Dal sistema museale nazionale alla gestione dei depositi, dalla riforma del ministero dei Beni culturali annunciata dal ministro Alberto Bonisoli – in particolare la parte sulle soprintendenze uniche – al tema del personale ministeriale e il confronto tra ‘tecnici’ e ‘amministrativi’, passando per la digitalizzazione e finendo con un bilancio dell’anno passato e gli obiettivi per l’anno 2019 che si è appena aperto. Tiziana Maffei, presidente di ICOM Italia, rilascia ad AgCult una lunga intervista intervenendo sui principali temi d’attualità per i beni culturali nel nostro Paese. Lo fa dal punto di vista di ‘osservatore’ privilegiato del mondo dei musei esterno al Mibac, alla guida di una delle più importanti istituzioni internazionali in ambito museale. E con l’esperienza di chi si trova quotidianamente a rapportarsi con istituzioni e professionisti e a interagire con le problematiche del settore.

Nel 2018 ha preso il via il Sistema museale nazionale. Un successo anche di ICOM Italia che ha collaborato attivamente alla sua ideazione e alla definizione dei Livelli uniformi di qualità. Quali sono i prossimi passi della Commissione, quali i rischi e quali le opportunità per il 2019 legate al Sistema nazionale?

Il Sistema Museale Nazionale è senza dubbio un’importante prospettiva di lavoro per i musei italiani. Assieme all’istituzione dei Poli Museali Regionali è la vera innovazione della riorganizzazione del Ministero, che, tra molte criticità, ha portato a compimento un percorso di riforma dei musei sollecitato da circa 40 anni. Forse per questo è la proposta più complessa da attuare. In sé contiene una visione di ampio respiro, inclusiva, che supera proprietà giuridiche, tipologie museali, steccati disciplinari ma riconosce il valore della “pratica museale” di ogni singola istituzione all’interno di ciò che può concretizzare l’infrastruttura culturale del paese. Un ecosistema culturale nel quale l’identità della singola istituzione, al di là del fatto che appartenga allo Stato, all’Ente locale o al privato, è riconosciuta sulla base della qualità dei propri servizi culturali.

Nella Commissione del MiBAC si è riusciti a concordare i presupposti fondanti e le priorità. Mi auguro che al più presto si possa analizzare e testare la piattaforma di accreditamento realizzata dall’AGID. I musei si caratterizzano per essere istituti di ricerca e mediazione culturale fondati sulla prassi quotidiana. Se non si procede con la verifica, anche prendendo atto di alcune importanti esperienze regionali, diventa difficile capire i problemi e affrontare le criticità.

I rischi? Che l’accreditamento/riconoscimento nel Sistema Museale Nazionale si possa limitare ad essere una procedura standardizzata e i Livelli Uniformi di Qualità siano percepiti come puri adempimenti formali e non come la presa di coscienza del museo per svolgere le funzioni primarie di acquisizione, ricerca, conservazione esposizione, comunicazione, ma anche di presidio territoriale e catalizzatore culturale secondo criteri di qualità ed efficienza che legittimano l’esistenza del museo. Sarebbe inoltre un grave errore trasmettere l’idea che l’accreditamento sia uno sbarramento e non un processo di miglioramento, anche attraverso forme di collaborazione con altri istituti culturali, musei come biblioteche e archivi, e soprattutto università per ciò che concerne la ricerca.

L’opportunità? La possibilità che il Sistema favorisca forme di aggregazione, collaborazione a diverse scale dimensionali, territoriali, istituzionali sulle quali molto potrebbero fare politiche culturali coerenti tra Stato e Regioni, anche dal punto di vista finanziario, per assicurare al Paese un sistema unitario di crescita culturale.

Nella lettera di auguri ai Soci ICOM per il 2019, ha affrontato tra le altre cose anche il tema dei depositi, in particolare quelli delle zone terremotate. In generale, stanno fiorendo esperienze di apertura alla fruizione di depositi di musei. Il sottosegretario Vacca ha annunciato che il Mibac intende elaborare dei progetti per valorizzare lo straordinario patrimonio adesso chiuso nei depositi (partendo proprio da quelli delle zone terremotate). Qual è il punto di vista di ICOM e quali vantaggi potrebbe portare per le opere e per i pubblici?

