“Abbiamo voluto aprire questo nostro primo Congresso con un omaggio straordinario a Genova. Un omaggio che viene da una storica cooperativa del nostro settore, Teatri Uniti, a cui tanto deve la cultura italiana e ad un nome, un artista che merita tutto il nostro apprezzamento e la nostra riconoscenza per quanto ha fatto e fa ogni giorno per la cultura italiana e internazionale, Toni Servillo”. Così Roberto Calari, presidente nazionale CulTurMedia Legacoop, omaggia Genova e apre la sua relazione al primo Congresso nazionale dell’organizzazione che si svolge nelle giornate del 7 e dell’8 febbraio presso l’Auditorium dell’Acquario di Genova.

La scelta di Genova “è anche data dalla necessità di sottolineare – continua Calari – come una lega territoriale, come Legacoop Liguria, nel rapporto con il territorio ha saputo interpretare il suo ruolo capendo che quello della cultura e del turismo, connesso alla cultura e non solo, era e sarebbe stato un elemento fondamentale per lo sviluppo sostenibile del territorio ligure. Un territorio che ha sostenuto la nascita anche di una rete di cooperative, che è diventato un esempio di come cultura turismo comunicazione possono diventare elementi importanti di uno sviluppo sostenibile dei territori”.

“Due messaggi che vanno nella stessa direzione e che vogliamo sottolineare come elementi valoriali che stanno al centro del lavoro quotidiano di tante realtà cooperative: la cooperazione ha e vuole avere le persone e le comunità al centro del proprio agire imprenditoriale e questa opzione non è solo un valore astratto ma genera i progetti e le pratiche imprenditoriali delle cooperative del settore ogni giorno per contribuire a comprendere come costruire città molteplici , aperte, accoglienti, inclusive”.

IL MONDO COOPERATIVO NELL’ERA GLOBALIZZATA

“Noi siamo partiti due anni e mezzo fa con realtà del mondo cooperativo molto sparse e poco connesse tra di loro”, racconta il presidente nazionale CulTurMedia Legacoop. “Nel tempo si sono costruite le basi per una presenza molto importante della cooperazione culturale che vantava di intellettuali come Toni Servillo. Intellettuali che avevano una visione cooperativa e avevano scelto di fare della cooperazione culturale un elemento fondamentale per creare e diffondere cultura nel paese. Essere cooperativo era un elemento sfidante di adeguamento ai bisogni che la società esprimeva”.

“Il processo è proseguito e il lavoro di riaggregazione lo ha fatto la cultura stessa, come elemento trasversale dello sviluppo sostenibile dei territori, ma lo hanno fatto anche i mercati. Un anno importante è stato il 2009, l’Anno europeo della creatività, un anno spartiacque perché si è cominciato a vedere come questi elementi, che fanno parte di processi che contaminano e mettono insieme, sono tutti a base culturale, si incrociano incrociando linguaggi e mercati sempre di più”.

“Non c’era più quindi una distinzione così netta tra linguaggio del teatro, della comunicazione, dello spettacolo e della scrittura, tutti si contaminavano in processi importanti e diventavano fattori rilevanti anche per la capacità di innescare processi di competitività virtuosa in tutte le filiere tradizionali di eccellenza”.

L’ASPETTO QUALITATIVO CHE FA LA DIFFERENZA

In questa evoluzione è diventato mano a mano sempre più evidente, continua Calari, come “ormai nei sistemi territoriali nazionali e internazionali non è più il prezzo che fa la differenza ma la componente immateriale, simbolica e relazionale che i prodotti e servizi esprimono. In questo contenuto immateriale c’è tanto dell’identità dei territori e del saper scambiare come esperienze queste identità. Questo progressivamente ha creato fenomeni che hanno cambiato la logica di vedere le cose”.

In questo contesto, “si sono accompagnati due aspetti fondamentali: le industrie culturali e creative e le politiche culturali. Due aspetti fondamentali nel welfare di Europa e degli Stati membri perché il tema delle politiche culturali è necessario per affermare il diritto di tutti i cittadini alla fruizione e alla produzione culturale, di qualsiasi religione, razza ed età”.

IL PRINCIPIO DEMOCRATICO ALLA BASE DELLE POLITICHE CULTURALI CORRETTIVE

Proprio questo ha fatto emergere “l’esigenza di politiche culturali che siano anche correttive ed integrative di quanto il mercato farebbe se non fosse in qualche modo integrato e corretto”. Il tema delle sovvenzioni viene evidenziato da Roberto Calari come alla base del principio democratico. Esse “non sono questioni di principio ma è il principio stesso della democrazia che richiede che quelle realtà che ne hanno bisogno siano sostenute e sovvenzionate”.

In esse, “c’è dentro la ricerca, il tentativo di innovare, di avvicinare e formare pubblici, di essere radicalmente territoriali, di investire sul sapere. C’è tutto questo in questo processo e lo si deve capire perché altrimenti si pensa ancora che le sovvenzioni siano modalità di assistenza”.

