Luisella Pavan Woolfe FaroIl Parlamento italiano faccia presto ad approvare la ratifica della Convenzione sul valore del patrimonio culturale per la società (Convenzione di Faro). È l’appello che arriva dal Consiglio d’Europa, ufficio di Venezia, per bocca della direttrice Luisella Pavan-Woolfe. Il Consiglio d’Europa è sempre in prima linea per la difesa e la promozione del patrimonio culturale europeo. E il messaggio che negli ultimi dieci anni è arrivato forte da Strasburgo è che “i diritti culturali sono diritti umani e che la cultura è base di democrazia”. In un’intervista ad AgCult, la direttrice non nascondo il proprio rammarico per la mancata ratifica della Convenzione da parte dell’Italia sul finire della passata legislatura. “Ci eravamo arrivati talmente vicini – dice -. Ci apprestavamo a festeggiare e avevamo allertato anche Strasburgo”. Una delusione anche perché “la ratifica italiana avrebbe un significato simbolico: ad oggi 18 stati membri hanno già ratificato la Convenzione, manca tuttavia un grande paese come l’Italia, che dal punto di vista delle politiche culturali è all’avanguardia in Europa”. Tuttavia la direttrice del Coe di Venezia non dispera, anzi: “Siamo ancora fiduciosi”.

IL VALORE DELLA RATIFICA

Nonostante manchi ancora la ratifica, in tutta Italia in molti casi i principi vengono già vissuti e applicati. Anche da parte di soggetti o associazioni che magari neanche conoscono la Convenzione. Tuttavia, “la ratifica – spiega Pavan-Woolfe – cambierebbe molto perché significherebbe dare un valore di ufficialità. L’adozione di una legge dello Stato che la applica accrescerebbe anche la consapevolezza delle amministrazioni pubbliche. Ad oggi viene applicata soprattutto dalla società civile. Mentre la Convenzione vuole favorire l’incontro e la collaborazione tra autorità pubbliche e società civile. Un inquadramento legislativo aiuterebbe questi processi, ora spontanei ma che andrebbero normati per avere risultati concreti e strutturali”.

LE CITTA’ LABORATORIO

La Convenzione, come detto, è già messa in pratica da tanti soggetti, più o meno organizzati a livello europeo. In Italia i casi sono tantissimi. E si va dal Comune di Fontecchio in Abruzzo, dove la Convenzione di Faro è un cavallo di battaglia della sindaca Sabrina Ciancone, al Museo Etrusco di Villa Giulia che, su spinta del direttore Valentino Nizzo, ha inserito la Convenzione addirittura nello Statuto qualche mese fa. E questo solo per fare degli esempi. A livello europeo, l’Austria sta preparando un inventario di buone prassi legate proprio all’applicazione della Convenzione sul proprio territorio.

Qualche bilancio si può trarre dalle esperienze maturate in questi anni dalle Città Laboratorio, individuate proprio per “testare” l’applicazione dei principi della Convenzione. “Marsiglia – spiega la direttrice dell’Ufficio di Venezia – rappresenta un bilancio positivo grazie al recupero delle zone Nord della città, storicamente più difficili e un po’ abbandonate dalle autorità pubbliche. I cittadini si sono riappropriati del territorio, organizzando le passeggiate patrimoniali o promuovendo attività economica locale (come b&b o saponifici)”. A Plzen, in Repubblica Ceca, “si sono riprese tradizioni antiche in chiave di sviluppo economico e sociale”. A Viscri, in Romania, è stato realizzato “un reinserimento sociale di fasce della popolazione rom disagiate”. Oppure attraverso il programma “Cimiteri ebraici d’Europa”, in Paesi dove quasi non ci sono più comunità ebraiche, si è cercato di interessare le popolazioni al recupero di questi pezzi di storia anche locali.

Insomma, “tra rom, immigrazione, un passato scomodo come quello della Seconda guerra mondiale, i principi di questa convenzione vengono utilizzati a fini diversi per favorire la partecipazione degli abitanti per il recupero di pezzi di storia e di passato anche recente, qualche volta doloroso, qualche volta scomodo”.

CONVENZIONE DI NICOSIA

Un’altra Convenzione del Consiglio d’Europa che l’Italia deve ancora ratificare (sebbene questa sia ancora ‘giovanissima’, firmata a maggio 2017) è la Convenzione di Nicosia. Una convenzione di diritto penale volta a prevenire e combattere il traffico illecito e la distruzione di beni culturali, nel quadro dell’azione dell’Organizzazione per la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata.

Il trattato stabilisce diverse infrazioni penali, tra cui il furto, gli scavi illegali, l’importazione e l’esportazione illegali, nonché l’acquisizione e la commercializzazione dei beni così ottenuti. Riconosce inoltre come reato la falsificazione di documenti e la distruzione o il danneggiamento intenzionale dei beni culturali. La nuova convenzione prevede misure di prevenzione come la creazione di inventari nazionali dei beni culturali, accessibili al pubblico, e l’obbligo, per i commercianti di arte e antichità, le case d’aste e altri soggetti coinvolti nel commercio dei beni culturali, di creare dei registri dove riportare le transazioni.

UN TESTO INNOVATORE

Per Luisella Pavan-Woolfe, la reazione degli Stati a questa nuova convenzione “è stata un po’ lenta. È una bella convenzione di diritto penale, un unicum nel panorama internazionale. Speriamo che diventi una delle convenzioni di successo aperte anche ai Paesi non membri, come diverse convenzioni di ultima generazione del Consiglio d’Europa. Sono testi originali, innovatori e che affrontano le nuove sfide con cui diritti dell’uomo, democrazia e stato si devono misurare. Sfide che vanno sostenute in ambito multilaterale. I singoli stati non sono in grado di fronteggiarle da soli. L’Italia – conclude – potrebbe davvero dare un esempio su questa convenzione. Abbiamo delle procedure e dei corpi di polizia che gli altri Paesi ci invidiano con un’esperienza enorme”.

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