Museo Ferragamo HALL 5 foto di Guglielmo Micheli

Oggi si parla sempre più spesso di umanesimo industriale, di umanesimo digitale, e di innovazione a base culturale che caratterizza l’identità dell’impresa storica italiana.

I numeri crescenti di imprese storiche inscritte a Museimpresa, l’Associazione nazionale di archivi e musei d’impresa - con il record di 14 nuovi soci nel 2018, l’integrazione dei musei d’impresa nel sistema museale nazionale avvenuta nel 2017 e l’inserimento nel 2018 della fabbrica di Olivetti di Ivrea nella lista del patrimonio dell’UNESCO - segnalano il riconoscimento a livello internazionale del valore della cultura industriale. Un cambio di sensibilità che ha permesso negli ultimi dieci anni di valorizzare le storie che provengono dal cinema d’impresa, dalla letteratura industriale, dal cosiddetto stile industriale attraverso il recupero delle fonti archivistiche, intrattenendo con il passato, con l’Heritage, un rapporto sempre più dinamico. 

L’ultimo numero di Economia della cultura, dal titolo “Umanesimo industriale nella cultura delle imprese storiche” (I- 2019, a cura di Elisa Fulco e Madel Crasta), registra il cambiamento in corso, rendendo comprensibile attraverso la presentazione di case history nazionali e internazionali il ruolo strategico svolto dalla cultura e dall’Heritage nella creazione di coesione sociale e nei processi di accreditamento nei mercati internazionali, in cui i documenti funzionano come prove tangibili di autenticità e di fiducia. Adottando questa prospettiva, la storia e il passato fuoriescono dall’archivio e dal dominio degli specialisti della memoria per diventare parti vive del corpo aziendale, in grado di collegare risorse umane, ufficio stile, comunicazione, per dare vita a nuove forme di produzione culturale sia interna che esterna all’impresa, il cui impatto, sempre più misurabile, ricade nei casi più virtuosi nel bilancio sociale dell’impresa (Ferragamo, Pirelli).

Rientrano in un analoga visione, il recente volume “Umanesimo Industriale. Antologia di pensieri, parole, immagini e innovazioni”, che raccoglie i documenti della rivista storica della Pirelli (1948-1972) e la riedizione nel 2019 di un’altra rivista che ha segnato la cultura d’impresa italiana, Civiltà delle macchine della Fondazione Leonardo, voluta da Finmeccanica negli anni cinquanta. Non si tratta di operazioni nostalgiche ma di esperienze che riannodano i legami solidi tra cultura umanistica e scientifica, sottolineando la natura politecnica della cultura italiana, di una cultura aziendale che è stata capace di portare dentro l’impresa le migliori produzioni culturali dall’epoca (dall’arte, alla letteratura, al cinema), con la guida del poeta-ingegnere Leonardo Sinigalli e di Giuseppe Luraghi. Di fatto, si tratta di recuperare il principio sempre più valido che per rispondere a una realtà complessa siano necessari incroci di competenze, pluralità dei saperi e processi di umanizzazione all’interno delle dinamiche aziendali. 

Una spinta accelerata dall’orizzontalità della cultura digitale, che ridando centralità alla persona ha spinto a ripensare le relazioni tra le discipline, a rendere comunicanti mondi solo apparentemente diversi, mettendo sullo stesso piano prossimità terrritoriale e comunità di interessi. Brandscape, artification e archivio mania sono alcune delle parole che emergono dal monitoraggio delle tendenze della cultura d’impresa nell’ultimo numero di Economa della cultura, in cui si raccontano gli effetti tangibili dell’economia estetica e i sottili equilibri tra eticità, opportunità commerciali e ricerca di nuovi pubblici. Il nuovo museo Lavazza di Torino, la fabbrica Pirelli di Settimo Milanese, il MAST di Bologna rispondono proprio all’esigenza di tradurre esteticamente i valori della “fabbrica bella”, attraverso la creazione di nuovi superfici narrative, veri e propri “brandscape” che parlano di sostenibilità, di responsabilità sociale d’impresa e di benessere dei dipendenti. Così come i processi di artificazione hanno reso possibili le contaminazioni tra la storia, l’arte contemporanea e i linguaggi della contemporaneità, creando dei nuovi ibridi culturali che si traducono in spazi museali e di retail (Gucci Museum di Firenze e il negozio Gucci di New York); in mostre e progetti di comunicazione che generano sconfinamenti tra le discipline (The Art Side for Kartell, Inside Chanel); in messa in scena degli archivi, ispirate dal tutto pieno delle wunderkammer (Super mostra.60 anni di spesa e di vita italiana di Esselunga, Coats! Coerea di Max Mara) , in cui si assiste alla teatralizzazione dei contenuti (Il CartaStorie dell’Archivio Storico del Banco di Napoli). Un approccio ben esemplificato dall’azienda marchigiana Elica, che, attraverso la Fondazione Casoli, ha messo a punto una metodologia formativa che utilizza l’arte contemporanea per trasmettere valori, introdurre innovazioni di processo e generare condivisione all’interno della comunità, facilitando l’apprendimento delle famose soft skills che l’organizzazione mondiale della Sanità riconosce come fondamentali per la piena espressione della persona.

Abstract: The article looks at the contemporary stage of the historic enterprise as a factor of culture, capable of producing internally and communicating externally the value of heritage as a fundamental part of corporate culture, the content of which serves to engage with different stakeholders and new users, a glue that holds together local communities and the community. The vision at this stage can be summarized by the expression “industrial humanism” because on the focus on the person, social responsibility and cultural engagement. In the current management of many historic enterprises, humanism meets technical-scientific culture, becoming a key element in their strategies, thanks also to a mix of valorization and communication of the past.

 

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