Il Monitor delle città culturali e creative esiste dal 2017 e viene pubblicato ogni due anni. Lo ha inventato e lo prepara un gruppo di brillanti ricercatori del Joint Research Centre della Commissione Europea, per sostenere l’investimento politico e finanziario nel settore culturale e creativo attraverso strumenti di misurazione e di valutazione affidabili, agili e di notevole portata comunicativa. 

A che cosa serve il Monitor? Secondo i suoi autori, è uno strumento utile per dare ai decisori politici locali o nazionali un supporto nell'identificazione dei punti di forza delle proprie città, nella valutazione dell'impatto dell’azione politica e nell’apprendimento dai pari. Indubbiamente, serve anche a rendere più chiara, misurabile ed esplicita l'importanza sociale ed economica della cultura e della creatività. E, infine, serve a ispirare nuove domande di ricerca e nuovi approcci allo studio del ruolo della cultura e creatività nelle città.

DALLA DESCRIZIONE QUALITATIVA ALLE MISURE

Il rapporto attraverso il quale si diffondono i risultati dell’attività di monitoraggio delle 190 città culturali e creative prese in considerazione è costruito su tre domini principali: la vivacità (o vibrancy) culturale, che pesa per il 40% della misura sintetica finale e che saggia il "polso" culturale di una città in termini di infrastrutture culturali e partecipazione alla cultura; l’economia creativa, anch’essa pesata al 40%, che cattura in quale proporzione il settore culturale e creativo contribuiscono all'economia di una città in termini di occupazione, creazione di posti di lavoro e innovazione;  l’ambiente capacitante (enabling), con un peso del 20%, che rileva i beni materiali e immateriali che aiutano le città ad attirare talenti creativi e stimolano l'impegno culturale.

Ogni dominio è articolato in dimensioni (nove, in totale: due per il primo dominio, tre per il secondo e quattro per il terzo), che, a loro volta, raccolgono piccole batterie di indicatori, da due a cinque, per un totale di 29. 

L’articolazione dei domini e degli indicatori merita una lettura diretta, approfondita e lenta. Il mero elenco, al quale si sarebbe costretti per via dello spazio disponibile qui, non renderebbe giustizia all’imponente sforzo teorico e metodologico dei ricercatori del JRC. Con competenza e con coraggio, infatti, il gruppo di lavoro ha cercato di combinare, da una parte, una lista di costituenti concettualmente fondamentali che esprimessero adeguatamente e compiutamente la vitalità socioeconomica e culturale di una città; dall’altra, variabili, accettabilmente rappresentative di quei costituenti, che fossero descritte statisticamente da dati attendibili e comparabili al livello di città. 

BENEDETTI, MALEDETTI INDICATORI CULTURALI

È una lettura che merita la massima considerazione, allegati compresi. Anzi, forse, proprio a partire dagli allegati. Va sottolineato che l’impresa non è semplice, né banale. È noto che molti campi del settore culturale in Europa sono ancora statisticamente scoperti. Uno fra tutti, la partecipazione e la pratica alle arti e al patrimonio: l’ultima volta che questi fenomeni sono stati rilevati in forma armonizzata in tutti i Paesi dell’Unione è stato nel 2015, con un modulo ad hoc dell’indagine EU-SILC sulle condizioni di vita delle famiglie. Di certo, le informazioni raccolte con quell’indagine non sono disponibili con disaggregazioni territoriali di dettaglio fino alla singole città. 

Il fascino esercitato dalle batterie di indicatori per descrivere e sintetizzare realtà complicate è sempre grande. Nelle scienze sociali e nelle politiche che si ispirano alle evidenze prodotte da quelle scienze, gli indicatori hanno il potere di semplificare, quantificare e rendere facilmente comunicabili fenomeni complessi e controversi. O almeno, ci provano. A volte, semplificando un po’ troppo, quantificando arbitrariamente e comunicando messaggi privi delle sfumature e delle contraddizioni proprie delle realtà umane. Il caso più esemplare, a questo riguardo, è il Prodotto Interno Lordo, l’indicatore per antonomasia, usato da quasi 90 anni in tutto il mondo per misurare niente meno che lo sviluppo. Un indicatore, il PIL, contestato però in questa funzione addirittura da uno dei suoi stessi padri, Simon Kuznets, il quale, in un Rapporto al Congresso degli Stati Uniti del 1934, ammoniva: "il benessere di una nazione difficilmente può essere dedotto da una misura del reddito nazionale. Se il PIL è in rialzo, perché l'America è in ribasso? È necessario tenere presente la distinzione tra quantità e qualità della crescita, tra costi e rendimenti e tra breve e lungo periodo”.  

Benedetti indicatori, maledetti indicatori. Le graduatorie stilate in base ai punteggi ottenuti attraverso le batterie di indicatori sono tanto popolari quanto controverse, soprattutto quando riguardano paesi, regioni o città. Quando sono costruite con cura - sono una grandissima sfida scientifica e intellettuale – meritano investimenti di dimensioni importanti: basti pensare al grande impegno di energie e di risorse per la produzione degli indicatori che misurano l’avanzamento verso i Sustainable Development Goals (Nazioni Unite), del Better life index (OCSE), del World Happiness Report (United Nations Sustainable Development Solutions Network), e così via.

LA QUALITA' DEI DATI

Quando si lavora con sistemi di indicatori, liste, batterie, cruscotti che siano, ci si trova spesso come fra le proverbiali Scilla e Cariddi: da una parte, lasciarsi condizionare esclusivamente dai dati di cui già si dispone, producendo un sistema data driven, facile da alimentare, ma potenzialmente meno accurato e fedele sotto il profilo concettuale ai fenomeni complessi che si vuole rappresentare, come un abito prodotto in serie e non su misura; dall’altra, scegliere indicatori teorici più adeguati a coprire tutti gli aspetti significativi della realtà su cui si sta lavorando, accettando però il rischio di non avere dati con cui riempirli.  

