“È la formazione, al di là delle pur importanti giornate commemorative, l'aspetto che più ci sta a cuore. La conoscenza storica del nostro passato, deve rappresentare lo strumento principale di educazione alla cittadinanza per le giovani generazioni. Restituire la complessità della storia della comunità giuliano-dalmata significa, prima di tutto, mettere ciascuno di noi di fronte alla complessità della storia”. La vicepresidente della Regione Toscana e assessore alla Cultura, Monica Barni, è a Roma all'Archivio e museo storico di Fiume, per un incontro sulla storia del quartiere Giuliano-Dalmata. La partecipazione della vicepresidente toscana è legata all'interesse della Regione ad approfondire le vicende del confine orientale, nell'ambito del progetto di formazione "Per la storia di un confine difficile: l'alto Adriatico nel Novecento". L'incontro, preceduto da una visita al quartiere, prevede interventi di storici e testimonianze sulla comunità esule a Roma, proiezione di filmati e mostra fotografica "Come eravamo" a cura dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia in esposizione nei locali della biblioteca.

Una giornata resa possibile grazie alla Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Roma, Donatella Schurzel, al Presidente della Società di Studi Fiumani Giovanni Stelli, Emiliano Loria, curatore dell’archivio fiumano, a Maria Ballarin, incaricata dall’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio e dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Roma. Barni ha poi voluto ringraziare in particolar modo, il Dott. Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume e il Dott. Antonio Ballarin, presidente nazionale dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

L’INCONTRO

Intervenendo all’incontro, Barni ha ricordato “la storia del grande esodo del secondo dopoguerra che ha stravolto la vita di moltissime persone costrette a lasciare la loro terra e le loro case come dei pochissimi che scelsero di rimanere, un luogo che ci parla soprattutto dell’Italia, della sua insensibilità di allora e dei decenni che sono seguiti, della rimozione che per molti anni ha condannato le storie di sofferenza, di umiliazione, di violenza, al silenzio”.

E la Regione Toscana, per la prima volta, vuole “riconoscere l’importanza di questo quartiere così come del Museo storico di Fiume come luogo di memoria nazionale e per comprendere, con rispetto e vicinanza, il grande dramma vissuto nel dopoguerra da quegli italiani su cui gravò, ingiustamente e in maniera quasi esclusiva, la durezza di quel Trattato di pace che mutò drasticamente la vita di tante persone. Persone che non trovarono, in Italia, neppure quel sostegno solidale e quell’affetto fraterno che il loro lungo, amarissimo calvario esigeva. Per tutta la comunità istriana e giuliano dalmata coinvolta nelle violenze subite, così come per i loro discendenti, l’esodo ha rappresentato una cesura netta”.

L’IMPEGNO DELLA TOSCANA

All’indomani dell’istituzione del “Giorno del Ricordo”, l’impegno della Regione Toscana è stato da subito “di lavorare su questi temi coinvolgendo le scuole e facendosi promotrice, attraverso il lavoro degli Istituti storici della Resistenza e dell’Età contemporanea, di progetti di grande rilevanza ed interesse regionale. In una prima fase l'attenzione è stata data in particolare alla formazione degli insegnanti con progetti coordinati dall'Istituto grossetano che hanno visto una progressiva disseminazione nelle diverse province della regione”.

Quindi con il progetto “Per la storia di un confine difficile”, del 2018, la Toscana ha cercato di “fare ancora di più costruendo un percorso sperimentale di formazione e conoscenza storica rivolto in particolare al mondo della scuola, in grado di raccontare gli eventi di una storia di lunga durata e, allo stesso tempo, di farsi carico di tutta quella complessità espressa dallo stesso testo legislativo, la legge n. 92 del 2004 che riconosce il 10 febbraio quale ‘Giorno del Ricordo’”. Il viaggio, che ha visto coinvolti professori e ragazzi sui luoghi del cosiddetto “confine orientale”, è stato un viaggio attraverso “la complessità della storia - ha spiegato la vicepresidente -, un viaggio nella memoria, o, ancora, nelle memorie e che ha visto l'importante attività di restituzione da parte degli studenti nelle proprie classi e scuole, ma anche all'interno dei Consigli comunali. I ragazzi hanno appreso conoscenze di una pagina di storia non trattata né spesso ancora conosciuta e sono diventati protagonisti della promozione della sua conoscenza”.

LA FORMAZIONE, PIU’ CHE IL RICORDO

È infatti la formazione, al di là delle pur importanti giornate commemorative, “l'aspetto che più ci sta particolarmente a cuore. La conoscenza storica del nostro passato, deve rappresentare lo strumento principale di educazione alla cittadinanza per le giovani generazioni e la vicenda dell’alto Adriatico rappresenta un caso di studio davvero importante. Restituire la complessità di queste vicende non è cosa facile né scontata perché significa, prima di tutto, mettere ciascuno di noi di fronte alla complessità della storia”.

Storia e memoria - ha concluso Barni - “possono diventare, allora, gli strumenti per costruire un contesto di riconoscimento reciproco e di ascolto: è questo l’obiettivo delle politiche della memoria che la Regione Toscana sostiene con continuità ed impegno da molto tempo, certa che investire sulla formazione e sulla conoscenza possa essere il vaccino più forte contro l’odio, l’indifferenza e la xenofobia”.

 

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