“E’ una sconfitta per la città, per tutti quei romani che avevano visto la loro Villa Pamphili finalmente più viva e curata, con iniziative culturali e servizi efficienti. Ma la vicenda del Casale dei Cedrati dopo mesi di attesa vana e l’assoluta mancanza di risposte da parte del Comune e dei suoi uffici si chiude qui, siamo stati costretti a rescindere il contratto per tutelarci”. Giovanna Barni, presidente di CoopCulture che insieme ad associazioni e coop di cittadini aveva partecipato, vincendolo, al bando capitolino per il recupero e la riapertura all’insegna della cultura di questo bellissimo casale seicentesco situato nel parco, spiega che dopo un sequestro durato due anni e lunghi mesi di attesa aspettando invano (dopo mille solleciti) che dal Campidoglio e dal Municipio XII arrivassero segnali di vita ora non c’è più tempo. “La sentenza del Tar che ci dava ragione e bocciava i provvedimenti del Comune e la riconsegna del Casale da parte dell’autorità giudiziaria – continua Giovanna Barni – doveva essere seguita da un tavolo istituzionale che ci permettesse di riaprire come è nostro diritto, dopo aver eseguito alcuni piccoli lavori di ripristino che noi eravamo prontissimi a fare ma che andavano concordati. E invece nulla neppure una risposta neanche un rifiuto esplicito, solo silenzio di fronte alle nostre numerose istanze. Così non possiamo più andare avanti”.

LA STORIA

La storia del Casale dei Cedrati è quasi paradigmatica: il Casale era stato ristrutturato nel 2000 con i fondi del Giubileo, ma il Comune non aveva le risorse per tenerlo aperto. Così nel tempo le diverse amministrazioni comunali avevamo progettato di affidarlo, attraverso un bando pubblico, a organizzazioni esterne senza scopo di lucro con la finalità di farne un centro di produzione culturale. Il progetto prevedeva ampi spazi per attività culturali insieme a un punto di ristoro e un bookshop. Inaugurato nel dicembre del 2015 dopo lavori di risistemazione necessari per il lungo abbandono e costati 300.000 euro, concordati con la soprintendenza capitolina e con quelle statali, era rimasto aperto appena un paio di mesi in cui c’erano stati mostre (con numerosi giovani artisti che avevano lavorato in quegli spazi e nel parco), corsi di studio, lezioni di yoga, convegni e in cui era diventato un punto di riferimento per i tanti cittadini che amano Villa Pamphili e la frequentano. Poi il sopralluogo dei vigili e il sequestro con l’ipotesi di abusi edilizi.

Dopo un lungo iter il Tar ha stabilito l’illegittimità del comportamento delle amministrazioni capitoline e che nessun abuso è stato commesso. Se qualche difformità rispetto ai progetti iniziali ci fosse pur stata questa non poteva giustificare il sequestro e neppure la decisione del Campidoglio di revocare il contratto. A quello della giustizia amministrativa era seguita poi la decisione della magistratura penale che aveva restituito il Casale ai suoi legittimi concessionari, chiedendo loro di eseguire i lavori di ripristino concordemente con la Sovrintendenza. Scatta qui, negli ultimi mesi, il capitolo finale della vicenda con il costante e silenzioso rifiuto degli uffici capitolini di fissare quegli incontri necessari a permettere la riapertura.

“Abbiamo atteso tutto questo tempo – commenta Silvia Nono, tra gli animatori del consorzio Casale dei Cedrati – perché abbiamo sempre creduto in questo progetto. Centinaia di cittadini solo un mese fa hanno manifestato nel parco per chiedere la riapertura, in duemila hanno sottoscritto un appello ma non è successo nulla. La decisione di rescindere il contratto è dolorosa ma inevitabile, serve a tutelarci. Abbiamo subito pesanti danni economici e di immagine, ma il punto più dolente è stato il danno inferto alla città”.

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