Domenica 13 gennaio alle 17 – presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (Via Gramsci 73) – l’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia in collaborazione con la Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane presenterà “Un patrimonio sulle spalle” e “Prodigio in slow motion”. Si tratta di due esperimenti cinematografici sul peso del mondo incentrati sulla Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane, dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, e sulla Corsa dei Ceri a Gubbio.

Interverranno Leandro Ventura (Direttore dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia), Fabio De Chirico (Referente per il Piano per l’Arte Contemporanea del MIBAC), Stefania Baldinotti (Funzionario antropologo del MIBAC), Maria Fratelli (Dirigente Unità Case Museo e Progetti Speciali del Comune di Milano), Patrizia Nardi (Responsabile tecnico scientifico progetto UNESCO per la Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane), Francesco De Melis (Regista e compositore) e Patrizia Giancotti (Antropologa).

UN PATRIMONIO SULLE SPALLE

Un film sulla Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane decretata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità

Una bambina svettante nel cielo di Palmi, una macchina lucente come il cuore di Santa Rosa a Viterbo, otto torri danzanti che penetrano il cielo a Nola, undici candelieri che piroettano legando a sé tutta la popolazione con nastri colorati a Sassari. Le macchine a spalla sono quelle impressionanti strutture processionali portate sulle spalle da centinaia di persone nel corso di celebrazioni religiose caratterizzate da un’intensa partecipazione collettiva, profondamente radicate nella tradizione mediterranea. Tra queste, La Macchina di Santa Rosa di Viterbo, i Gigli di Nola, la Varia di Palmi e i Candelieri di Sassari, formano, dal 2005, la “Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane”, che, per audacia, spettacolarità e bellezza delle sue varie imprese è stata decretata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità, nonché “modello e fonte di ispirazione” per le candidature a venire a connotazione immateriale. Questi trasporti eccezionali, metafora della fine e del nuovo inizio, animati da una pulsione estrema verso l’impresa impossibile, sono al centro delle feste della “Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane” che, chiudendo enfaticamente un ciclo e aprendone un altro, cadenzano il calendario annuale delle comunità protagoniste di tali impressionanti eventi collettivi.

Un patrimonio sulle spalle, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, è concepito con l’intenzione di comunicare al pubblico una percezione contemporanea dei quattro trasporti, con un senso di circondamento audiovisuale e di partecipazione emotiva e musicale: non a caso, è stato girato dall’antropologo-cineasta Francesco De Melis “dall’interno” e con la tecnica della “macchina a spalla”. Scandito da un incessante contrappunto di immagini e suoni prelevati “fisicamente” dal cuore delle feste nel corso della ricerca sul campo effettuata allo scopo, il lavoro mira a far vivere una simultaneità dell’esperienza non solo visiva, ma relativa a tutte le sonorità delle feste, come se le quattro cerimonie confluissero in un’unica partitura, per restituire al pubblico l’intensità del trasporto vissuto in prima persona, dal punto di vista e dal “punto di udito” degli stessi portatori. In un rocambolesco divenire, sotto il peso monumentale delle altissime strutture votive, al culmine della fatica fisica e all’apice dello slancio spirituale, i portatori delle quattro cerimonie vengono letteralmente calamitati verso la fine con una irresistibile pulsione collettiva, in cui sembrano riecheggiare le parole sapienziali del grande mistico medioevale Meister Eckhart: “Più il pozzo è profondo, più nel contempo è alto, giacché abisso ed elevazione sono una cosa sola.”

PRODIGIO IN SLOW MOTION

Visibile e invisibile nella Corsa dei Ceri a Gubbio – Sequenze video per un’installazione

E’ una corsa spericolata quella dei tre ceri portati a spalla dalla piazza di Gubbio fino ai quasi mille metri della chiesa di Sant’Ubaldo, un inseguimento spasmodico al quale partecipa la popolazione al completo. Tradizionalmente celebrata in onore del patrono, si tratterebbe della trasformazione di un’originaria offerta in cera da parte degli eugubini suddivisi nel Medioevo in corporazioni di mestiere, che portavano, oltre a quello di sant’ Ubaldo, anche il cero di Sant’Antonio e quello di San Giorgio. Secondo altre ipotesi il nome della festa deriverebbe invece dalla dea Cerere, il cui culto precristiano è documentato, legata al risveglio della primavera e alla celebrazione dello spirito arboreo. In ogni caso, la particolarità che fin dal 1160 contraddistingue il trasporto rituale di Gubbio è la sua fulminea velocità. In questo esperimento cinematografico concepito per una installazione, mostrato in anteprima al pubblico della Galleria d’Arte Moderna, si è scelto viceversa di spogliare l’evento eugubino della sua peculiare rapidità.

Sarà invece la lentezza, la cifra poetica scelta per “vedere” a fondo nel convulso e imponente movimento di popolo, e la qualità del ralenti a penetrare i meccanismi di interazione e condivisione, di solidarietà e competizione, fino a scomporre l’azione per trovarne, nella dilatazione, la primaria tessitura antropologica. Lo sforzo sovraumano, i gesti collettivi, la micro-mimica individuale, messi in evidenza da una camera RED in grado di filmare piani sequenza a 180 fotogrammi al secondo, conducono chi guarda dentro un mondo parallelo a quello dell’azione in tempo reale, un mondo sospeso e ieratico, invisibile a occhio nudo, che ci rivela l’altra dimensione di questo complesso rito collettivo. Il flusso delle immagini, ad altissima risoluzione, “danza” sul contrappunto di tutti gli elementi sonori della festa: una musica che deriva dal missaggio dell’ampio ventaglio timbrico dei suoni rituali. Qui non si tratta di azioni performative, di effetti speciali volti a riprodurre l’eco emotiva di una celebrazione, ma del rito vero e proprio, arcaico e immutato, nel quale, grazie a questa intuizione espressiva dell’autore, il pubblico è invitato ad “entrare”. Partendo da questa poetica, il film, girato nel corso dell’ultimo quindici maggio sotto una pioggia battente, s’incentra sugli aspetti cinesici, prossemici, teatrali e musicali della Corsa dei Ceri a Gubbio, e sembra confermare la lampante riflessione di Merleau-Ponty secondo la quale il vedere deve essere, per principio, “vedere più di quanto si veda.”

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