Anurag Sharma

Lo studio “Embedding engagement: participatory approaches to cultural heritage” presenta i risultati del progetto europeo REACH-designing Access to Cultural Heritage for a wider participation in preservation, (re-)use and management of European culture. Emergono una ricchezza e complessità di approcci. Come è possibile studiare le pratiche partecipative in cultura? Quali sono gli aspetti e le dimensioni operative da prendere in considerazione per valutare un processo partecipativo e, eventualmente, le sue ricadute?

Gli approcci partecipativi sono uno strumento fondamentale per rafforzare il ruolo della cultura, materiale e immateriale, nella promozione dell’inclusione sociale. Affinché questo non resti solo un assunto o una dichiarazione di intenti, Neil Forbes e Silvana Colella – in uno studio recentemente pubblicato sulla rivista SCIRES (Scientific Research and Information Technology) – fanno il punto sugli strumenti e le buone pratiche utili a capire come la partecipazione venga promossa nell’ambito del patrimonio culturale. 

Il contributo, in stretta continuità con l’iniziativa “Heritage for All” lanciata nell’ambito dell’Anno europeo per il patrimonio culturale (2018), racchiude alcuni dei principali risultati del progetto europeo “REACH - RE-designing Access to Cultural Heritage for a wider participation in preservation, (re-)use and management of European culture” finanziato dal Programma HORIZON 2020 e coordinato dall'Università di Coventry (UK). 

Sono tre gli aspetti che rendono lo studio particolarmente interessante: il primo consiste nella mappatura e classificazione delle tipologie di approcci partecipativi in cultura identificate attraverso l’analisi di più di 100 buone pratiche implementate in Europa e nel mondo; il secondo è relativo alla proposta di un framework di analisi per l’approfondimento delle caratteristiche costitutive delle pratiche partecipative e dei loro impatti; il terzo riguarda la condivisione di riflessioni e di futuri percorsi di ricerca sul tema

Buone pratiche partecipative: i trend emergenti in termini di gruppi coinvolti e modalità di implementazione

Non esiste un unico approccio alla partecipazione: la varietà dei casi mappati tramite il progetto REACH e inclusi nella piattaforma digitale del progetto (open-heritage.eu) dimostra che le pratiche partecipative in cultura cambiano a seconda dell’interpretazione data dagli attori-chiave, dai gruppi sociali con i quali si interfacciano e delle loro aspettative, dando luogo a forme di coinvolgimento più o meno intense e durature. 

Eppure, il progetto REACH è stato in grado di identificare dei trend comuni per quanto riguarda sia i gruppi sociali coinvolti che le soluzioni operative messe in atto per promuoverne il coinvolgimento. Per quanto riguarda le tipologie di target, è stato identificato un duplice focus: da un lato le minoranze e le popolazioni indigene, dall’altro le donne, attraverso progetti culturali che prendano in debita considerazione anche l’equilibrio di genere. Rispetto alle modalità di implementazione, invece, le pratiche mappate si focalizzano sulle piattaforme digitali, i linguaggi artistici e i siti archeologici. 

Relativamente alle minoranze, la mappatura ha evidenziato un rilevante numero di pratiche che coinvolgono comunità Rom e popolazioni indigene nella salvaguardia del proprio patrimonio tangibile e intangibile, principalmente attraverso metodologie interattive. Ne sono un esempio, tra i vari menzionati nello studio, i workshops di social design organizzati per bambini Rom nell’ambito del progetto Cloudfactory (Ungheria) o la promozione della cultura locale relativa alle erbe medicinali realizzata dal progetto Anta-Cusco (Perù). 

Sull’interrelazione tra iniziative culturali e questione femminile, invece, emerge che diverse pratiche mirano a valorizzare il contributo attivo delle donne alla creazione del patrimonio attraverso le loro specifiche conoscenze e capacità, al fine di ampliare anche le opportunità professionali. È quanto avviene, ad esempio, attraverso il Mayan-Achi food system (Guatemala), che coinvolge le donne in workshop partecipativi sulle tradizioni agricole locali e nella vendita di prodotti organici. In Italia, è di particolare interesse il coinvolgimento delle donne migranti nei Musei Civici di Reggio Emilia, attraverso il progetto Mothers.

Per quanto riguarda le piattaforme digitali, esse sono attualmente ritenute uno strumento cardine per fare in modo che le persone fruiscano di un patrimonio culturale condiviso attraverso applicazioni e videogiochi. Ne sono un esempio l’esercizio di “community mapping” promosso nell’ambito del progetto europeo Landmark2020 o le attività di storytelling e di “curatela diffusa” realizzate nell’ambito della piattaforma digitale PLUGGY (“Plug into Cultural Heritage”). 

Anche i linguaggi artistici risultano cruciali nell’implementazione di pratiche partecipative. Le arti performative, come nel caso del progetto HORIZON Unrest, o la street art, come avviene nel progetto Almòcita, si dimostrano tecniche di coinvolgimento molto efficaci nell’ottica di preservare il patrimonio intagibile o di affrontare questioni etniche, politiche o legate ad una memoria storica particolarmente problematica. 

L’archeologia, infine, è un settore disciplinare particolarmente proficuo per la sperimentazione dell’approccio partecipativo e la promozione di forme durevoli di partecipazione. Tra le varie iniziative mappate tramite il progetto REACH, si segnala, ad esempio, l’applicazione della metodologia della “Community-Based Participatory Research” (CBPR) nel sito archeologico di Çatalhöyük (Turchia) o la costruzione di un sito archeologico artificiale (Archaeodrome in Spagna) aperto ad alunni e alunne delle scuole elementari. 

