La European Cultural Foundation ha una lunga tradizione di lavoro nel campo della cultura con l'obiettivo di promuovere un'Europa migliore, aperta e inclusiva. Nel 2019, il tema che guida le attività della Fondazione è Democracy Needs Imagination. Perché abbiamo bisogno dell'immaginazione? E che tipo di immaginazione ci serve?

Quest'anno, ci siamo dati questo tema perché ci sono diversi sviluppi in Europa che, dal nostro punto di vista, sono preoccupanti: c'è una polarizzazione crescente all'interno delle società tra le persone e le cosiddette élite, tra la destra e la sinistra e ci sono gruppi che vivono in una condizione di segregazione. Ma c'è anche una polarizzazione all'interno dell'Europa tra l'Est e l'Ovest, il Sud e il Nord e così via. C'è un livello crescente di diseguaglianze nelle nostre società e ci sono divergenze economiche in Europa e anche nelle stesse società: le diseguaglianze sono aumentate negli ultimi trenta, quarant'anni nella maggior parte dei Paesi europei e in maniera molto veloce soprattutto nell'Europa dell'Est. Questo è un trend molto preoccupante. Abbiamo anche una crisi climatica globale e – nonostante le molte parole, i molti trattati e le molte conferenze – le emissioni di CO2 continuano ad aumentare e ci stiamo avvicinando in maniera estremamente pericolosa a una crisi. Come Unione Europea potremmo affrontare questo tipo di questioni, ma l'Europa è parte del problema piuttosto che una soluzione. E questo è il motivo per cui dobbiamo trovare nuovi modi di concepire i nostri sistemi democratici, dobbiamo sfidare il modo in cui siamo abituati a fare le cose. Penso che continuare ad agire come si è sempre fatto non sia più adeguato alle grandi problematiche che dobbiamo affrontare in questo momento. A maggio ci sono state le elezioni per il Parlamento Europeo e c'è stato un grande dibattito sull'Europa. Noi volevamo che questo potesse essere un dibattito positivo e costruttivo con dei buoni risultati e per questo abbiamo scelto questo tema e abbiamo chiesto alla nostra comunità – attraverso una call to action – di mandarci le loro idee e le loro proposte, anche dal punto di vista finanziario. Attraverso le risposte che abbiamo ricevuto abbiamo scoperto che il fatto che la democrazia ha bisogno dell'immaginazione risulta essere una questione rilevante. In particolare, abbiamo fatto una prima call all'inizio dell'anno e una seconda call a settembre e abbiamo trovato le risposte molto buone e molto incoraggianti.

Per comprendere meglio le sfide e le opportunità che affronta l'Europa e in che modo la cultura e la filantropia possono fronteggiarle, all'inizio del 2019 la European Cultural Foundation ha organizzato un tour multi-europeo chiamato “What Can Culture do?” che ha dato vita all'Amsterdam Manifesto for Europe. Posso chiederle qualcosa in più su questa iniziativa? Come è nata? Quali sono i messaggi principali raccolti nel Manifesto?

Abbiamo sviluppato la nostra nuova strategia quinquennale nel corso degli ultimi nove mesi. Io sono relativamente nuovo all'interno della Fondazione – ho iniziato quasi un anno fa – e ho lavorato a una nuova strategia non perché sono il nuovo direttore ma a causa delle sfide che ho evidenziato prima, domandando: “cosa possiamo fare?”. E l'abbiamo fatto guardando al nostro archivio. Noi abbiamo 65 anni. Come European Cultural Foundation siamo stati fondati da Robert Schuman, il fondatore dell'UE – egli ha fondato la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio nello stesso momento in cui ha fondato la European Cultural Foundation. Abbiamo trovato molti segni dei nostri 65 anni di storia, ma probabilmente il più rilevante, importante e riconoscibile è che la European Cultural Foundation è stata il co-ideatore del programma Erasmus e l'ha sviluppato e implementato durante la sua prima fase. Così, abbiamo guardato al nostro archivio e abbiamo fatto un tour attraverso l'Europa, organizzando quattordici tavole rotonde in giro per l'Europa, in Italia – siamo stati a Milano e Torino, Lettonia, Romania, Francia, Germania, Paesi Bassi ma anche Svezia e Portogallo. Abbiamo sviluppato la nostra nuova strategia che abbiamo presentato il 2 ottobre. È un documento di una ventina di pagine che rappresenta il documento fondamentale per noi, per il nostro board e il nostro staff, ma volevamo tradurlo in qualcosa che fosse comprensibile e leggibile da un pubblico più ampio e quindi lo abbiamo ridotto in un testo di una pagina e l'abbiamo chiamato Amsterdam Manifesto for Europe. Esso rappresenta la nostra strategia, il nostro impegno e il nostro contributo per i prossimi cinque anni non solo per riportare l'Europa sulla buona strada, ma anche per rendere l'Europa un posto migliore tramite la cultura intesa in senso ampio, comprese l'arte e l'istruzione.

