Nella Legge di Bilancio 2019 c’è una norma, nel piano di dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico, che non ha raccolto la giusta attenzione di politici e commentatori. Si tratta della possibilità di cedere un immobile pubblico di interesse culturale senza che le Soprintendenze possano esprimersi sul rispetto dell’accordo di valorizzazione sottoscritto tra la pubblica amministrazione e il nuovo proprietario. Una volta conclusi gli interventi sul bene, questo compito di controllo viene affidato ai Comuni.

Sia chiaro, non parliamo di quei beni indisponibili (beni archeologici insieme a quelli previsti dall’art. 54 del Codice dei Beni culturali), ma di tutti quei beni che, pur considerati di interesse culturale, rientrano nella lista del patrimonio che può essere commercializzato.

COME FUNZIONA OGGI

Finora, le dismissioni avvengono con un accordo di valorizzazione in cui possono rientrare anche i beni culturali. Esiste infatti una categoria di immobili – esclusi, come detto, quelli inalienabili – che può essere ceduta senza perdere la qualifica di bene culturale. In questi casi, si procede con un accordo di valorizzazione in cui il Mibac pone dei paletti e condizioni, in cui di fatto si giustifica anche il perché l’immobile viene ceduto. Con la Legge di Bilancio 2019 questa parte resta. Viene superata invece la parte che, a posteriori, affida alle Soprintendenze la verifica del rispetto dell’accordo e della natura dell’immobile.

Poniamo, ad esempio, che l’accordo alla base dell’alienazione di un bene preveda una valorizzazione dell’immobile attraverso un nuovo utilizzo come centro culturale e con una parte destinata alla ricettività con finalità turistiche. Oggi, una volta realizzato l’intervento, la Soprintendenza deve verificare e certificare che gli interventi eseguiti siano compatibili con quell’accordo di valorizzazione sottoscritto a monte e che abbiano rispettato la natura dell’immobile e le sue caratteristiche storico-artistiche.

COME FUNZIONERA’ DOMANI

Con la nuova norma contenuta nella Manovra, invece, dopo l’accordo di dismissione dell’immobile, la Soprintendenza scompare perché si afferma al comma 431(*) che “gli interventi edilizi” (di trasformazione dell’immobile) se conformi dal punto di vista urbanistico alle destinazioni previste dagli strumenti di pianificazione “sono assentibili in via diretta”. Vale a dire, non richiedono l’intervento di altre amministrazioni, ivi compresa la Soprintendenza. L’ok finale, quindi, lo dà solo il Comune dove ha sede l’immobile.

La norma potrebbe rientrare in un piano di semplificazione burocratica, ma porta con sé evidenti criticità. A cominciare dal fatto che si toglie a un soggetto, con caratteristiche tecniche e scientifiche in grado di valutare questo tipo di interventi, il compito di verifica e lo si affida ad amministrazioni che non sempre accolgono al loro interno le professionalità adeguate a questo compito, soprattutto nel caso dei Comuni più piccoli. Va anche detto che, ancorché esistano tutti gli strumenti per reagire a posteriori ad eventuali ‘errori o negligenze’, il rischio evidente è quello di rincorrere un obiettivo che si sarebbe potuto ottenere lasciando il via libera finale alle Soprintendenze.

IL PRECEDENTE

Una misura simile – anche se in quel caso il clamore fu ampio – arrivò vicina all’approvazione l’anno scorso, nel corso dell’esame della Legge di Bilancio 2018, l’ultima del governo Gentiloni. In quella circostanza, un emendamento del governo alla Manovra prevedeva che, nel caso di cessione diretta di un bene immobile dello Stato ad uno Stato estero, l’Agenzia del Demanio fosse autorizzata a cedere il bene con decreto del presidente del Consiglio dei ministri di concerto “con il ministro dei Beni culturali e del turismo”, nell’ipotesi si trattasse di immobili appartenenti al demanio culturale e “fermo restando quanto previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio“.

Proprio quella dicitura (‘fermo restando quanto previsto dal Codice dei beni culturali’) che manca nella Manovra e che finisce per mettere in discussione il ruolo delle Soprintendenze. E non è neanche sufficiente il comma 424 che recita ”le cessioni sono disciplinate dalla normativa vigente e nel rispetto del codice dei beni culturali e del paesaggio” perché riguarda, appunto, le cessioni e quindi il regime di inalienabilità e gli accordi, non i successivi interventi sugli immobili.

Ma tornando al caso della precedente legislatura, si trattava della possibilità di vendita di un solo bene, ed in particolare di Palazzo Caprara in via Venti Settembre, già sede dell’ufficio di stato maggiore della difesa che sarebbe passato al Qatar. Per bloccare quella norma, che fece saltare sulla sedia molti commentatori dell’epoca, scese direttamente in campo – a quanto apprende AgCult – l’allora ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che fece ritirare l’emendamento dell’esecutivo. Il rischio era proprio che – pur prevedendo la norma l’assenso del ministro dei Beni Culturali – una volta ricevuto quel via libera si sarebbe potuto procedere alle dismissioni senza ulteriori verifiche. Un rischio che sembra assai più concreto oggi con la norma contenuta nella Legge di Bilancio attuale.

Approfondimenti:

Il testo della Legge di Bilancio 2019

 

*  Comma 431 che disciplina gli interventi edilizi sugli immobili dismessi

Al fine di favorire la valorizzazione degli immobili pubblici, nonché il rilancio degli investimenti nel settore, l’articolo 3, comma 15, del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410, si interpreta nel senso che, oltre a quanto consentito dai provvedimenti adottati all’esito delle conferenze di servizi e dagli accordi di programma di cui al predetto comma 15, per gli immobili oggetto di tali provvedimenti sono ammissibili anche le destinazioni d’uso e gli interventi edilizi consentiti, per le zone territoriali omogenee all’interno delle quali ricadono tali immobili, dagli strumenti urbanistici generali e particolareggiati vigenti. Gli interventi edilizi di cui al predetto articolo 3 sono assentibili in via diretta. Sono fatte comunque salve le intese nel frattempo intervenute tra l’Amministrazione finanziaria e gli enti territoriali in ordine al riconoscimento, a fronte della valorizzazione conseguente al cambio di destinazione d’uso, di quote del ricavato attribuito alla rivendita degli immobili stessi, ai sensi dell’articolo 3, comma 15, del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410.

Articoli correlati