I depositi museali sono un tema d’interesse mondiale. Assolutamente non nuovo. Ovunque sta crescendo l’urgenza di affrontare la gestione sostenibile di ciò che il costante processo di patrimonializzazione produce. È una questione cruciale dal punto di vista della responsabilità conservativa, intendendo per conservazione l’avvio di una procedura che preveda l’inventariazione, lo studio, la conoscenza, la valutazione, la prevenzione, e la corretta custodia in ambienti adeguati ed organizzati anche in relazione alla tipologia dei materiali e alle sempre più pressanti problematiche ambientali. I depositi nella museologia contemporanea sono una risorsa ancora poco esplorata: incredibile potenzialità di studio e di scoperta continua, di narrazione interdisciplinare ad integrazione delle esposizioni permanenti. Sono archivi pubblici della memoria: luoghi fisici organizzati per la corretta gestione e fruizione dei beni ma anche spazi digitali che consentono di raccogliere ed elaborare contenuti rendendoli accessibili. Due mondi complementari che danno un senso all’azione di custodia dei musei. Si deve avere il coraggio, sul piano nazionale di individuare azioni concrete, per quanto meno visibili nell’immediato, di tutela dei beni. A Napoli in occasione di Musei archeologici e Paesaggi culturali, in riferimento ai depositi di scavo e del rapporto con i depositi museali, rappresentanti di musei, università e istituzioni hanno condiviso l’ipotesi di strutture regionali centralizzate di raccolta e studio da utilizzare anche in caso delle sempre più frequenti situazioni di emergenza.

Con il Sottosegretario Vacca e il Consigliere Tisi, ICOM Italia si sta verificando la possibilità di avviare un progetto sperimentale. Con il coinvolgimento di più attori, pubblici e privati, s’intende organizzare concretamente una rete di depositi che nel rispetto degli standard di conservazione, ponga in sicurezza i beni culturali ed offra la possibilità di attivare rapidamente una “pratica museale” condivisa con professionisti culturali locali, e avviare da questa esperienza un sistema di rete. Una linea di azione di “Adotta un museo”, che con lavoro costante e certosino la rete di ICOM Italia sta portando avanti, è sostenere progettualità che costruiscano una diversa consapevolezza e rapporto con i propri paesaggi culturali restituendo fiducia e prospettiva di vita attraverso il lavoro nel settore culturale.

Il Ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli è intenzionato a mettere mano alla riforma Franceschini, in particolare nella parte che riguarda le Soprintendenze uniche. In molti, tra cui anche lei, hanno firmato un appello al ministro affinché non “sia smontato tutto” risolvendo piuttosto i vari problemi che inevitabilmente una riforma così complessa comporta. Quali sono questi problemi? Come e dove si potrebbe intervenire?

ll mondo della cultura è caratterizzato da frequenti aspre polemiche, purtroppo strumentalizzate politicamente, che tendono a creare barricate ideologiche e disperdere le tante energie da concentrare, piuttosto, nella costruzione di proposte tecniche condivise entrando nel merito dei problemi. Credo che l’esperienza personale di ognuno dovrebbe essere un contributo nel trovare soluzioni, e non l’unità di misura di un giudizio generale. Della Riforma Franceschini crediamo, come ICOM, che per i musei non si debba più mettere in discussione in Italia il percorso di autonomia scientifica, il ruolo culturale e sociale. Che si utilizzino quindi le discipline come metodo d’indagine per definire i valori di ciò che custodiamo e c’impegniamo a trasmettere alle generazioni future come “istituti al servizio della società e del suo sviluppo”. Come ricordava Georges Salles: ‘Una delle più notevoli innovazioni di ICOM è di liberarci delle nostre molteplici formazioni scientifiche per spingerci a non considerare, in seno ai nostri gruppi, che la missione museografica che ci unisce’.

Nella riorganizzazione strutturale del Mibac, i problemi delle soprintendenze uniche, desiderate e proposte ricorrentemente nei decenni scorsi anche in autorevolissimi interventi e commissioni di studio, ritengo non siano di visione generale ma tecniche. Proprio per questo più difficili da superare. Credo che molte possano ricondursi alla difficoltà di operare in un sistema in agonia dal punto di vista non solo operativo. La suddivisione degli spazi, il problema degli archivi, degli inventari e dei depositi, sono reali e molto complessi. È necessario un ascolto effettivo, una discussione sgombra da pregiudizi, ragionamenti puntuali per trovare soluzioni, accordi interistituzionali e anche tra uffici territoriali del Ministero, occorre un investimento serio di risorse professionali e strumentali. Queste ultime fondamentali se osserviamo quanto la digitalizzazione può concorrere per gli archivi, inventari e depositi. Smontare e rimontare dà l’idea di un gioco costante che non possiamo permetterci. Avviene sulla pelle di chi lavora nel settore, e non solo all’interno del Ministero, della collettività che non riesce a costruire un sano e corretto rapporto con i beni patrimoniali; beni che sono tali proprio perché diverse discipline di studio ne individuano valori culturali trasversali. L’azione di tutela non può che essere interdisciplinare.