Il Manifesto afferma che questa è in realtà una situazione specifica, delicata, difficile e sfidante, caratterizzata dalla polarizzazione, da divisioni nella società, dall'ineguaglianza e in cui anche la cultura e l'identità sono usate in modo improprio per dividere le comunità piuttosto che per tenerle unite. E l'Europa non ha fatto abbastanza per affrontare le grandi questioni del nostro tempo, quali il cambiamento climatico e la digitalizzazione. Pertanto, questa è la nostra prima constatazione: questi sono tempi difficili. Quindi diciamo che in tempi come i nostri di incertezza e imprevedibilità, è molto importante confermare i valori su cui si fonda il proprio lavoro. Abbiamo riconfermato i nostri valori e l'abbiamo fatto all'inizio della nostra strategia. Crediamo in un'Europa unita e pacifica; nella cooperazione, condivisione e solidarietà; nella democrazia, nel ruolo della legge e nel potere della dignità umana e dell'ingegno. Crediamo nella diversità, non solo come una parola oggi molto utilizzata ma come modo di lavorare, come un valore molto importante e un messaggio per l'Europa per fare sempre meglio. Inoltre, crediamo nel potere della curiosità e dell'ottimismo. Si potrebbe dire che suona molto bene e che probabilmente tutti concordano con questa visione, ma tutti questi concetti che ho elencato non sono più valori generalmente condivisi. Abbiamo molti Trump in questo mondo e anche in Italia avete dei politici che non saranno d'accordo con questi valori, i valori della cooperazione, della condivisione e della solidarietà europee. E anche la dignità umana è, oggi, una questione che è interpretata in maniera diversa, soprattutto se si guarda ai confini dell'Europa. Pertanto, abbiamo ritenuto molto importante riconfermare i nostri valori.

Quindi diciamo: “Cosa possiamo fare? Cosa può fare la cultura per far sì che l'Europa unita funzioni meglio?”. Pensiamo che sia necessario creare spazi per un'esperienza europea, un'esperienza con persone provenienti da diversi Paesi europei che si ritrovano insieme e fanno delle cose insieme. Dalla nostra prospettiva, se vivi questa esperienza europea avrai la possibilità di essere una persona diversa, di sviluppare quel senso di appartenenza all'Europa o almeno avrai l'opportunità di farlo. Questo è ciò che possiamo fare. Questo è quello che, credo, la European Cultural Foundation ha fatto negli ultimi 65 anni e che continuerà a fare. Noi come European Cultural Foundation possiamo raccontare la storia dell'Europa. La storia dell'Europa è davvero molto interessante, una grande e bellissima storia ma anche una storia violenta. È certamente una storia che possiamo e che dovremmo raccontare e, in un certo senso, è qualcosa che non riguarda soltanto gli storici ma tutti noi. Io cito sempre l'esempio di mia figlia, la quale ha quattordici anni e guarda e conosce tutte le parole del musical “Hamilton”. Lei conosce tutta la storia del West, o una buona parte di essa, ma non conosce abbastanza della storia dell'Europa. Noi siamo gli Hamilton d'Europa e allora perché non stiamo raccontando la storia dell'Europa nello stesso modo, non solo la storia del passato ma anche le possibili storie del futuro? Chi ci sta parlando dell'Europa? Questo è ciò che la cultura, gli artisti, i manager culturali e coloro che lavorano nel settore possono fare e ciò che sono bravi a fare. Sono storyteller, sono persone che sviluppano nuove narrazioni, che parlano con noi e questo è molto importante perché è qualcosa su cui lavorare. Crediamo che la cultura sia molto importante per stimolare la creazione di uno spazio europeo, in quanto viviamo nella maggior parte dei casi in bolle e silos nazionali ed è davvero molto difficile uscirne. Anche i media giocano un ruolo molto importante nello spazio digitale e questo rappresenta un grande investimento non solo per la nostra fondazione e per altre fondazioni, ma anche per l'Unione Europea che non ha alcuna piattaforma digitale riconoscibile di una qualche rilevanza. Fondamentalmente, abbiamo esternalizzato la nostra sfera pubblica alle grandi piattaforme americane e cinesi e questo non va più bene.

