A partire dal 13 novembre 2019 il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo presenta al pubblico il restauro di due importanti opere della Collezione MAXXI Architettura: il modello del Concorso per la Camera dei Deputati dall’Archivio di Vittorio De Feo e lo scroll Space IV di Paolo Soleri.

La mostra Progetto e Utopia è il risultato di un lavoro svolto durante il 2019, promosso dalla Fondazione Paola Droghetti onlus, che ha messo a disposizione le due borse di studio per giovani laureati, e portato avanti in collaborazione con l’ISCR (Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro) e l’ICRCPAL (Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario), che hanno seguito la direzione scientifica delle attività di restauro.

Il restauro ha riportato alla ribalta due opere apparentemente distanti tra loro (la maquette in compensato impiallacciato e cartoncino del progetto di Vittorio De Feo con G. Ciucci, M. d’Alessandro, P. Iacobelli, M. Manieri Elia, M. Morandi per il Concorso bandito nel 1966 della Camera dei Deputati per un progetto di un nuovo palazzo per uffici e il disegno di Paolo Soleri Space IV, realizzato nel 1964, pastelli colorati su cartoncino, parte del programma Space for Peace) per materiali, finalità, coralità o individualità della creazione, ma accumunati dall’aspirazione a ricercare soluzioni nuove, alternative ad un mondo che si vorrebbe trasformare, su scala urbana per il modello di De Feo, su scala universale nel caso di Soleri.

L’INTERVENTO

Le condizioni del ‘modello De Feo’ al suo arrivo presso il Laboratorio di restauro dei materiali dell’arte contemporanea erano talmente critiche da creare alcune perplessità in merito alla legittimità delle operazioni di restauro che, nella sua accezione attuale e condivisa, deve attenersi al fondamentale principio del minimo intervento. I dubbi sono stati fortunatamente dissipati dal lavoro minuzioso delle restauratrici Alessia Fasciani e Martina Vento, che sono state in grado di riconoscere le più minime porzioni erratiche del modello, riconducendole al loro posizionamento originale: il restauro si è, quindi, configurato essenzialmente come una ricomposizione delle parti staccate (dalla base o tra loro) legittimata dalla presenza pressoché totale di tutto il materiale originario. A questo si è associata la conoscenza della tecnica esecutiva e del sistema di montaggio, grazie alle analisi condotte da Paola Iazurlo, Paolo Scarpitti e dalle stesse restauratrici. Gli approfondimenti scientifici, con il lavoro della biologa Giulia Galotta per riconoscere i tipi di legno e delle chimiche Marcella Ioele e Natalia Macro per individuare le colle impiegate, hanno composto un quadro estremamente completo di informazioni: una vera mappa per capire come l’opera è stata assemblata e come poterla ricomporre. L’unità potenziale dell’opera d’arte era quindi assolutamente definibile, senza margini interpretativi arbitrari e l’intervento si è configurato a pieno titolo come una sorta di ‘anastilosi’, consentendo di recuperare una lettura organica del progetto presentato per il concorso del 1966.

 

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