Iniziamo con un grazie. Un grazie rivolto ad AgCult, che con fiducia ha accolto questo nuovo spazio, nonché ai lettori che hanno risposto con entusiasmo all’iniziativa. Con Letture Lente abbiamo evidentemente intercettato un bisogno di riflessione e di conoscenza che andava colmato.    

Gli studi che abbiamo raccolto in questi due primi numeri offrono una lettura trasversale della cultura e della sua capacità di connettersi ad ambiti fino a qualche anno fa del tutto impensabili: cultura (e) è salute, benessere, luogo e appartenenza, rigenerazione urbana, recupero delle aree interne del paese, propulsore economico, connettore sociale. 

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Ma la cultura e, in particolare, i settori culturali e creativi hanno anche ampi margini per rinnovarsi, lavorando su se stessi e facendo “innovazione culturale della cultura”. Ad esempio, delle disparità di genere ci fornisce evidenza macroscopica lo studio europeo ‘Gender Gaps In The Cultural And Creative Sectors’ dello European Expert Network on Culture and Audiovisual (EENCA) recensito in questo numero da Flavia Barca. I dati a disposizione sono ancora pochi, frammentari,  ma allarmanti: in Francia, per esempio, “Il settore dello spettacolo dal vivo è contrassegnato dall’effetto “piramide rovesciata”. Nelle strutture educative (accademie ecc.) la partecipazione è paritaria (52% donne) ma nel mercato del lavoro la presenza delle donne cala drasticamente (31%), soprattutto nelle posizioni apicali (18%), fino a diventare assolutamente marginale nelle opere programmate (11%)”. A queste evidenze fanno eco diverse iniziative di mobilitazione civile tra cui la campagna “BoycottManels” recentemente avviata da Patrizia Asproni per creare consapevolezza a proposito dei dibattiti su questioni pubbliche centrali interamente condotti e declinati al maschile. Si tratta di una battaglia di lungo corso non ancora vinta, che tocca anche il lavoro culturale. 

Che la valorizzazone (di una certa) cultura possa essere fonte di “guarigione sociale” è d’altra parte una realtà. I modelli partecipativi di innovazione sociale a base culturale stanno aprendo la strada a nuovi stili di vita in territori che fino a pochi anni fa rappresentavano luoghi di fuga, rigenerando così il tessuto sociale ed economico di un’Italia che rappresenta il 60% del territorio nazionale. Le iniziative “dal basso” iniziano inoltre ad essere studiate e coadiuvate in un’ottica strategica che prova a invertire lo sguardo, guardando “all’Italia intera muovendo dai margini, dalle periferie” nel pieno spirito della Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI). Le analisi scientifiche socioeconomiche, demografiche, territoriali; i tentativi di politiche in atto; le progettualità e le pratiche espresse dai territori; e l’analisi del ruolo delle trasformazioni culturali e degli immaginari per il ripensamento delle aree interne sono i temi chiave che accompagnano e strutturano la riflessione su questo tema nel volume “Riabitare l’Italia” (ed. Donzelli), commentato da Antonio De Rossi (curatore della pubblicazione) e Laura Mascino - un volume che sta stimolando riflessioni in dibattiti pubblici, pluridisciplinari, arricchendosi lungo tutto lo stivale. Aggiungono elementi al quadro i contributi di Filippo Tantillo e Daniela Luisi e di Roberto Albano che fanno un affondo su esempi concreti di rigenerazione attraverso la cultura, i primi recensendo il numero 50 dei Quaderni della Ricerca di Loescher dedicato a “Scuola e innovazione nella aree interne”, il secondo presentando una ricca mappatura dei luoghi abbandonati e in disuso nella provincia di Cuneo per cui urgono nuovi approcci in grado di conciliarne valore economico e sociale. Del ruolo dei luoghi ci parla più nel dettaglio Ciccio Mannino con la sua puntuale recensione del volume “Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società” (ed. Egea) di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai. Neve Mazzoleni, completa questa riflessione mettendo l’accento sugli spazi cittadini che oggi accolgono produzioni culturali indipendenti, confermando ancora una volta l’importanza dei “luoghi” come creatori di relazione e di significati, in periferia come in città. Il consumo di territorio va dunque ripensato alla luce di ciò che gli spazi esistenti possono già offrire – in termini culturali, sociali, economici, nonché di salute. Frenquentare i “luoghi di cultura” non significa infatti soltanto regalarsi un piacevole momento di intrattenimento, relax o benessere “estetico”. Sendy Ghirardi con la sua recensione di un recente studio inglese mostra come la visita musei contribuisca a mantenere il cervello attivo, riducendo così i rischi di demenza senile. 

Ma - oggi più che mai - la partita del’investimento culturale si gioca (anche) a livello globale: la cultura ha infatti un importante ruolo da giocare rispetto alle grandi sfide del nostro tempo, come il cambiamento climatico. Come ci racconta Erminia Sciacchitano, la rete globale Climate Heritage Network è stata ufficialmente inaugurata lo scorso 24 ottobre proprio nell’obiettivo di sollecitare i settori della cultura e del patrimonio culturale a sviluppare pratiche di conservazione e valorizzazione che contribuiscano agli obiettivi definiti dall’Accordo di Parigi e dell’Azione per il Clima della Commissione europea.

Di fatto, questi lavori indicano che abbiamo inziato a “digerire” e a implementare quello che i Sustainable Development Goals (SDGs) ci hanno indicato nel 2015 e che già dopo 4 anni inizia a diventare realtà testata ed esaminata. Il lavoro unico a livello europeo condotto da Asvis in questi anni - di aggregazione e sviluppo di buone pratiche e di indicatori di misura  per ispirare politiche sostenibili - è stato sicuramente prezioso in questo senso. E, a proposito di indicatori, ci viene in aiuto la seconda edizione del “Cultural and Creative Cities Monitor” della Commissione europea, uno strumento di monitoraggio e valutazione che offre a 190 città d’Europa la possibilià di misurarsi, confrontarsi e migliorarsi rispetto a 29 metriche relative alla cultura e alla creatività, recensito da Annalisa Cicerchia. L’obiettivo è quello di creare una base di paragone attendibile su scala europea e di facilitare la lettura del dato attraverso un rapporto analitico e una piattaforma interattiva online verso l’adozione di politiche future evidence-based. La via per l’Italia sembra chiara: mentre molte città spiccano per gli elevati livelli di “vivacità culturale”, non sempre a questo corrisponde un’economia creativa a base culturale ugualmente florida, se non per poche eccezioni quali Milano. Il legame empirico tra vivacità culturale, economia creativa e sviluppo sostenibile resta invece da esplorare. Chissà che non possa essere il focus della prossima edizione prevista per il 2021.

Non ci resta che augurarvi una buona lettura.

Catterina Seia e Valentina Montalto