“L’indicazione che ci aspetteremmo dalla politica, e dal Mibact in particolare, sarebbe quella di evitare di sovrapporre i compiti dei professionisti a quelli dei volontari, di non occupare, cioè, col volontariato, spazi che potrebbero e dovrebbero essere gestiti da professionisti o imprese”. Lo ha detto Alessandro Pintucci, presidente della Confederazione italiana archeologi (Cia), nel corso di un’audizione in commissione Cultura del Senato dedicata al volontariato e alle professioni nei beni culturali.

Se da un lato, ha rilevato Pintucci, “è auspicabile il recupero o la gestione di un bene dimenticato da parte di un’associazione che se ne faccia carico, dall’altro sarebbe necessario che i servizi per la gestione di un luogo della cultura fossero messi a bando e gestiti da imprese o professionisti opportunamente selezionati e che siano messi in grado di organizzarne l’apertura e la valorizzazione trasformandole in occasioni di reddito”. 

Le attività di volontariato, ha spiegato Pintucci, “così come le iniziative culturali promosse dagli enti locali, vanno certamente considerate con favore e viste anche nell’ottica della costruzione di una maggiore coesione e responsabilità sociale e di una ampia sensibilizzazione al tema della salvaguardia e valorizzazione del nostro patrimonio culturale”. Tuttavia, “anche quando esse riguardano attività di promozione, sensibilizzazione, manutenzione, fruizione, è auspicabile che rappresentino soltanto un supporto ad attività di lavoro specificamente formato e, naturalmente, equamente retribuito”.

Pintucci si è poi soffermato sul settore archeologico. “Il volontariato – ha detto - non deve essere utilizzato come sistematico rimedio alle carenze economiche, organizzative, scientifiche e formative che affliggono le Soprintendenze e le Università, operazione che ha invece ricadute negative sia dal punto di vista della tutela e della ricerca scientifica sia da quello della percezione generale del ruolo sociale dell’archeologia”. 

Per Pintucci va cessato “l’affidamento di attività economicamente rilevanti, come l’archeologia commerciale e il servizio di guide turistiche nei siti, a istituzioni pubbliche o private che fanno uso di volontariato al posto dei professionisti”. Così come vanno cessate le “autorizzazioni per attività di volontariato non qualificato che comportino il prelievo di materiale archeologico dal contesto, cioè scavi e ricognizioni topografiche, che devono essere sempre svolte da personale qualificato, retribuito e chiaramente inquadrato in livelli di responsabilità scientifica e organizzativa”.

Nell’ultima parte del suo intervento, il presidente della Cia ha parlato della Convenzione di La Valletta, sulla protezione del patrimonio archeologico e della Convenzione di Faro la cui ratifica è bloccata in Senato. “Si è cercato più volte di evidenziare l’incongruità tra le due convenzioni internazionali – ha detto Pintucci -: l’una, quella di La Valletta, volta alla protezione della professione di archeologo attraverso il riconoscimento e l’emersione dei professionisti, l’altra, quella di Faro, volta ad aprire la cultura alla società e non solo ad una élite, recuperando il valore del patrimonio culturale ed evidenziandone l’interesse pubblico e l’esigenza di coinvolgere non solo nel suo godimento, ma anche nella sua creazione e valorizzazione, la società”.

“Siamo convinti -ha rimarcato Pintucci - che la Convenzione di La Valletta e quella di Faro, se correttamente interpretate e applicate, non siano in contrasto l’una con l’altra, ma anzi che Faro renda più esplicita la funzione delle norme di tutela e documentazione contenute in quella di La Valletta: in una frase, i professionisti, con le loro competenze, servono a tutelare il patrimonio, che è un bene comune e da tutti deve essere goduto e vissuto”. 

 

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