Consiglio di Stato Bonus CulturaIl Bonus Cultura – i 500 euro destinati ai diciottenni per spese culturali – scricchiola tra le dichiarazioni del nuovo ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli e il parere depositato venerdì scorso dal Consiglio di Stato. Secondo Palazzo Spada, la norma della Legge di Bilancio che prevede il rifinanziamento della misura per i nati del 2000 e del 2001 poggia su basi troppo deboli. Manca, è l’opinione del Cds, una norma di rango primario che giustifichi questo allungamento dei tempi. AgCult ha intervistato in merito Lorenzo Casini, professore ordinario di diritto amministrativo nella Scuola IMT Alti Studi di Lucca ed esperto di diritto del patrimonio culturale. Secondo Casini, il Consiglio di Stato non ha considerato che la “norma di rango primario c’è già”. Non solo. Il Cds ha “completamente disatteso” i chiarimenti forniti da Palazzo Chigi e, in un passaggio, sembra anche “contraddirsi”.

LA NORMA DI RANGO PRIMARIO

La legge di Bilancio per il 2018 ha stanziato le risorse necessarie sia per il 2018, sia per il 2019 – circa 300 milioni di euro annui – che al momento sono nel bilancio del MIBACT. “La posizione del Consiglio di Stato, perciò, è singolare, debbo ammettere, perché sembra non tenere conto della nuova disciplina della legge di bilancio, in cui anche la parte II (quella che modifica direttamente tabelle e stati di previsione dei Ministeri, per intenderci) ha valore sostanziale. La norma di rango primario, dunque, c’è già. Sorprende anche che il Consiglio di Stato abbia completamente disatteso la lunga e argomentata nota di Palazzo Chigi in cui venivano forniti chiarimenti”.

IL CONSIGLIO DI STATO NON CONVINCE

In effetti, il parere del Consiglio di Stato non pare convincere a pieno sotto almeno tre profili, argomenta ancora il professor Casini: in primo luogo, “confonde l’intervento del 2016, quando il legislatore decise di aggiungere la musica registrata e altre finalità alla card, con quello ultimo di dicembre 2017, dove era necessario solo rifinanziare la misura (e per questo il MEF e Palazzo Chigi a novembre/dicembre hanno preferito usare direttamente la parte II della legge di bilancio, mettendo le risorse sul capitolo di bilancio del MIBACT già esistente)”. In secondo luogo, “non tiene conto che il fondamento legislativo del vigente regolamento della 18App è in ogni caso la norma primaria del 2015, che lo ha previsto, e nulla impedisce di modificarlo ove necessario (anche eventualmente per migliorare le modalità di registrazione o di uso della card, se ritenuto utile)”. Infine, “si contraddice nelle conclusioni, quando, per un verso, ribadisce l’esigenza di una norma di rango primario, e, per altro verso, sostiene che nulla impedirebbe al MIBACT di prevedere con una circolare la possibilità di fissare i nuovi termini per far registrare i nati nel 2000. Ma su quale base legislativa allora?”, si chiede.

In sostanza, “il Governo aveva semplicemente ritenuto opportuno aggiornare il regolamento della card diciottenni, inserendo le nuove date di scadenza per la registrazione e l’utilizzo negli anni 2018 e 2019. E ciò sulla base del finanziamento disposto dalla legge di bilancio”.

LE STRADE DEL GOVERNO

A questo punto, il nuovo Governo ha quattro opzioni, secondo Lorenzo Casini. La prima potrebbe essere quella di “approfittare di questo rallentamento e, ovviamente con norma di legge, destinare altrove i 300 milioni di euro annui per il 2018 e il 2019”. La seconda e la terza, entrambe a sostegno della linea tenuta dal governo finora, prevederebbero o di “accettare il parere del Consiglio di Stato e ribadire, sempre con norma di legge, che la 18App è valida anche per i nati del 2000 e del 2001” oppure “confermare la posizione di Palazzo Chigi e procedere comunque con la firma del regolamento, che a quel punto dovrebbe poi attendere il visto della Corte dei conti (che dovrebbe concordare con l’interpretazione della legge di bilancio offerta dal Governo e non con quella data dal Consiglio di Stato)”. La quarta opzione sarebbe quella di “procedere solamente in via amministrativa, con una circolare o altro atto”.

Escludendo la quarta opzione – “anche perché nessun dirigente giustamente si assumerebbe mai una tale responsabilità (parliamo di 300 milioni annui), a fronte di un parere del Consiglio di Stato così formulato” – restano di fondo due strade, “a seconda che il Governo voglia bloccare la misura (prima opzione) oppure intenda davvero tenerla in piedi (allora avremmo la seconda o la terza opzione)”.

SE SI SCEGLIESSE LO STOP

Alberto Bonisoli, qualche giorno fa, sollevando perplessità sul Bonus cultura aveva detto: “Meglio far venire la fame di cultura ai giovani, facendoli rinunciare a un paio di scarpe”. Lo stop del Consiglio di Stato potrebbe essere un’occasione ghiotta da cavalcare per giustificare un eventuale riorientamento delle risorse che – a torto o a ragione – sono comunque già state stanziate nella legge di bilancio 2018. Per Casini, “con il rallentamento determinato dal parere del Consiglio di Stato, il Governo in teoria avrebbe ora la possibilità di destinare altrove le risorse stanziate dalla legge di bilancio 2018. Naturalmente serve anche qui una norma di legge”.

Le conseguenze però, a questo punto, sarebbero di vario tipo. “Innanzitutto – spiega -, sarebbe tradito l’affidamento dei nati nel 2000 che, a fronte di una misura annunciata nel dicembre 2017, con risorse effettivamente stanziate nella legge di bilancio, apprenderebbero dopo 6 mesi che non avranno i 500 euro da spendere in cultura. Inoltre, i dati mostrano che l’app 18, con oltre 750mila ragazzi registrati,sta procedendo bene, soprattutto per il settore dell’editoria (più di 220 milioni di euro sono stati fino ad oggi spesi per acquisto di libri)”.

In conclusione, la 18App “in disparte ogni valutazione di ordine politico o anche pedagogico, si è rivelata essere – forse anche al di là delle aspettative – un sostegno forte per alcuni settori, primo fra tutti quello del libro. È evidente che, ove mai si decidesse di interromperla anticipatamente tagliando fuori i nati nel 2000 e nel 2001 – conclude il professore -, allora quanto meno sarebbe auspicabile che le risorse siano impiegate a favore degli stessi settori interessati da questa misura, possibilmente sempre privilegiando le fasce più giovani di età. Un problema che, in ogni caso, a prescindere da qualsiasi scelta sarà fatta oggi, bisognerà porsi per gli anni dal 2020 in poi”.

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