“Stiamo lavorando su un grosso progetto di messa in rete, che vuole costituire delle aggregazioni di luoghi della cultura, che siano musei, siti archeologici e altri tipi di situazioni culturali. Metterli in rete vuol dire farli comunicare tra di loro, renderli visibili e dar loro anche un coordinamento dal punto di vista della gestione e dell’operatività, in modo da permettere, ad esempio, di farli operare con razionalità, con un numero sufficiente di persone che li vanno a visitare, che li apre e li chiude e con un numero sufficiente di risorse per mantenerli e recuperarli”. Così il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, in un’intervista di Anna Longo per “Sciarada”, andata in onda su Rai Radio 1. Si tratta, afferma Bonisoli, “di un progetto in corso. Dovremmo avere i primi risultati tra qualche settimana”.

FAR DIALOGARE I SITI CULTURALI, A PRESCINDERE DALLA PROPRIETA’

Bonisoli ricorda che In Italia ci sono circa 5000 musei, tra cui 500 che appartengono allo Stato. Tra gli altri, invece, “ci sono situazioni di privati, di famiglie, ci sono delle proprietà comunali, ecclesiastiche e di fondazione”. Il problema – sottolinea il titolare del Collegio Romano – è che “hanno difficoltà a comunicare tra di loro e hanno diversi modelli di gestione. Il segreto è cercare di metterli in comunicazione, a prescindere dalla proprietà, in modo da poter essere offerti come unicum”. Anche perché, riflette Bonisoli, “ai visitatori non interessa di chi è il luogo, ma interessa che ci sia una narrazione”.

ARMONIZZARE LE REGOLE DI GESTIONE

In Italia realtà di narrazione comune esistono: quali sono allora gli strumenti per convincere soggetti diversi a seguire questi esempi? Secondo il ministro dei Beni culturali “il problema è più di coordinamento e di risolvere i problemi amministrativi dovuti a differenti tipi di gestione. I soldi vanno sempre bene, ma più che quelli servono protocolli, contratti, accordi di valorizzazione, dove i diversi soggetti si mettono a disposizione per allineare e armonizzare le regole di gestione”.

I “DUE VANTAGGI” DEL MIBAC

Si punta poi a “lavorare a stretto contatto con gli enti locali”, prosegue Bonisoli sottolineando “due vantaggi che ha il Mibac”. Il primo è che “essendo a livello nazionale ha una diversa visione. Possiamo quindi metterli in comunicazione”. Il secondo è che “esce dalle logiche mediate e può pensare un po’ in grande. Ad esempio possiamo segnalare, o far sì che vengano segnalate, situazioni in luoghi dove ad esempio c’è il problema opposto, e cioè quello del troppo turismo”. Facendo l’esempio del centro di Roma, di Pompei o di Venezia, Bonisoli afferma che “una delle ragioni dei troppi turisti è che nessuno ha veramente provato a offrire la possibilità ai visitatori di vedere qualcos’altro”.

PUBBLICO-PRIVATO

C’è poi la questione del rapporto tra pubblico e privato. “Alcuni mesi fa abbiamo costituito – ricorda il ministro – una commissione di giuristi per mappare, studiare e poi fare delle raccomandazioni, su tutte le forme di collaborazione tra pubblico e privato. Stiamo ragionando su una serie di interventi normativi che con cose estremamente di dettaglio, vadano a entrare in codice dei beni culturali e codice degli appalti, in modo da dare alcune indicazioni più chiare e utili sia a chi dà sia a chi prende in concessione”. Il tutto “per fare un po’ di ordine in questo mondo troppo legato a situazioni particolari e varie, ed è un peccato. Il fatto che ci siano persone appassionate e che si prendono carico di alcuni ‘pezzi’ del nostro patrimonio culturale – conclude Bonisoli – è una cosa positiva, va un po’ regolata, siamo ancora nel far west da questo punto di vista ed è un peccato”.

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