Foto da http://www.grottapaglicci.it

Il ministero dei Beni culturali verifichi lo stato di abbandono e di degrado in cui versa Grotta Paglicci – nel Gargano - e, di conseguenza, adotti le iniziative volte a promuovere una procedura di esproprio secondo il dettame richiamato in premessa al fine di restituire decoro e lustro ad un simile “gioiello archeologico” attraverso interventi di manutenzione e restauro. Lo chiede la deputata Rosa Menga (M5S) in un’interrogazione indirizzata al Mibac.

Nel cuore del promontorio del Gargano, e precisamente in località “Settepenne”, in agro del comune di Rignano Garganico è ubicata la “Grotta Paglicci”, sito archeologico risalente al Paleolitico. Con decreto del Ministero dei beni culturali ed ambientali dell'11 maggio 1990, Grotta Paglicci è dichiarata area di rilevante interesse storico ai sensi della legge 1° giugno 1939, n. 1089, e sottoposta a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge stessa compresa l'inedificazione assoluta anche a carattere precario.

“L'area su cui sorge Grotta Paglicci – ricorda Menga - è di proprietà privata e attualmente il suo ingresso è inibito perché dichiarata inagibile dalla soprintendenza di Foggia. L'incuria, l'impossibilità di operare interventi manutentivi, le intemperie e gli atti vandalici perpetrati nel tempo hanno portato i cittadini del piccolo comune di Rignano Garganico, nella persona del sindaco pro tempore, a puntare i riflettori del Ministero su questo inestimabile patrimonio archeologico, al fine di preservarne l'integrità, ma soprattutto per renderlo liberamente accessibile a chiunque voglia visitarlo”.

Prosegue la deputata pentastellata: “La vigente normativa in materia di espropriazione di beni culturali è dettata dal decreto legislativo n. 42 del 2004, ‘Codice dei beni culturali e del paesaggio’, ai sensi del quale per espressa volontà di legge l'esproprio di beni culturali è attribuito all'esclusiva competenza dello Stato in conformità all'attribuzione esclusiva di competenza in materia disposta dall'articolo 117, lettera s), della Costituzione (articolo 95)”. Inoltre, secondo quanto statuito dall'articolo 96 del richiamato decreto: “Possono essere espropriati per causa di pubblica utilità edifici ed aree quando ciò sia necessario per isolare o restaurare beni culturali immobili, assicurarne la luce o la prospettiva, garantirne o accrescerne il decoro o il godimento da parte del pubblico, facilitarne l'accesso”.

“Ciò consentirebbe – conclude la Menga - di realizzare le necessarie ed urgenti opere di manutenzione al bene in oggetto, nonché di eseguire nuove campagne di scavo per riportare alla luce altri reperti custoditi al suo interno”.

 

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