Sisma LegambienteI tre eventi sismici che si sono succeduti a partire dal 24 agosto 2016 hanno inferto anche enormi colpi al Patrimonio Culturale: chiese, monumenti, edifici storici, affreschi, beni mobili quali tele, statue, materiale archivistico e librario, organi musicali storici, ma anche opere meno pregevoli ma care alla devozione popolare, presenti in migliaia di edifici ecclesiastici, nei numerosi musei civici e diocesani, nei palazzi sia pubblici che privati. Un patrimonio culturale capillarmente diffuso nelle quattro Regioni, tra le principali e preziose risorse per la rinascita economica, turistica e sociale dell’Appennino. E’ per questo che Legambiente ha realizzato un dossier che contiene il bilancio a due anni da quel fatidico 24 agosto affrontando, tra gli altri, anche l’aspetto del patrimonio culturale con un focus approfondito sulle Marche.

Se è vero che la successione degli eventi e la vastità dell’area colpita sono stati eccezionali è altrettanto vero, scrive Legambiente nel suo dossier, che “ci siamo fatti trovare impreparati, in particolare nelle Marche, la regione più colpita. Molte le falle che non hanno permesso il massimo dell’efficienza e dell’efficacia con cui dovremmo saper affrontare l’emergenza del recupero, salvaguardia e fruizione del patrimonio culturale. La differenza la fa il farsi trovare preparati in caso di emergenza. E’ evidente infatti la differenza di gestione del patrimonio salvato tra la Regione Umbria e le Marche. A partire dalla presenza di depositi temporanei ben attrezzati dove ricoverare le opere recuperate”. Una delle critiche più forti alla gestione dell’emergenza è infatti proprio quella alla mancanza di un deposito adeguato a conservare le opere recuperate dalle zone colpite dal sisma.

Ma Legambiente avanza anche un’altra critica: “l’azione svolta dal mondo del volontariato è stata contrastata e bloccata per molti mesi, mentre le opere rimanevano sotto le macerie e la neve. Se così non fosse stato molte altre opere si sarebbero potute salvare tra un evento sismico e l’altro”.

UMBRIA

La Regione Umbria con il terremoto del 1997 ha saputo attrezzarsi bene predisponendo un deposito in località Santo Chiodo presso Spoleto. Una struttura antisismica di circa 5000 mq attrezzato per una conservazione ottimale delle opere, dei beni archivistici, librari e per il restauro degli stessi. Grazie a una convenzione con il MIBACT, all’indomani del terremoto ha potuto ospitare e mettere in sicurezza già dal 25 agosto le opere recuperate, pari a circa 7 mila unità. Attualmente il deposito ospita anche le macerie di tipo A, quelle di valore storico-architettonico da riutilizzare nella ricostruzione.

ABRUZZO

Già fortemente compromesso dal Sisma del 2009, il danno al patrimonio culturale mobile nel sisma 2016/2017 è stato relativamente ridotto e le poche decine di opere, prelevate dalle chiese, sono state conservate nelle sedi indicate dalle rispettive Diocesi. Le altre opere recuperate sono nel deposito, attrezzato con un laboratorio di restauro, del Polo museale d’Abruzzo istituito dal MIBACT a Celano in località Paduli già utilizzato nel sisma del 2009.

LAZIO

La Regione Lazio non aveva un deposito attrezzato, ma l’Unità di crisi regionale (UCR) all’indomani del sisma è riuscita ad organizzarsi in tempi relativamente brevi utilizzando un capannone industriale in adibito precedentemente ad autoparco della scuola del Corpo Forestale dei Carabinieri di Cittaducale (RI), il quale ha richiesto importanti adeguamenti impiantistici e edilizi per la scarsa tenuta dell’acqua di un’area della copertura del capannone. Il 18 maggio 2018 è stato inaugurato nello stesso sito, utilizzando l’immobile precedentemente preposto alla falegnameria, il laboratorio di restauro delle opere d’arte colpite dal sisma.

MARCHE

In questa regione c’è una vera e propria emergenza sullo stato di conservazione dei beni sottratti alle macerie, spiega Legambiente. “Il Ministero centrale dei Beni Culturali dovrebbe porre una particolare attenzione al rischio concreto di compromissione di parte del patrimonio salvato perché, come evidenziato dallo stesso Segretario a capo dell’Unità di crisi regionale delle Marche non è tutto in sicurezza. Le preoccupazioni e gli allarmi che abbiamo lanciato periodicamente come Legambiente, operando sul campo con i nostri gruppi di protezione civile, vengono purtroppo confermati dalla relazione presentata a metà luglio dal Segretario dell’Unità di crisi Regionale Marche. Troppe le falle del sistema che non ha retto alla straordinarietà degli eventi e alla vastità dell’area colpita in questa regione”.

