“Il volontariato per noi ha un valore incredibile. Però il ruolo del volontario non dovrebbe e non deve essere quello di colmare la mancanza di personale all’interno delle strutture culturali o di sopperire a specifiche prestazioni, ma quello di coadiuvare lo stesso personale in piccole mansioni per rendere più efficaci i servizi culturali. Bisogna fare in modo che il volontariato ritorni a essere una risorsa sana”. Lo ha detto Daniela Pietrangelo, rappresentante del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, nel corso di un’audizione in commissione Cultura del Senato dedicata al volontariato e alle professioni nei beni culturali. 

“In Italia lo sfruttamento del volontariato è diffuso capillarmente in tutti i luoghi della cultura – ha sottolineato Pietrangelo -: archivi, biblioteche, musei e aree archeologiche. L’intero sistema culturale poggia oggi sul volontariato. L’abuso che se n’è fatto, nel corso degli anni, ha snaturato il volontariato che oggi è diventato lavoro gratuito mascherato e viene utilizzato per sostituire il lavoro retribuito e qualificato. Questo nuoce pesantemente tutti i lavoratori del settore culturale e non solo perché crea concorrenza sleale, abbassando i nostri stipendi, ma il più delle volte ci preclude totalmente l’accesso al mondo del lavoro”.

“Affidare a un volontario l’apertura giornaliera o la direzione di un museo – ha spiegato Pietrangelo -, la copertura di turni settimanali e mensili nelle biblioteche per inventariazione, catalogazione del materiale librario o negli archivi per la digitalizzazione, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio documentario nuovamente non è volontariato, ma è lavoro gratuito”.

Pietrangelo ha ricordato alcuni numeri: “Nel 2015 sono stati più di 800mila i volontari impegnati nella cultura in Italia. Dal rapporto Istat del relativo al 2017 risulta che ben il 65% dei musei impiega volontari. Per ogni lavoratore, assunto regolarmente, corrispondono 67 volontari. Il quadro che emerge è chiarissimo: un patrimonio diffuso, in cronica mancanza di personale e risorse”. Per la rappresentante di “Mi Riconosci?” si tratta di “dati spaventosi, preoccupanti, dai quali risulta evidente a tutti che il volontariato è un espediente per non assumere personale, per risparmiare sul costo del lavoro, soprattutto se si leggono i numeri legati al turismo culturale, un settore che non conosce crisi”.

“A sfruttare il lavoro gratuito sono i privati che si costituiscono in associazioni di volontariato o Fondazioni Onlus e che utilizzano il volontariato per trarne un enorme giro di profitti esentasse – ha denunciato Pietrangelo -. Ma tale sistema è sfruttato anzitutto dallo Stato. Sconcerta leggere i numerosi bandi rivolti ad associazioni di volontariato che lo stesso Mibact e gli istituti della cultura statali richiedono per coprire dei servizi necessari. La formula ampiamente sdoganata dal Ministero è quella del Servizio Civile, per assumere a scadenza con una retribuzione di 3 euro l’ora (433.80 al mese)”.

A questo sistema lavorativo, ha affermato Pietrangelo, “basato sullo sfruttamento del volontariato, si è giunti grazie a una serie di leggi e scelte politiche sbagliate che da più di trent’anni lo favoriscono, come la Legge Ronchey del 1993, o l’articolo 112 del Codice dei Beni Culturali del 2004. Questo risparmio crea un danno sociale ma anche economico, abbassando la qualità dei servizi all’utenza nei luoghi della cultura”. Chi sono i volontari? “Spesso sono cittadini in pensione, non qualificati che si improvvisano guide, custodi, archivisti e svolgono mansioni che spetterebbero a personale qualificato – ha rimarcato Pietrangelo -. Tantissimi sono professionisti che accettano formule di lavoro sottopagate o in nero, o assolutamente gratuite, o ancora con dei piccoli rimborsi spese inconsistenti anche questi a nero, perché costretti dalla disperazione e nella speranza di fare carriera che spesso non arriva”. 

Pietrangelo ha concluso il suo intervento rivolgendo un appello alle forze politiche: “Quello che vi chiediamo sono leggi che cancellino il lavoro gratuito o sottopagato, che agevolino l’occupazione. L’importante legge 110/2014, che ha riconosciuto sette delle nostre professioni, è un sasso in uno stagno se non si inizia un’azione legislativa forte. Per questo vi chiediamo di tutelare le nostre professioni, molte delle quali ancora non riconosciute, come quella dell’educatore museale, del paleontologo o dell’esperto di informatica per le discipline umanistiche e i beni culturali. Sono specializzazioni tagliate fuori dalla tutela normativa, pur esistendo a livello universitario o accademico. Pur operanti nel mondo lavorativo, sono ancora totalmente ignorate dal Mibact e questo comporta l’esclusione di numerose figure professionali dall’accesso ai bandi di concorso e le priva di tutele nel mondo del lavoro”.

 

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