Penso che ciò che vogliamo realizzare sia difficile e abbiamo un catalogo di ciò che ci impegniamo a fare come fondazione. Lo faremo in termini operativi. Per esempio, vogliamo parlare una lingua – e parleremo una lingua – che le persone capiscono e non solo i nostri beneficiari e incoraggiamo anche altri a fare lo stesso. Abbiamo una chiara mentalità europea, ma ciò non significa che siamo altezzosi. L'Europa è locale, quindi lavoriamo localmente ma con una dimensione europea. Siamo strategici, svegli e agili. Le cose stanno cambiando e idee interessanti vengono sviluppate. Chi avrebbe mai immaginato i “Fridays for Future”? Ora sono un'opportunità per sostenere una causa ed essere coinvolti. Quindi, cercheremo queste opportunità e ci impegneremo con esse. Questo è fondamentalmente il nostro programma e, come diciamo alla fine del nostro Manifesto, sono tempi difficili e dobbiamo lavorare insieme. Vogliamo lavorare con tutti coloro che operano in questa direzione per rendere nuovamente rilevante l'Europa. Allora, facciamolo!

La European Cultural Foundation sostiene i “cultural changemakers” e i loro progetti. Dal punto di vista della Fondazione, chi è un “cultural changemaker”?

Possono essere molti, naturalmente. Trent'anni fa è stato abbattuto il Muro di Berlino e stavo pensando a questo perché io vengo da Berlino Est e a quel tempo i “cultural changemakers” erano i teatri, i musicisti soprattutto delle band rock e pop, le gallerie d'arte, i musei e chi cercava di aprire lo spazio pubblico oltre i limiti consentiti dalla Germania comunista. Così, queste persone stavano sfidando il sistema, erano degli agenti del cambiamento, stavano cercando il cambiamento e creavano nuove cose. Penso che oggi la situazione sia simile e che ci siano anche numerose ONG che lavorano in quest'ambito e stanno cercando di realizzare cose diverse. Pertanto, non è possibile dire questi sono dei “cultural changemakers” e questi no. Infatti, speriamo di scoprirne sempre di nuovi oltre quelli che già conosciamo. In effetti, attraverso la call to action “Democracy needs imagination” abbiamo avuto la possibilità di conoscere un numero crescente di iniziative molto interessanti. Pertanto, posso solo confermare che là fuori ci sono molti più “cultural changemakers” di quelli che conosciamo e questa è un'ottima notizia.

Sicuramente il programma Erasmus è uno dei principali risultati della European Cultural Foundation. Oggi, qual è il principale lascito del programma e quale sarà il prossimo Erasmus per la vostra Fondazione?

Questa rappresenta una grande domanda per noi: “qual è il nostro prossimo Erasmus?”. Non pensiamo che non debba essere nell'ambito degli scambi o in quello dei media, potrebbe riguardare qualsiasi campo. Ci stiamo pensando e stiamo lavorando per rendere la ricerca del prossimo Erasmus un processo partecipativo, coinvolgendo tutta la nostra comunità e mettendo a disposizione un fondo per lavorare insieme a molti altri alla ricerca del prossimo Erasmus. Si tratta di un lavoro in evoluzione e ne sentirà parlare il prossimo anno. Ma nel frattempo, ogni programma a cui lavoriamo dovrebbe avere il potenziale per diventare il prossimo Erasmus. Quindi, quali sono gli ingredienti chiave e che cosa possiamo imparare dal programma Erasmus? In verità, una caratteristica è che deve essere semplice. L'Erasmus è un programma di scambio per studenti molto semplice: non è scienza missilistica, non è grande tecnologia, è stato lì nei paraggi per centinaia d'anni, borse di studio e così via. Ma la grande innovazione è che l'Erasmus si basa su una rete esistente, l'infrastruttura delle università, le quali ci sono già, sono sempre state là, erano già finanziate e rappresentano un'infrastruttura sostenibile. E così questo programma, l'Erasmus, ha solo fornito il legame tra le università attraverso lo scambio degli studenti e l'ha fatto non tramite 25 borse di studio ma grazie a migliaia, milioni di borse di studio. L'Erasmus rappresenta il più grande programma di scambio e mobilità del mondo e adesso l'UE ha assegnato maggiori risorse. Infatti il Parlamento Europeo ha deciso di raddoppiare il budget destinato al programma Erasmus e questo è ottimo e il programma potrebbe diventare ancora più grande. Pertanto, si tratta di un'idea molto semplice che si basa su un'infrastruttura esistente, ma è pensare in grande. Per me, questo è l'ingrediente chiave. Un altro è che quando è stato messo a punto, l'idea era quella di creare un'esperienza europea ma non sono andati dagli studenti e hanno detto: “dovete avere un'esperienza europea e dovete tornare come europei migliori”. L'Erasmus ti offre la possibilità di passare una parte del tuo percorso di studi all'estero, di imparare qualcosa, di imparare una nuova lingua, di conoscere persone nuove, ma lo fai come parte del tuo programma. E tutto il resto dipende dalle persone coinvolte e diventi una persona diversa essendo parte di tale programma. Questo avviene, in un certo senso, ai margini ma ciò sta accadendo ed è grandioso.

