musei tecnologia digitaleIl Digital Cultural Heritage è parte integrante del Patrimonio Culturale ed espressione propria dell’era digitale contemporanea. Tuttavia, la Convenzione di Faro che dal 9 gennaio approderà nell’aula del Senato – per quanto riguarda la dimensione digitale (art. 14) -, è coerente con il ruolo del digitale del 2005, ma desueta rispetto alla discussione oggi in atto in Europa sul patrimonio culturale digitale. E’ l’opinione della Rete DiCultHer che chiede pertanto che Governo e Parlamento intervengano per aprire una riflessione politica sul nuovo ruolo del digitale come definito nei documenti dell’UE dal 2014 ad oggi.

Altrimenti, spiegano gli animatori della Rete, la ratifica della Convenzione risulterà del tutto “decontestualizzata e anacronistica, in quanto l’attuale ecosistema digitale continuerà a essere identificato in funzione meramente strumentale per la valorizzazione del patrimonio culturale tangibile e intangibile rispetto alle nuove entità culturali digitali che costituiscono invece la memoria del tempo che viviamo”. In questo modo, l’Italia potrebbe essere “il primo Paese in Europa che ‘traghetta’ la Convenzione nella modernità, in una visione coerente con i documenti dell’UE dal 2014 e del 2017 (ovviamente per ciò che riguarda la dimensione del digitale nel CH)”.

IL DIGITALE E LA CONVENZIONE DI FARO

La Convenzione di Faro, in corso di approvazione e ratifica in tutti i Paesi dell’UE, rappresenta un documento cruciale che, dal 2005, ha innescato una profonda rivisitazione del concetto di Patrimonio Culturale, non più da intendere come un insieme di oggetti e beni (che siano essi materiali e immateriali), ma come una rete articolata di relazioni fra comunità e patrimonio culturale. “Una rivisitazione che segna una vera e propria svolta epocale nel concetto stesso di Patrimonio Culturale, ma proprio per questo, alla luce della rutilante evoluzione che il digitale ha avuto negli ultimi 15 anni, apre uno scenario che oggi diventa particolarmente delicato, visto il ruolo assolutamente marginale e meramente strumentale che in essa gli è riservato all’Art. 14”. Ovviamente, è evidente come la dimensione contemporanea del digitale non potesse essere presa in considerazione, né ipotizzata, al momento della redazione della Convenzione di Faro.

Articolo 14 – Eredità culturale e società dell’informazione
Le Parti si impegnano a sviluppare l’utilizzo delle tecnologie digitali per migliorare l’accesso all’eredità culturale e ai benefici che ne derivano:

  • potenziando le iniziative che promuovano la qualità dei contenuti e si impegnano a tutelare la diversità linguistica e culturale nella società dell’informazione;
  • favorendo standard internazionali per lo studio, la conservazione, la valorizzazione e la protezione dell’eredità culturale, combattendo nel contempo il traffico illecito dei beni culturali;
  • adoperandosi per abbattere gli ostacoli che limitano l’accesso alle informazioni sull’eredità culturale, specialmente a fini educativi, proteggendo nel contempo i diritti di proprietà intellettuale;
  • riconoscendo che la creazione di contenuti digitali relativi all’eredità culturale non dovrebbe pregiudicare la conservazione dell’eredità culturale attuale.

Secondo DiCultHer, se la Convenzione sarà approvata così com’è, senza aprire contestualmente una riflessione politica sul nuovo ruolo del digitale come definito nei documenti dell’UE dal 2014, essa risulterà “del tutto decontestualizzata e anacronistica”.

Un nodo problematico, che rischia di portare a un contrasto con il digitale oggi quanto mai inedito, in quanto “si creerebbe proprio nel momento in cui le istanze comunitarie lo definiscono invece come parte integrante del Patrimonio Culturale ed espressione propria dell’Era Digitale contemporanea”.

DICULTHER

La Scuola a Rete DiCultHer ha avviato – sin dalla sua costituzione nel febbraio 2015- una serie di azioni e riflessioni per ripensare i processi di digitalizzazione e di co-creazione del digitale quali espressioni sociali e culturali dell’epoca contemporanea, nella prospettiva di concorrere alla creazione delle competenze necessarie per una autentica Cultura Digitale che consenta, tra l’altro, di individuare approcci e metodi per identificare il Digital Cultural Heritage (DCH) tra le entità digitali create fino a oggi e in produzione, basandosi su criteri chiari e omogenei per validarle e certificarle come memoria e fonti di conoscenza.

In particolare per quanto attiene il DCH, DiCultHer nel corso delle numerose riflessioni pubbliche di questi ultimi due anni ha elaborato una prima possibile definizione del Digital Cultural Heritage quale: “ecosistema di processi, entità, fenomeni Born Digital e Digitalizzati che, essendo stati certificati e validati, fin dalla loro genesi contengano le caratteristiche indispensabili a qualificarli potenziali testimonianze, manifestazioni ed espressioni dei processi evolutivi che identificano e connotano ciascuna comunità, contesto socio culturale, ecosistema semplice o complesso dell’Era Digitale, assumendo la funzione di memoria e fonte di conoscenza per le generazioni future”.

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