Imprese culturali RavelloQuello su cui si sta dibattendo è definire e qualificare l’impresa culturale. Ma non è più possibile definirla attraverso un quadro statico che finirebbe allo stesso tempo per limitarla. Lo spiega ad AgCult Stefania Averni, consulente di Federculture e membro del Gruppo di lavoro ‘Economia e cultura’ del Consiglio nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti contabili. Averni fa parte anche del gruppo di lavoro ‘Arte e cultura’ dell’Associazione “Economisti e Giuristi Insieme” tra il Consiglio dei commercialisti, il Consiglio nazionale del Notariato e il Consiglio nazionale Forense.

DEFINIRE L’IMPRESA CULTURALE

Per definire l’impresa culturale la domanda non è tanto chi è l’impresa culturale ma cosa fa l’impresa culturale. O meglio ancora, cosa deve fare l’impresa culturale per meritare tale qualifica. “La redazione di un bilancio sociale obbligatorio – evidenzia Averni – dovrebbe rafforzare questo concetto poiché il predetto bilancio è di per sé il risultato di un processo dinamico che definisce obiettivi dichiarati a priori che debbono produrre risultati attesi”.

Il concetto dell’impresa classica definita come una organizzazione di mezzi votata alla realizzazione di un profitto economico “fa sì che sia chiaramente identificabile in ragione di un obiettivo univoco ‘la remunerazione del capitale investito’”. Questo non vale per l’impresa culturale. “Essa, innanzitutto, è espressione di un mondo vario e vasto e con molte diversità al suo interno, il che rende difficile raggiungere una codifica esaustiva. Ma soprattutto i risultati e il modo di raggiungerli non sono univoci. Va identificato un percorso su misura calato nell’ambiente in cui l’impresa culturale opera”.

I fattori da tenere in considerazione sono tantissimi, chiarisce Averni. “Per questo, occorre aver presente non più la necessità di definire un strumento statico, ma quella di individuare un processo dinamico, da accompagnare e favorire, che produca risultati che arrivino a definire un bilancio sociale”.

Tuttavia, si ragiona ancora “sulla definizione di uno strumento laddove si dovrebbe invece lavorare sulla definizione, implementazione e monitoraggio di processi di cui occorre verificare ciò che si è prodotto e cercare di valutare quello che sarebbe avvenuto con o senza l’impresa culturale”.

GLI OBIETTIVI DELL’IMPRESA CULTURALE

Occorre definire, quindi, “cosa l’impresa culturale deve fare”. Gli obiettivi sono ormai conclamati: incentivare il consumo culturale, aumentare la consapevolezza nella popolazione della sua identificazione culturale, favorire l’inclusione sociale, contribuire alla formazione e all’educazione dei giovani. “Ma si potrebbero attribuire all’impresa culturale – spiega ancora Averni – obiettivi più direttamente legati a risultati di tipo economico. Ad esempio aumentare l’utilizzo dei fondi destinati alla progettazione culturale da parte delle imprese. La perdita di risorse assegnate dall’Unione Europea è una piaga grossa del nostro Paese”. E ancora, “rilanciare le attività economiche artigianali legate al territorio, favorendo l’aggregazione di imprese superando il problema della tendenza all’individualismo”.

L’ACCOUNTABILITY

Le attività delle imprese culturali devono rispettare il requisito dell’accountability. “Sarebbe opportuno che la legge imponesse alle imprese culturali di dichiarare in maniera trasparente gli obiettivi perseguiti, le attività svolte e le strategie adottate per il perseguimento dei predetti fini e ultimo ma non ultimo i criteri posti alla base della misurazione dei risultati. Quindi non solo cosa fanno le imprese, ma come lo fanno. È fondamentale per questo – conclude Stefania Averni – puntare sulla formazione”.

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