Negli ultimi anni, la European Cultural Foundation ha sviluppato nuove modalità partecipative di grant-making e meccanismi operativi al fine di lavorare con i beneficiari e gli altri partner in un modo più diretto e democratico. Cosa ha imparato la Fondazione da questo approccio relazionale intenso e complesso?

È complicato, è un lavoro in continuo divenire. Penso che sia un nostro obiettivo quello di rendere il processo tramite cui coinvolgiamo le persone in quello che facciamo più partecipativo, più coinvolgente ma anche più comprensibile e trasparente e questo è un processo costante. Ma non è facile in quanto, alla fine, vuoi realizzare qualcosa. Non vuoi solo avere a che fare con il processo, soprattutto in tempi in cui le cose cambiano molto velocemente, ma vuoi anche essere reattivo in modo rapido. E a volte questo va in conflitto con l'idea di voler essere un processo comprensibile. Ma noi stiamo cercando di tenere insieme questi due aspetti, di essere veloci e agili ma anche partecipativi. Ma, come ho detto, è complicato. Un aspetto molto importante in questo contesto – che ho menzionato prima – è quello di essere comprensibili, di parlare una lingua che le persone capiscano veramente. E le fondazioni non sono molto brave in questo, anche la European Cultural Foundation, e vogliamo cambiare questo aspetto. Vogliamo comunicare con un lingua che sia accessibile a molte più persone e che non deve essere asciutta  come è spesso il linguaggio usato dalle fondazioni. Può anche essere divertente. Questo per noi rappresenta un grande progetto di sviluppo: parlare un'altra lingua.

Parlando di migranti e rifugiati, i media giocano un ruolo centrale nella creazione di una narrazione negativa che alimenta la percezione che l'integrazione sia impossibile. A questo proposito, il vostro programma Displaced in Media rappresenta un tentativo rilevante di dare una voce legittima ai rifugiati. Quali sono le principali riflessioni scaturite dal progetto?

La riflessione principale è che nei media ci sono numerosi articoli che parlano dei migranti, soprattutto dopo il 2015, ma quasi nessuno scritto da migranti. Oggi, se sfogli molti giornali in qualsiasi Paese trovi sempre qualcosa sul fenomeno migratorio, a volte anche in prima pagina. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di articoli che parlano dei migranti come un gruppo di individui e spesso, dipende dal tipo di medium, sono ritratti come un pericolo, una minaccia, sono ritratti in contesti di disgregazione, terrorismo, disfacimento della nostra cultura e così via. In generale, questo è il modo in cui i media spesso si riferiscono ai migranti e raramente si trovano storie di migranti scritte da migranti che parlano non solo della questione migratoria ma anche degli eventi connessi all'arrivo in un nuovo Paese, al dover conoscere i propri vicini, lavorare oppure trovare un lavoro, anche svolgere un hobby, magari giocare a calcio. Tutte queste cose fanno parte della storia di un essere umano proveniente da un altro luogo che si trova oggi in un luogo differente e che deve affrontare gli aspetti più difficili ma anche la gioia di imparare cose nuove. In tutti i dibattiti e in tutte le discussioni sui migranti, questa è una storia difficile da ascoltare ed è per questo che l'abbiamo chiamata Lost in Media. È dispersa nei media e abbiamo pubblicato questo libro che contiene prospettive interessanti e differenti su questi temi e siamo abbastanza incoraggiati dal grande interesse che sta ricevendo. Abbiamo organizzato due presentazioni del libro, una ospitata all'interno del Parlamento Europeo dove c'era una stanza piena di parlamentari desiderosi di approfondire la questione.