Dei 13.211 beni mobili complessivamente recuperati solo 1.563 si trovano in 2 depositi gestiti dal MIBACT. Uno è la Mole Vanvitelliana di Ancona, data in concessione gratuita al MIBACT dal Comune di Ancona ed ospita 1.423 beni, l’altro è il Forte Malatesta di Ascoli Piceno di proprietà del Demanio dato in concessione al Comune di Ascoli Piceno, sede del Museo Civico che ai piani inferiori ospita i restanti 140 beni. Gli altri 11.648 sono in luoghi di ricovero vari: tre depositi nella Diocesi di Camerino, due depositi nella Diocesi di Ascoli Piceno, uno nella Diocesi di Fermo, un deposito nel comune di Amandola, uno nell’Istituto Campana a Osimo. E poi “altri luoghi di ricovero temporaneo”, per esempio “conventi annessi alle chiese danneggiate”. E’ evidente che questi luoghi non sono tutti adeguatamente attrezzati per assicurare la massima sicurezza ai beni salvati. Nello stesso deposito della Mole Vanvitelliana di Ancona, è detto chiaramente nella relazione, che solo per una parte delle opere, le più gravi, si è provveduto a sostituire gli imballi di prima emergenza e sono state oggetto di un pronto intervento in attesa del restauro definitivo.

E’ scritto nero su bianco nella relazione sulle attività di resoconto dell’UCCR Marche all’UCCN datata 17 luglio 2018, che dal 2015 l’Unità di Crisi delle Marche, così come previsto dalla Direttiva Franceschini del 23 aprile 2015, si è attivata per cercare un luogo da destinare a deposito dei beni recuperati da eventi calamitosi di proprietà statale-demaniale ma, nonostante i solleciti anche ultimi (14 /03/2018), non hanno ancora ricevuto risposte. “E’ una vera e propria débâcle per le istituzioni nazionali e regionali – commenta Legambiente -. La relazione evidenzia inoltre, se non bastasse, che non è possibile esaudire le richieste di trasferimento di fondi archivistici e librari per permettere gli interventi sugli edifici perché non è stato ancora individuato il deposito, provocando così ulteriori ritardi nella ricostruzione. Mancano spazi adeguati per ricoverare i numerosi organi storici che giacciono nelle chiese danneggiate. Numerosi sono ancora gli affreschi su cui intervenire con velinature o con la raccolta dei frammenti dalle macerie”.

I problemi però non finiscono qui: la scarsezza del personale competente e preparato ad operare in emergenza ha corroso le capacità di intervento dell’UCR delle Marche, un grosso deficit che ancora oggi non è stato colmato. A ciò si aggiunge “un’ostinata incapacità di creare una fattiva collaborazione fra istituzioni, tra l’UCR, la Regione Marche e la Conferenza Episcopale Italiana. Sollecitiamo, quindi – prosegue Legambiente -, una seria analisi di ciò che non ha funzionato sia per porre subito rimedio sia per meglio attrezzarsi in caso di altre emergenze”.

Sono stati centinaia i volontari formati che hanno prestato migliaia di ore di volontariato gratuito e qualificato, gruppi nati in risposta al terremoto del 1997 nelle Marche e in Umbria, fiore all’occhiello per la Regione Marche. “Eppure in questa occasione l’azione svolta dal mondo del volontariato è stata contrastata e bloccata per molti mesi, mentre le opere rimanevano sotto le macerie e la neve. Se così non fosse stato molte altre opere si sarebbero potute salvare tra un evento sismico e l’altro. Va rivista, in maniera profonda, l’organizzazione logistica e del lavoro da parte del sistema Unità di crisi nazionale del Ministero dei Beni culturali in caso di emergenza. Una forte criticità è stata rappresentata dalla distanza tra il centro organizzativo (Ancona) e i territori colpiti con enormi perdite di tempo. Né sono mancati duplicazioni di sopralluoghi”.

“Sappia il Ministro Bonisoli – conclude Legambiente – che le Marche è ancora in emergenza e che ci aspettiamo un suo deciso interessamento, perché una buona parte del patrimonio culturale marchigiano aspetta ancora di essere messo in sicurezza. Aiuti anche le istituzioni regionali a predisporre un piano di gestione dei beni recuperati da rendendoli fruibili nei territori di appartenenza in depositi attrezzati con laboratori e spazi polifunzionali, aperti alle scuole, alla popolazione, ai restauratori, alle università, capaci di creare occupazione e flussi turistici”.

LEGAMBIENTE MARCHE

“Nella nostra regione – commenta Francesca Pulcini, presidente di Legambiente Marche – è ancora in corso una vera e propria emergenza sullo stato di conservazione dei beni sottratti alle macerie. Aspettiamo ancora un piano concreto di messa in sicurezza, di gestione dei beni recuperati e una prospettiva per la loro fruibilità futura. È giunto il momento di pensare e ragionare, insieme alla comunità e a tutti i portatori di interesse, su quella che sarà la nuova geografia dei beni culturali in questa regione e di disegnare uno scenario di nuovi edifici e contenitori in cui mettere in mostra le opere, che già ora sono in condizione di essere esposte, che veda il coinvolgimento delle comunità locali. Ciò significherebbe dare una prospettiva forte e concreta per costruire piani di promozione turistica e punti di riferimento per la cittadinanza colpita”.

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Approfondimenti:

Il Dossier di Legambiente a due anni dal sisma

La relazione della UCCR Marche

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