A questo problema, come vedremo, il Monitor offre risposte interessanti.  
E proprio per i motivi appena ricordati, è tanto più apprezzabile la scelta del Monitor di definire cinque criteri stringenti di ammissibilità dei dati sui quali viene costruito:

  1. Copertura. I dati devono consentire di valutare e confrontare le prestazioni cittadine tra realtà comparabili, e possono essere utilizzati se disponibili per almeno il 50% delle città del campione.
  2. Rilevanza, per valutare gli aspetti più significativi legati alla cultura e alla creatività, secondo le indicazioni della letteratura di riferimento.
  3. Accessibilità. I dati devono essere disponibili al pubblico: dati scientifici sottoposti a peer to peer review, prodotti da organizzazioni internazionali o disponibili sul web.
  4. Qualità. La qualità dei dati deve poter essere controllata. I dati devono rappresentare la miglior misura attualmente disponibile in Europa in merito a ogni dominio.
  5. Tempestività. Si useranno i dataset più aggiornati disponibili, dal 2010 al 2019.

In obbedienza a questa scelta fondamentale di affidabilità, il Monitor descrive dettagliatamente tutte le fonti dei dati utilizzate, dimostrando così di aderire a un altro principio fondamentale della ricerca: la replicabilità dei procedimenti, che debbono poter essere ripetuti passo per passo anche da soggetti diversi da quelli che li hanno proposti per primi. Gli addetti ai lavori apprezzeranno anche la chiarezza con cui si specificano le modalità di selezione delle città da includere nello studio, il trattamento dei dati, la stima di quelli mancanti, le procedure di normalizzazione, le ponderazioni e le aggregazioni.

Fra i passaggi costitutivi che vengono esposti in modo trasparente, ci sono anche la verifica della coerenza ella struttura concettuale, una volta popolata di dati e le analisi dell’incertezza e della robustezza dei dati.

Si tiene traccia meticolosa delle modifiche e degli adattamenti apportati nell’edizione del 2019 rispetto a quella del 2017.   

Che cosa c’è di nuovo sul fronte delle città creative (attenzione: spoiler!)

La città culturale e creativa ideale in Europa è un mix di sette città, con due nuovi ingressi rispetto al 2017.
Nell'edizione di quest'anno, la città culturale e creativa "ideale" in Europa sarebbe dotato delle strutture e dei luoghi della cultura di Weimar, la partecipazione culturale e attrattività di Firenze, l’occupazione creativa e basata sulla conoscenza; il capitale umano e i livelli educativi; le connessioni locali e internazionali di Parigi, le proprietà intellettuali e l’innovazione di Eindhoven, i nuovi lavori nei settori creativi di Budapest, l’apertura, la tolleranza e il clima di fiducia di Glasgow e la qualità della governance di Aarhus. Di queste sette città, quattro, cioè Weimar, Firenze, Eindhoven e Aarhus non sono aree metropolitane e hanno meno di 500.000 abitanti.

Budapest e Glasgow sono le due new entry, e hanno sostituito, rispettivamente, Bucarest per i nuovi lavori creativi e Londra per l’apertura, la tolleranza e il clima di fiducia. 

Suggerimenti per la lettura

Il mio consiglio, per chi si volesse regalare una lettura veramente stimolante e alimentare le proprie riflessioni, però, non è di correre subito a leggere il Monitor. Certo, anticipo che i confronti sono stuzzicanti, le graduatorie – peraltro ponderate in base all’ampiezza demografica delle città – ficcanti e piene di begli spunti. L’esposizione è chiara e leggera. 

Ma, a chi è veramente appassionato di politiche della cultura e della creatività, suggerisco di resistere. 
Si attardi invece a leggersi l’allegato C, e a soffermarsi, passo dopo passo, sulla tavola A1, nella quale vengono elencate e descritte con un bel grado di dettaglio tutte le variabili che sono state scelte per rappresentare ognuna delle dimensioni di ogni dominio. 

Garantisco che la pazienza sarà premiata. Ogni variabile invita a ragionare. Sollecita a ponderare e a considerare. A prendere posizione. A immaginare qualche possibile misura alternativa. A esplorare le fonti, e acquisire nuove indicazioni su come il dato è stato ottenuto. A farsi nuove domande.

Raccomando di studiare anche l’allegato D, quello in cui si spiega l’approccio spaziale, che consente di apprezzare le diversità di vitalità culturale e creativa delle diverse aree che compongono le città. Qui il Monitor raggiunge, a mio avviso, una finezza analitica speciale, che mette a fuoco somiglianze e asimmetrie nell’accesso alle dotazioni culturali della popolazione. Qui si fa uso di fonti non convenzionali, ma robuste, per disegnare mappe dinamiche e funzionali che consentono di fare emergere – fatto, questo, altrove spesso trascurato – la disuguaglianza culturale, che è poi disuguaglianza sociale, in tutte le sue dimensioni e in tutta la sua spaventosa ingiustizia. 

Abstract

The Cultural and creative cities Monitor, launched in its very first edition in 2017, is published every two years. It was conceived and developed by a group of brilliant researchers from the Joint Research Center of the European Commission, to support political and financial investment in the cultural and creative sector through reliable and agile measurement and assessment tools of considerable communicative importance. What is the Monitor used for? According to its authors, it is a useful tool to give local or national policy makers support in identifying the strengths of their cities, in assessing the impact of political action and in learning from peers. Undoubtedly, it also serves to make the social and economic importance of culture and creativity clearer, measurable and more explicit. Finally, it serves to inspire new research questions and new approaches to studying the role of culture and creativity in cities.

 

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