Il cambiamento climatico è un tema cruciale nelle società contemporanee. Come possiamo raggiungere obiettivi comuni come gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) attraverso una prospettiva culturale e l'innovazione sociale?

È una buona domanda. Noi volevamo rendere la cultura climatica un punto chiave della nostra nuova strategia e alla fine abbiamo deciso di tenere conto del cambiamento climatico in tutte le nostre attività, non solo nei discorsi e nella pubblicazione di nuovi report ma anche sfidando noi stessi e i nostri partner e beneficiari. Per esempio, noi sosteniamo molte esperienze europee di scambio e mobilità. Ma gli scambi e gli incontri sovente implicano il dover prendere un aereo, oppure un treno o un altro mezzo di trasporto e in questo modo contribuiamo con le nostre attività al riscaldamento globale. Così, abbiamo detto: “ cosa possiamo fare?”. Non avevamo un piano per perseguire la neutralità climatica ma come fondazione è un obiettivo che desideriamo raggiungere entro il 2025. Pertanto, abbiamo istituito un fondo per la compensazione delle emissioni e anche delle linee guida per i nostri partner per rendere il loro lavoro sulla mobilità e le loro esperienze europee climate friendly e potenzialmente a emissioni zero. È un modo molto pragmatico di affrontare la questione, ma riteniamo che abbiamo bisogno di soluzioni pragmatiche piuttosto che di semplici interventi decorativi.

Come ha messo in evidenza Krystian Seibert su Alliance Magazine, molti ricercatori, commentatori e critici stanno sempre più mettendo in discussione la compatibilità della filantropia con la democrazia, i suoi approcci e le sue pratiche, come anche il suo impianto etico. Lei pensa che il settore filantropico debba riconoscere i limiti dell'attuale sistema e immaginare un nuovo modello per interagire con la società, latamente intesa?

Sì, penso che stia accadendo. Sono tornato da poco dal meeting dello European Foundation Centre per il suo trentesimo anniversario e ci sono state molte discussioni in cui ci si domandava se i nostri modelli siano ancora rilevanti al giorno d'oggi. Ci sono anche altre modalità – come la filantropia di missione e gli investimenti sociali – di raggiungere obiettivi simili e ritengo che sia necessario considerarle tutte. Ma i modelli filantropici sono là, sono le grandi fondazioni, che stanno facendo un lavoro fondamentale ma che devono continuamente verificare se è il modo migliore per raggiungere i loro obiettivi. Così come lo stanno facendo è il modo più appropriato per contribuire a una società migliore? Inoltre, devono tenere in considerazione il modo in cui sono percepite dalle persone che dovrebbero servire. E c'è molto lavoro da fare in termini di trasparenza, accountability, approcci partecipativi in quanto le fondazioni e la filantropia sono in un certo senso nostre, sono co-finanziate da tutti noi attraverso le agevolazioni fiscali. Le organizzazioni filantropiche sono istituite da persone facoltose ma ottengono delle agevolazioni fiscali e in questo modo lo Stato e noi cittadini contribuiamo alla loro esistenza. La filantropia non è qualcosa che riguarda soltanto i finanziatori o le organizzazioni filantropiche, noi siamo dei suoi co-finanziatori e per questo abbiamo voce in capitolo, dovremmo avere voce in capitolo. E questo rapporto dovrebbe essere reso più chiaro. Ci sono anche nuovi sviluppi come le fondazioni di comunità, che non si basano su una sola persona facoltosa ma su una comunità che mette i propri fondi, non solo in termini finanziari ma anche di risorse umane. E anche la nostra fondazione si regge su un modello differente che passa attraverso la lotteria. Ci sono diverse modalità tramite cui le fondazioni e la filantropia possono essere innovative e hanno bisogno di esserlo per restare rilevanti. Sta accadendo molto nel settore: nuovi finanziatori di approcci filantropici, approcci diversi che si discostano dal modello della filantropia tradizionale e portano nuovi metodi, inclusi gli investimenti di missione, le collaborazioni con il settore privato e così via. Ritengo che ci siano molteplici approcci innovativi e, in questo senso, è tempo di pensare al nuovo.

