Ogni grande città moderna si trova oggi a confrontarsi con la gestione delle diversità culturali, con l’integrazione dei migranti e con il rapporto con le minoranze. Il Consiglio d’Europa individua proprio nella cultura la chiave per affrontare questi temi. E non si tratta solo (e non sarebbe comunque poco) di crescita culturale, ma anche e soprattutto di sviluppo economico e sociale, dimostrato dai numeri. Il vice segretario generale del Coe, Gabriella Battaini-Dragoni, illustra ad AgCult il programma Città interculturali a margine della tredicesima edizione dei Colloqui internazionali di Ravello Lab, in corso nella località campana dal 25 al 27 ottobre.

LA CULTURA CONVIENE

“Nelle città interculturali – spiega Battaini-Dragoni – si utilizza la cultura come strumento di integrazione. La diversità viene vista come un’opportunità e un vantaggio per far sì che l’integrazione riesca meglio, che non ci siano ghetti, che le persone che arrivano possano arricchire il patrimonio del luogo che li accoglie. Facendo così c’è un utilizzo della cultura che ognuno porta con sé che genera profitto anche dal punto di vista socio economico oltre a un’opportunità di crescita culturale”. La cultura quindi con le città interculturali è conveniente? “In base ai nostri dati statistici il reddito dei cittadini che vivono nelle città interculturali europee è in media più elevato di quello delle realtà che scelgono politiche restrittive e chiuse”.

GESTIRE LA DIVERSITA’

Il problema che si pone per tutte le città è come porsi di fronte alla diversità. “La soluzione – aggiunge il vice segretario – risiede nel modo in cui gestiamo questa diversità. La escludiamo e la ghettizziamo oppure la facciamo entrare nel tessuto urbano per avere situazioni di benessere diffuso, calma, sicurezza senza conflitti, possibilità di accesso al lavoro? Perché questo accada è necessario – sottolinea Battaini-Dragoni – che le governance delle città interculturali abbiano un sindaco che si impegni in questo senso, un coordinatore delle politiche sociali, educative e del lavoro, occorre evitare i ghetti e distribuire sul territorio questa popolazione, garantire l’accesso allo studio e alla scuola. Poi accordi con il mondo del lavoro. Insomma, una forma di integrazione delle politiche settoriali che permetta a queste persone di essere riconosciute e che maturino la voglia di partecipare alla vita della città che li ha accolti. Questo meccanismo fa contenti tutti”.

IL PROGRAMMA

Il programma Città interculturali supporta le città nella revisione delle loro politiche attraverso un obiettivo interculturale e lo sviluppo di strategie interculturali complete per aiutarle a gestire la diversità in modo positivo e realizzare il vantaggio della diversità. Il programma propone una serie di strumenti analitici e pratici per aiutare gli attori locali attraverso le varie fasi del processo.

Il Consiglio d’Europa definisce le policy e gli standard da mettere in atto, organizza corsi di formazione per gli amministratori, si attivano seminari in cui vengono presentate buone pratiche di altre città per definire anche gli ostacoli e le difficoltà da superare e comprendere i risultati raggiunti.

Il Programma si sta diffondendo in altri continenti oltre l’Europa. “Abbiamo città in Canada, negli Stati Uniti, in Messico, in Israele, in Australia e in Giappone. Constatiamo quanto sia importante per i sindaci assicurare una coesione sociale e il benessere per tutti i cittadini. Sono le città stesse a candidarsi per adottare questo modello, condiviso e sperimentato. C’è una voglia di stare bene tutti insieme ed evitare i conflitti”.

Al Programma hanno già aderito 27 città italiane. La prima è stata Reggio Emilia cui si sono aggiunte mano mano le altre. Tra queste, città del calibro di Milano, Genova, Torino, Venezia, Palermo, Messina.

Battaini-Dragoni ne è certa: “È l’unico modello vincente. Chi non lo riconosce si troverà purtroppo ancora a spendere per ghettizzare, ad avere conflitti sociali, ad avere problemi di sicurezza. Le città interculturali investono al contrario nella direzione opposta: per garantire l’educazione, integrazione e sviluppo. E il risultato è molto diverso”.

ALTRI RISULTATI

I risultati e l’impatto del programma ICC sono stati misurati diverse volte dal suo avvio nel 2008. I più rilevanti di questi studi di valutazione sono stati condotti nel 2014 (sulla base del parere degli utenti) e 2017 (sulla base di una correlazione statistica di rilevanza scientifica indicatori).

Lo studio di valutazione condotto dalla Direzione per la supervisione interna del Consiglio d’Europa nel 2014 ha rilevato, tra l’altro, che le città utilizzano hanno acquisito conoscenze, tecniche e buone pratiche nella gestione della diversità culturale dalla guida del Coe e lo scambio con altre città. Il Programma ha dato il via alla creazione di reti e partnership tra città che condividono la stessa prospettiva, a volte portando a progetti interculturali congiunti.

Le città membri del Programma hanno scoperto che l’approccio Diversity Advantage ha contribuito a notevoli cambiamenti a livello della società cittadina. Hanno osservato un miglioramento della coesione sociale, in particolare per quanto riguarda i migliori rapporti di vicinato, una maggiore apertura e tolleranza tra la popolazione cittadina nei confronti dei migranti e / o delle minoranze e una minore intensità dei conflitti.

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