Al Ministro Bonisoli dovremo chiedere con forza il ricompattamento della funzione di tutela, una visione nazionale dell’attività di custodia del patrimonio in relazione ai paesaggi culturali italiani. La contemporaneità deve fare i conti con gli adeguamenti funzionali, le trasformazioni dei contesti ambientali; in particolare in manufatti destinati ad attività che devono garantire accessibilità, sicurezza, funzioni sempre complesse, come nel caso dei musei. Ogni intervento deve essere fondato sulla conoscenza storica e fisica dei manufatti e dei luoghi, una progettazione di qualità puntuale che eviti banali generalizzazioni e protocolli, l’impostazione reversibile degli interventi, la coscienza di dover assicurare una gestione sostenibile nel complesso della vita degli spazi, l’opportunità di produrre cultura contemporanea anche in questa difficile epoca.

Il Mibac soffre da anni di una carenza di organico cui si aggiungerà nei prossimi anni un ulteriore decremento di risorse umane per via dei pensionamenti. Le assunzioni realizzate da Franceschini e quelle annunciate da Bonisoli non saranno in grado di colmare questo deficit, pur rappresentando certamente un primo passo dopo anni di stallo. Nei nuovi profili immessi nell’organico figurano già professionalità diverse rispetto al passato e Bonisoli ha annunciato che il ministero avrà bisogno sempre più di giuristi e di persone che sappiano “scrivere i bandi”. Secondo lei non esiste il rischio di uno sbilanciamento dei profili professionali a favore dell’aspetto amministrativo e a discapito di quello più propriamente tecnico?

Le professionalità sono il nodo centrale del MiBAC e di tutto il settore culturale nella pubblica amministrazione. Non solo per i numeri, esigui rispetto al fabbisogno reale, ma per le professionalità richieste, l’indispensabile aggiornamento, in rapporto alla complessità delle funzioni e agli indiscutibili cambiamenti tecnologici, e non ultimo la motivazione di molti operatori. L’innovazione in qualsiasi settore è consentita dalla preparazione e capacità delle persone, e non solo dalla strumentazione. Nella pubblica amministrazione il fine non è l’applicazione della norma in sé ma il servizio offerto alla collettività anche in una logica di integrazione e cooperazione tra enti diversi.

Riscontrare che in un settore tecnico come quello del patrimonio culturale, ma l’esempio calza nella scuola come nella sanità, il funzionamento sia assicurato esclusivamente dalla presenza di amministrativi per garantire il rispetto di procedure sempre più complesse e ingarbugliate rende evidente la necessità di un ripensamento complessivo. Evitando la semplificazione come slogan, che non vuol dire certo eliminare le un procedure di controllo, quanto piuttosto sgomberare il surplus di cornici che non consentono di lavorare. Farei un paragone con i lavori pubblici: il settore dove da tempo la ricerca spasmodica di sistemi di anticorruzione ha fatto perdere di vista la qualità del progetto e della sua realizzazione. Dove gli appalti le vincono aziende che hanno super requisiti e avvocati ma non operai. Dove si lavora riempendo carte per deresponsabilizzare e non in funzione dell’obiettivo: la realizzazione di un manufatto o infrastruttura di qualità che duri nel tempo e che consenta una gestione sostenibile. Certamente i bandi devono essere formalmente corretti, ma se non vi sono professionalità del settore che definiscano contenuti si hanno scatole vuote, più o meno ben confezionate. Spero che si valuti la necessità di poter contare su tecnici professionisti culturali con a corredo degli amministrativi e non l’inverso.

Anche la questione dell’apertura dei musei va affrontata considerando quanto la presenza di professionalità come direttori, conservatori, responsabili educativi, ricercatori, comunicatori consenta di sviluppare progetti dedicati ad un volontariato mirato al coinvolgimento consapevole delle comunità e non come sleale surrogato per coprire le esigenze di apertura. Dovremo dare dignità effettiva a chi ha fatto complessi e sempre più articolati percorsi di studio universitari. Non devono più entrare nel settore passando dalla porta di servizio per assumere ruoli di custodia e di vigilanza sperando di vedersi restituire il riconoscimento della propria professionalità con l’anzianità di servizio. L’attività di vigilanza interagisce con le opportunità offerte dalla tecnologia. Sistemi oggi a basso costo che consentono di investire la riduzione dei costi del personale di custodia e vigilanza investendo su organigrammi all’altezza degli standard internazionali e soprattutto occasioni per sviluppare seriamente le potenzialità dei musei italiani.

Si parla tanto di digitalizzazione nell’ambito dei musei e dei luoghi della cultura. Qual è il suo ruolo nel contesto attuale? Quali sono i fronti in cui il digitale può dare una marcia in più alle collezioni italiane e dove (se c’è) può rappresentare un limite?

