Reggia Caserta MuseiCosa manca dal punto di vista gestionale ai musei autonomi per essere davvero autonomi? Il problema per molti è chiaro: quello che servirebbe è l’efficientamento del modello organizzativo che consegni ai manager culturali tutti gli strumenti disponibili per raggiungere gli obiettivi di carattere sociale, culturale e di welfare che sono connaturati al sistema museale. Occorrerebbe trasformarli, cioè, in imprese culturali a tutti gli effetti in forma di fondazioni come già ne esistono molte: dal museo Egizio di Torino al Maxxi di Roma e così via. Facendo rientrare così in questo quadro anche la gestione del personale. Ma a questo percorso manca ancora ‘un ultimo miglio’ per raggiungere la completa autonomia.

All’indomani del licenziamento di sei ‘furbetti del cartellino’ alla Reggia di Caserta, Mauro Felicori, direttore della residenza reale campana – ormai prossimo alla pensione già annunciata sui social -, ha detto che l’amministrazione del personale non è realmente nella disponibilità della direzione (sono dipendenti Mibac) e che per far funzionare davvero i musei autonomi bisognerebbe trasformarli in fondazioni. In questo modo si potrebbe anche applicare un contratto collettivo della cultura. Un’idea non nuova per il direttore della Reggia che l’aveva già lanciata nel corso della convention organizzata nel 2017 a Roma da Dario Franceschini in occasione dei due anni dalla nomina dei superdirettori dei musei autonomi nati con la sua riforma.

NON PROFITTO ECONOMICO, MA DIVIDENDO SOCIALE

Secondo Claudio Bocci, direttore di Federculture, Felicori “ha posto un tema essenziale nel discorso sull’impresa culturale orientata al servizio pubblico. Occorre compiere questo ultimo miglio – spiega ad AgCult -, ossia che questi musei possano diventare delle fondazioni con una forma giuridica di diritto privato ma al contempo con una missione orientata alla pubblica fruizione. Questo permetterebbe pure di applicare un contratto di lavoro tipo quello Federculture”. Occorre, aggiunge Bocci, “introdurre il concetto di fare impresa in un modello giuridico che è pensato non per fare profitto economico, ma per fare dividendo sociale”.

I DECRETI ATTUATIVI DELL’IMPRESA CULTURALE

Da qui – il passo è breve – si arriva ai decreti attuativi dell’impresa culturale e creativa che il Mibac deve pubblicare in attuazione della Legge di Bilancio 2018. La Finanziaria ha previsto infatti la nascita dell’impresa culturale e creativa assorbendo la proposta di legge Ascani (Pd) che non aveva avuto vita facile in Parlamento. La stessa Legge di Bilancio prevedeva l’emanazione di decreti ministeriali per definire nel dettaglio il profilo di queste imprese e i criteri per accedere al fondo (seppur molto esiguo) istituito ad hoc dal governo. “Siamo in attesa di questi decreti e ci auguriamo che emerga un profilo di fare impresa culturale in chiave di pubblica fruizione complementare all’impresa creativa”.

Bocci ricorda quindi l’esempio del Mann di Napoli. “Ponendo tra gli obiettivi del suo piano strategico anche quello di engagement di nuovi pubblici, il Mann ha trovato nel videogioco Father and Son un modello interessante di dialogo tra impresa culturale, che si pone correttamente gli obiettivi di estendere la fruizione ai diversi pubblici a cui si rivolge, e impresa creativa a cui ha commissionato uno strumento che gli permette di raggiungere questi risultati”.

IL TEMA DELLA GESTIONE

In questo senso, aggiunge Bocci, “credo sia utile una riflessione sull’esperienza dei musei autonomi che, complessivamente, hanno impresso una marcia in più alla gestione dell’offerta culturale del nostro paese. Cogliere l’occasione dei decreti attuativi e qualificarli ‘imprese culturali’ orientate alla pubblica fruizione sarebbe di grande aiuto”. Si tratta in ultima analisi di dare attuazione “agli artt. 112 e seguenti del Codice dei beni culturali e affrontare un tema cruciale per lo sviluppo a base culturale: la gestione. Una grande occasione per favorire, da un lato, la coesione sociale attraverso la partecipazione alla cultura di strati sempre più larghi della cittadinanza, e dall’altro – conclude il direttore di Federculture -, promuovere nuove imprese e nuovi bacini di occupazione, specie al Sud”.

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