LA RIFORMA DEL CODICE DELLO SPETTACOLO

L’affermazione del principio democratico nello strumento delle sovvenzioni è solo uno delle battaglie condotte dal mondo cooperativo, ricorda Calari, che cita anche la riforma del codice dello spettacolo soprattutto per quel che riguarda il Fondo Unico per lo Spettacolo.

Nel processo di riforma si deve avere ben chiari questi elementi, deve essere ben chiaro “che non è un fatto solamente quantitativo, non si tratta di premiare i numeri ma soprattutto la ricerca, il rapporto con il territorio, il quanto si investe in cose che non hanno reddito diretto ma che hanno una valenza sociale sui territori. Questa è la scommessa nella quale anche noi siamo una parte importante”.

COOPERAZIONE COME ELEMENTO DEL TERRITORIO

“La cooperazione in questo è un elemento straordinario per sviluppo sostenibile territori anche su queste basi perché la cooperazione è elemento del territorio, investe sul territorio e sui pubblici” e lo fa in tutto quanto riguarda la cultura, il teatro, il cinema, la musica, il patrimonio culturale. “Cerca di rendere la cultura un elemento strategico per lo sviluppo territoriale a base culturale”.

Nel processo di costruzione di CulTurMedia è proprio su questo che si è lavorato. “Abbiamo capito che quando guardiamo agli ultimi tre anni di sviluppo sono cambiate profondamente tante cose, ad esempio guardando i dati abbiamo, dal 2014 ad oggi, il +19% di tutti gli indicatori fondamentali medi nel settore cultura. Quali altri settori hanno stesso valore nella valutazione di trend occupazionale, di creazione di prodotto interno lordo? Siamo ancora dei settori marginali o quello che contribuiamo a generare ci rende un elemento molto importante del presente e futuro nell’ambito della cooperazione del Paese?”.

Nel corso degli anni, nota Calari, il percorso fatto dalle cooperative ha portato alla “comprensione che la cooperazione non è più un costo ma un investimento. Credo che non sia poco e il congresso di oggi e di domani lo sancirà ancora di più”.

“Attraversando l’Italia in queste occasioni Congressuali abbiamo potuto cogliere questa solida cornice valoriale comune, che ispira le azioni e le capacità imprenditoriali quotidiane delle cooperative e dei loro soci in ogni parte del Paese e aldilà del settore in cui operano. Una cornice che rimanda al senso profondo dello stare su un territorio, del contribuire alla sua valorizzazione, alla messa in rete di opportunità e competenze, aldilà della forme giuridica di ognuno, ma nell’ottica di favorire la costruzione di progetti condivisi di sviluppo territoriale a base culturale e turistica in chiave di sostenibilità in tante parti del Paese”.

“Per questo la parola territorio è un po’ una chiave interpretativa della funzione di interesse pubblico che la cooperazione intende svolgere, proprio a partire dalla gestione e valorizzazione dello straordinario Patrimonio Culturale ed ambientale di cui il Paese dispone”.

NON SOLO TERRITORIO: LA SFIDA PER LE PROFESSIONALITÀ

La cooperazione ha, nel corso degli anni, puntato – sostiene Calari – a “un modello di sviluppo che sia attento alle persone e ai territori”. Soprattutto le persone sono il tema su cui si concentra la parte finale della relazione del Presidente nazionale CulTurMedia Legacoop riflettendo sul lavoro nero e sulla mancanza di regole.

“Con le piattaforme cooperative e i progetti che alcune cooperative hanno portato avanti stiamo provando a far emergere il lavoro nero, a dare risposte di regolarizzazione, di tutele e di diritti del lavoro professionale in questo settore. Altra cosa è il volontariato, anche la pubblica amministrazione le confonde quando pensa a risolvere problemi di investimento su valorizzazione di beni culturali”.

L’EVOLUZIONE FUTURA DEL MODELLO COOPERATIVO

Per fare tutto ciò, c’è ancora molto su cui lavorare. Per esempio, sul modello organizzativo. Un modello “che abbia due elementi, quello di trasversalità e di intersettorialità”.

“Per stare dietro a tutte queste tante scommesse, di cui si occupano i 27 comparti” bisogna tenere in considerazione “la complessità”. “Abbiamo bisogno di un’organizzazione collegiale all’altezza di questa complessità, dobbiamo continuare con questa collegialità e mettere in campo altri strumenti che aiutino, non abbiamo bisogno di strutture ma di capire che bisogna investire su processi di innovazione e cogliere le opportunità che si presentano”.

“Il piano di lavoro è molto impegnativo. Abbiamo il tema del rapporto pubblico privato nei beni culturali, il Salone del libro di Torino, iniziative alle porte. Dobbiamo mettere in campo risorse per tutti questi lavori e diventerà una scommessa determinare il peso della cooperazione per dare soluzioni al Paese a partire da quelli culturali. La cooperazione è elemento presente nella produzione culturale ma anche importante perché siamo nel cuore della produzione italiana come sistema cooperativo, un sistema che porta i nostri valori”.

Approfondire queste tematiche “è una bella scommessa ma tra le cooperative c’è una grande volontà, una logica di grande apertura e collaborazione”.

 

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