La questione non è la digitalizzazione delle collezioni in sé ma il rilievo che ha l’ambiente digitale per la diffusione e la produzione della conoscenza. I musei non possono sottrarsi dal dover ripensare le proprie missioni considerando nella fruizione dei propri contenuti culturali oltre che lo spazio fisico, lo spazio digitale. Ambienti di vita reale – se pensiamo a cosa rappresenta il web nella vita quotidiana – complementari. Gli istituti museali, in una società che non solo immette ma produce contenuti direttamente in ambiente web, hanno l’urgenza di confrontarsi su come l’attività di ricerca, mediazione, e anche di conservazione possa avvenire nel web. Oggi per molti musei siamo ancora nella fase primitiva dell’utilizzare il web per l’informazione. La digitalizzazione offre molteplici possibilità, è certamente un modo per far accedere rapidamente a dei contenuti ma l’aspetto sostanziale è la possibilità di partecipare alla costruzione di contenuti aprendosi ad un’incredibile “altra” dimensione di conoscenza. Penso ad esempio alla possibilità di costruire schede complesse di catalogazione nello spirito wiki da parte di esperti di più discipline. O immagino come si potrebbe sviluppare l’approccio di Warburg nella dimensione digitale. Come ICOM Italia si è concluso un primo studio sulla web strategy museale, che, sulla base dei risultati dell’indagine in Italia, traccia alcune ipotesi di lavoro futuro. Sicuramente c’è ancora molto da fare.

Chiudiamo parlando proprio di ICOM Italia e dell’attività prevista nel 2019. Questi anni sono stati impegnativi e al contempo ricchi di risultati. Quale sono le prossime azioni e obiettivi?

ICOM per il nostro settore è una rete straordinaria di circolazione di riflessioni, pratiche, un luogo di crescita professionale e, senza dubbio, un osservatorio privilegiato dei cambiamenti in atto nella realtà museale internazionale. Come ICOM Italia il lungo e prezioso lavoro di questi anni prosegue sia a livello nazionale che internazionale. L’attuale organizzazione italiana consente il coinvolgimento costante di soci attivi su più spazi di confronto. I prossimi mesi ci vedono impegnati per porre all’attenzione dei musei italiani argomenti che saranno oggetto di contributi al dibattito internazionale. A fine gennaio vi è un incontro tra soci italiani componenti dei board e iscritti alle diverse International Committee per assicurare una maggiore circolazione tra la dimensione nazionale e internazionale in vista dell’assemblea mondiale di ICOM che si terrà a Kyoto ad ottobre.

Tra i temi di quest’anno vi è una riflessione sul ruolo e gestione dei depositi museali con un convegno internazionale che si terrà a Matera il 15 marzo che si concluderà con una proposta di raccomandazione da sottoporre ai National Committee e International Committee per un’approvazione a Kyoto. Concluderemo poi il lavoro fatto nel 2018 per una proposta italiana alle modifiche in atto al Codice Etico di ICOM dal quale emergono situazioni pressanti come le esternalizzazioni delle funzioni museali, la concessione degli spazi e i prestiti delle opere. Questo lavoro corrisponderà inoltre alla predisposizione di specifiche linee guida italiane.

Con la Conferenza permanente delle Associazioni Museali vi è un incontro residenziale ad aprile per misurarci sui temi proposti da OCSE (Organizzazione internazionale per la Cooperazione e lo sviluppo Economico) e ICOM, sulla Cultura e sviluppo locale e il ruolo degli istituti e luoghi della cultura. Vi è poi a maggio la giornata internazionale dei musei quest’anno dedicata a Museum as cultural hubs: the future of tradition. A giugno vi sarà l’appuntamento dedicati agli ri-allestimenti museali. A ottobre ci auguriamo che una delegazione nutrita di museologi italiani sia a Kyoto per riportare il dibattito italiano e sostenere lo sviluppo futuro dei musei in Italia nello spirito ICOM. Chiuderemo a dicembre con l’appuntamento MAB organizzato quest’anno da ICOM Italia. Queste specifiche iniziative sono accompagnate dall’attività costante di collaborazione con il MIBAC per l’avvio del Sistema Museale Nazionale, l’aggiornamento dei profili professionali museali, il Piano di Digitalizzazione, la definizione di forme di sostegno e riconoscimento alla gestione complessa di reti e sistemi per lo sviluppo territoriale, e, mi auguro, la rapida trasformazione in Decreto Ministeriale della Circolare sull’accessibilità dei musei e luoghi della cultura.

Tanto lavoro che vede l’impegno di moltissimi professionisti e istituti museali!

 

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