Un framework per studiare le pratiche partecipative in cultura

Alla luce di tale ricchezza e complessità di approcci, come è possibile studiare le pratiche partecipative in cultura? Quali sono gli aspetti e le dimensioni operative da prendere in considerazione per valutare un processo partecipativo e, eventualmente, le sue ricadute? Il progetto REACH ha tentato di rispondere a queste domande proponendo un framework da utilizzare come riferimento per l’organizzazione di incontri a livello locale, l’interlocuzione con gli attori-chiave e la raccolta di dati. 

Più che un modello teorico vero e proprio, come inizialmente potrebbe apparire leggendo la presentazione del progetto REACH, il framework proposto costituisce uno strumento di lavoro, un “protocollo di procedure partecipative” da adattare alle diverse situazioni e da arricchire di ulteriori dimensioni nel corso stesso della ricerca. Non a caso è ancorato alla metodologia “Plan-Do-Check-Act” (PDCA) proposta da Johnson (2016): l’obiettivo è quello di incorporare nell’analisi elementi critici e d’interesse emersi durante l’osservazione sul campo e il confronto con gli stakeholder. 

Oltre all’identificazione degli attori coinvolti e dei possibili beneficiari, il modello prevede la realizzazione di un vero e proprio “social assessment” che prende in considerazione la tipologia di approccio partecipativo (“top-down” o “bottom-up”), i rapporti esistenti con autorità pubbliche (locali, regionali, nazionali, europee) e con il settore privato e il Terzo Settore e l’analisi delle caratteristiche degli stakeholder in termini di capacità, livello di influenza e importanza, reciproche relazioni di potere. 

Il framework, inoltre, include una sezione volta ad approfondire le caratteristiche del design partecipativo e ad esplicitarne gli obiettivi, i metodi e le tecniche utilizzati, oltre che gli aspetti organizzativi. Un particolare accento viene posto sull’analisi dei risultati e degli impatti del processo nel breve, medio e lungo periodo, sia misurabili che non, anche al fine di evidenziare ostacoli e possibili soluzioni. 

Relativamente alla trasferibilità, il modello mette in luce le buone pratiche, i temi ricorrenti e i metodi “resilienti” messi in campo, mentre la sostenibilità di una pratica partecipativa viene valutata facendo riferimento alla presenza o meno di un piano di azione e alla possibilità di includere altri attori nella sua implementazione. Il feedback dei partecipanti, infine, è considerato fondamentale per testare il grado di coinvolgimento effettivamente percepito e individuare opportunità di miglioramento. 

Approcci partecipativi e patrimonio culturale: riflessioni per future ricerche 

Quali considerazioni scaturiscono dalla mappatura e dal framework di analisi proposto nel progetto REACH? La prima riflessione riguarda la necessità di riconoscere che i processi partecipativi sono una tendenza sempre più diffusa nell’ambito della gestione del patrimonio culturale. In effetti, si tratta di un passaggio da una “retorica della partecipazione” ad una “pratica della partecipazione” capace di abbattere in maniera concreta le barriere tra addetti ai lavori e non esperti e di dare ai cittadini crescenti margini di iniziativa. 

Un secondo tema attiene l’inquadramento delle pratiche partecipative in cultura come esercizio di responsabilità sociale, volto a promuovere l’inclusione di gruppi vulnerabili e potenzialmente discriminati. Quando si tratta di minoranze e popoli indigeni, ad esempio, l’approccio partecipativo diventa necessario per valorizzare identità e conoscenze locali che andrebbero altrimenti perduti. 

Infine, se, da una parte, il progetto REACH evidenzia il ruolo fondamentale che può essere svolto dal digitale per allargare le possibilità di partecipazione e di attribuzione di valore al patrimonio, dall’altra dimostra che piattaforme e applicazioni non costituiscono un sostituto di altre forme “fisiche” di coinvolgimento attivo. I linguaggi artistici o l’archeologia, ad esempio, sono potenti strumenti per promuovere la partecipazione, favorendo al contempo riflessione e divertimento. 

Affinché il dibattito sugli approcci partecipativi possa proseguire in maniera proficua, lo studio conclude con il proporre la creazione di una struttura di coordinamento stabile a livello UE che, sul modello della piattaforma digitale introdotta con il progetto REACH, possa raccogliere spunti e individuare future piste di ricerca sul tema del patrimonio culturale, promuovendo occasioni di scambio e confronto tra tutti coloro che se ne occupano.

Abstract: This article critically discusses the main findings of the study “Embedding engagement: participatory approaches to cultural heritage” written by Neil Forbes and Silvana Colella to illustrate the results of the project REACH, funded by the EU Horizon 2020 Programme. On the one hand, analyzing more than 100 best practices, the study evidences common trends for what concerns both target groups (minorities and women) and implementation strategies (artistic languages, digital platforms and archeology). On the other, it proposes a model – the REACH Participatory Framework – for studying those practices and their effects, shedding light on the key aspects to be taken into consideration. In general, the study maintains that we are observing a shift from the “rhetoric of participation” to the “practice of participation” in cultural heritage management: participatory approaches are indeed increasingly promoted to give space to citizens and marginalized groups, making culture a real terrain of social inclusion.

 

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