti e paesaggio del ministero dei Beni culturali, salta sulla sedia quando sente parlare di riportare indietro le lancette dell’orologio alla situazione precedente alla Riforma Franceschini, in particolare per quanto riguarda le Soprintendenze. Anche perché non è chiaro di quale ‘ante’ si parli. “Dal 2001 al 2014 – spiega ad AgCult – il Ministero ha avuto circa sei o sette riforme, questo non è mai chiaro da parte dei detrattori”. Tuttavia, Caterina Bon crede “che dei ‘ritocchi’ all’attuale organizzazione si possano fare con l’accortezza di darsi almeno un anno per pensare, ascoltare, e pensare ancora fino a quando non emerga una messa a punto migliorativa del quadro complessivo”.

Sì, perché la Riforma Franceschini presenta importanti punti di forza, ma non bisogna nascondere le molte criticità che ancora mostra. Ed è da qui che la direttrice è partita per analizzare i due anni di vita della “Soprintendenza unica” in Italia. Proprio per rispondere a questa domanda la Direzione generale Archeologia belle arti e paesaggio ha organizzato il 28 marzo 2018 un incontro con tutti i Soprintendenti “unici”chiamati a rispondere a tre domande: a) il maggior problema risolto o avviato a soluzione; b) la maggior soddisfazione; c) proposte.

I PUNTI DI FORZA

Dall’incontro sono emersi punti di forza e criticità del nuovo assetto. I punti di forza sono principalmente due:

  • verso l’esterno il fatto che per il pubblico che si deve rivolgere alla Soprintendenza ci sia un unico interlocutore;
  • verso l’interno il fatto che nello stesso ufficio, diretto da un Soprintendente che per formazione ed esperienza può essere un archeologo, un architetto, uno storico dell’arte, possano confrontarsi professionalità tecniche diverse.

“Da questa ‘commistione’ – spiega -, dato che bisogna arrivare a un provvedimento finale unico, può nascere un accrescimento professionale per tutti, dai funzionari tecnici ai Soprintendenti”.

LE CRITICITA’ SU CUI LAVORARE

Le criticità sono soprattutto legate a due fattori, spiega Bon Valsassina: logistica (le vecchie Soprintendenze avevano sedi distinte, salvo pochi casi) e risorse umane. “È evidente che se tutti i dipendenti (architetti, archeologi, storici dell’arte) stanno in un’unica sede col Soprintendente questo favorisce un processo di scambio/confronto per i temi della ‘tutela integrata’. Questo non è stato ancora possibile in gran parte dei casi ed è quindi soprattutto su questo fattore – uno spazio comune – che bisognerebbe lavorare per il futuro”.

Sulle risorse umane, altro fattore indispensabile per il funzionamento del nuovo modello organizzativo, una boccata di ossigeno “è venuta dai 500 funzionari tecnici (che arriveranno a 1000) fatti assumere dal precedente ministro Franceschini, ma mancano ancora – per le restrizioni dettate dalla Funzione pubblica – personale dei gradi intermedi e di base (geometri, assistenti di scavo, assistenti amministrativi, personale di accoglienza) indispensabili perché un ufficio funzioni. Inoltre, nonostante le nuove assunzioni, fra il 2018 e il 2019 gran parte del personale andrà in pensione”.

Infine, fra le proposte, “la più pressante concerne una modifica della normativa che, di fatto, indebolisce la tutela, dalla formula del ‘silenzio-assenso’ alla legge sulla Semplificazione per le autorizzazioni paesaggistiche”.

GLI ARCHIVI E I DEPOSITI ARCHEOLOGICI

Due problemi altamenti critici per tutte le Soprintendenze sono gli archivi e i depositi del materiale archeologico.

Archivi – la DG Archeologia belle arti e paesaggio (ABAP) ha effettuato, racconta Bon Valsassina, “una ricognizione di tutti gli archivi delle ex Soprintendenze di settore, materiale preziosissimo e indispensabile per l’esercizio della tutela. A questo punto ci sono i dati utili per poter investire con finanziamenti mirati sulla digitalizzazione del materiale archivistico per poterlo poi distribuire a seconda del nuovo assetto territoriale delle Soprintendenze. Sono contraria al ‘trasloco delle carte d’archivio’ perché troppo forte è il rischio di potenziale perdita/dispersione”.

Depositi materiali archeologici – Tema scottante, perché il materiale archeologico, grazie all’archeologia preventiva, ma anche ai sequestri, è in crescita costante. Come per gli archivi, anche per i materiali archeologici non sempre le ex Soprintendenze avevano depositi dedicati. Nella maggior parte dei casi i depositi sono rimasti nei musei, che, con la riforma, fanno capo ai poli museali o ai musei autonomi e “proprio questa è una delle principali cause di attriti fra Soprintendenti e direttori dei poli museali. D’altra parte il materiale archeologico dei depositi – chiarisce la direttrice – consiste soprattutto in decine di migliaia di cassette (per dare un riferimento, 36.000 nella sola Emilia Romagna) di frammenti di terracotta, di vetri, di ceramica che debbono essere inventariati, catalogati eccetera, difficilmente si tratta di opere che possano far parte dell’esposizione permanente o temporanea di un museo, per lo meno fino a quando tutte le operazioni citate sopra siano state completate”.

Di conseguenza una possibile soluzione praticabile (utile a prescindere dalla riforma) “sarebbe quella di provvedere e organizzare per le Soprintendenze depositi dedicati. Allo scopo la DG ABAP ha attivato nel maggio 2017 un protocollo d’intesa con ANAS per il materiale archeologico rinvenuto nella rete stradale di competenza: grazie al protocollo, ANAS si fa carico dei depositi e del personale specializzato (arheologi) incaricato del prelievo, inventariazione e movimentazione dei materiali. E’ anche in corso l’attivazione di un protocollo simile con Ferrovie dello Stato per l’utilizzo delle stazioni ferroviarie dismesse, collocate nei centri urbani principali. Per realizzare in concreto tutto questo, di nuovo, c’è bisogno di un finanziamento dedicato, un investimento sul futuro, che certo non può essere di richiamo per la stampa come un grande evento”.

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