San Giuseppe dei Falegnami Roma tutela
Foto Vigili del Fuoco

Italia Nostra, l’Associazione Nazionale per la tutela del Patrimonio Storico, Artistico e Naturale della Nazione, scrive una lettera al ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli affinché compia nell’ambito della tutela del patrimonio culturale italiano “scelte tese a confortare uomini e funzionari, alti dirigenti e Soprintendenti scegliendo con determinazione le tante eccellenze di cui il Ministero dispone, per metterle alla guida del suo atteso rilancio”. Ma ancor di più “far sentire che non sono più soli, poiché la tutela è legalità e oggi serve una forte dichiarazione politica di ritorno alla legalità per riconquistare lentamente le posizioni perdute”.

L’Associazione, nella missiva firmata dal presidente Oreste Rutigliano, considera “i tre anni di Franceschini un periodo oscuro per i beni culturali. Speriamo che il nuovo ministro vorrà porre rimedio alle conseguenze derivatene”.

Il testo della lettera:

“Riteniamo sia necessario ripartire da quanto successo in un recente passato, nel quale un presidente del Consiglio di ministri definiva la parola ‘Sovrintendente’ (sic), uno dei più odiosi vocaboli di tutto il vocabolario della burocrazia.

Ricordare che altri ministri, a loro volta, hanno operato a livello legislativo e politico con il dichiarato scopo di ‘depotenziare le Soprintendenze’.

Da ultimo constatare che una serie di decreti di riorganizzazione ad opera del precedente ministro dei Beni Culturali hanno fortemente destabilizzato un sistema che si era affermato e consolidato nel corso di un secolo.

Da ogni nuova misura dell’ex ministro Franceschini usciva un modello organizzativo che quanto più affermava una valorizzazione molto gridata, tanto più finiva per deprimere la tutela. Si è giunti perfino al tentativo di sottrarre ai Soprintendenti del territorio la firma dei decreti di vincolo, per porli sotto all’anacronistica autorità dei Prefetti.

Consideriamo i tre anni di Franceschini un periodo oscuro per i beni culturali. Speriamo che il nuovo ministro vorrà porre rimedio alle conseguenze derivatene. Di questo periodo oscuro più di ogni altra cosa ci ha colpito il silenzio assoluto dell’ex ministro Franceschini di fronte al grande misfatto del DLGS 30 giugno 2016 n. 127 cd riforma Madia, che ha modificato la normativa della conferenza di servizi di cui alla L. 241/90 e ha introdotto la figura del Rappresentante Unico delle amministrazioni dello Stato (art. 14 ter).

In sede di Conferenze di servizi, il funzionario del MiBAC aveva un tempo il diritto di poter salvaguardare col suo parere tecnico-discrezionale il bene culturale e paesaggistico, con parere obbligatorio e vincolante, preminente su tutti gli altri. Con le successive modifiche questo parere viene manipolato e sterilizzato da una sintesi operata dal Rappresentante unico della Presidenza del Consiglio sulla base di una nebulosa comparazione di interessi pubblici espressi dalle Pubbliche Amministrazioni statali.

Interessi di grande peso politico-economico, contro interessi collettivi dei cittadini di assai più alto contenuto etico morale e culturale, in aperto contrasto con la costante giurisprudenza della Corte costituzionale la quale, da tempo, aveva sancito che: ‘la tutela ambientale e paesaggistica […] precede e comunque costituisce un limite alla tutela degli altri interessi pubblici assegnati alla competenza concorrente delle regioni in materia di governo del territorio e di valorizzazione dei beni culturali e ambientali’. (Corte Costituzionale, sentenza n. 367, del 7 novembre 2007).

L’attacco alla missione del MiBAC per l’attuazione della articolo nove della costituzione, viene peraltro da assai lontano e ha trovato terreno fertile nella prepotente irruzione di Regioni e Comuni, pronti a reclamare il potere di agire senza condizionamenti di sorta nei propri territori. E che nella cinghia di trasmissione partitica Governo-Enti Locali ha visto le Soprintendenze perdere autorevolezza e credibilità. Oggi non più rappresentanti della Autorità dello Stato nel primario compito di affermare una concezione unitaria e nazionale della tutela, ma succubi di poteri forti.

Entro questo quadro, ci attendiamo scelte tese a confortare uomini e funzionari, alti dirigenti e Soprintendenti scegliendo con determinazione le tante eccellenze di cui il Ministero dispone, per metterle alla guida del suo atteso rilancio. Ma ancor di più far sentire che non sono più soli, poiché la tutela è legalità e oggi serve una forte dichiarazione politica di ritorno alla legalità per riconquistare lentamente le posizioni perdute.

Questo ci sentiamo di dire, dalla nostra avanzata frontiera, ove le nostre 200 combattive sezioni, invece di potersi rivolgere al MIBAC per ottenere legalità nella tutela, sono costrette, in modo anomalo e costoso, ad invocare la tutela e la legalità perduta, intrinseca all’art. 9 della Costituzione, presso i tribunali della Repubblica.

Poiché il tribunale della bellezza, che dovrebbe aver sede nel MiBAC, sembra essere divenuto assai traballante sotto le spinte politiche dei precedenti Governi”.

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