Quale effettiva fondazione europea focalizzata sulla cultura, ha dei suggerimenti su come migliorare le politiche culturali a livello europeo?

Sì, in effetti penso che ci sia bisogno di una migliore coordinazione a livello europeo rispetto a cosa può essere fatto tramite la cultura. Come abbiamo detto nel nostro Manifesto, la cultura è oggi possibilmente ancora più importante rispetto agli ultimi sessanta, settant'anni, in quanto inizialmente si riteneva che l'unificazione europea si potesse realizzare per mezzo dell'economia, del carbone e dell'acciaio, dell'agricoltura, del mercato unico e così via. Ritengo che ciò abbia funzionato notevolmente bene, ma ci sono dei limiti. Pertanto, un ulteriore lavoro attraverso l'economia – soprattutto adesso, dopo la grande crisi finanziaria e dell'euro – non è l'unico modo per andare avanti. Penso che attualmente il tema della cultura, il tema del creare un senso europeo di appartenenza siano degli ingredienti molto importanti e cruciali. L'arte e la cultura sono molto rilevanti, soprattutto quando l'identità culturale è utilizzata in modo improprio per dividere i cittadini europei e le culture nazionali. In realtà, penso che l'Unione Europea sottostimi il ruolo della cultura e un esempio di ciò è dato dal fatto che nella nuova Commissione Europea non c'è un Commissario per la Cultura. In passato il Commissario Europeo per la Cultura non è stato sempre così forte come commissario, ma almeno ne avevamo uno. Invece nella nuova Commissione non ne abbiamo nemmeno uno e non sappiamo come interpretare questa decisione. Se la si vuole interpretare in maniera positiva, si potrebbe dire che la cultura è talmente importante che il Presidente della Commissione Europea se ne vuole occupare personalmente: è una questione centrale e per questo non c'è un Commissario Europeo per la Cultura. Oppure se si vuole essere pessimisti, si può dire che è stato semplicemente dimenticato perché non rilevante. Così, stiamo promuovendo e dicendo che ci dovrebbe essere un Commissario Europeo per la Cultura, in quanto è necessario che qualcuno ricopra questo ruolo e agisca come un ambasciatore e un portavoce dell'importanza della cultura, rendendo l'Europa uno spazio cooperativo in cui lavorare insieme come una squadra.

Sappiamo che lei è una persona ottimista. Dal suo punto di vista, è ancora possibile trasformare la crisi europea in una opportunità?

Sì, penso che i tempi di crisi siano anche tempi di opportunità. Quando ho trascorso un po' di tempo in Cina, c'erano della persone che parlavano di tempi interessanti. Non parlavano di tempi di crisi, ma dicevano che viviamo in tempi interessanti. E anch'io penso che stiamo vivendo in tempi molto interessanti, molto sfidanti. Ma i tempi ricchi di sfide sono anche tempi di opportunità. Credo che essi creino un senso di urgenza. Quindi, c'è un senso di urgenza ma c'è anche un senso di “possiamo provare cose nuove”, “possiamo correre dei rischi” e questo è l'elemento positivo di questa situazione, il suo lato ottimista. Quale esempio paradigmatico, spesso quando penso all'Europa mi ritorna in mente che nei primi anni 2000 la Germania era considerata “il malato d'Europa”. Mentre tutta Europa stava andando bene, incluse l'Italia e la Grecia, solo la Germania stava andando davvero male: un alto tasso di disoccupazione, l'economia era in stagnazione, niente sembrava funzionare. E poi cinque, sei anni dopo, nel 2006, non solo grazie a, ma in parte riunita anche dai Mondiali di Calcio, in Germania c'era un'atmosfera di “sì, ce la possiamo fare!”. E nel 2008, 2009 la Germania ha affrontato la crisi finanziaria relativamente bene grazie alle riforme che aveva fatto prima. Così, la Germania ha preso questo aspetto del “malato d'Europa” e l'ha trasformato in riforme, in opportunità e credo che ciò abbia aiutato la Germania a riprendersi. Se si guarda a questo esempio da una prospettiva europea, adesso l'Europa sta attraverso una sorta di crisi di identità e sebbene non sia esattamente “il malato del mondo” non è certamente la persona più in salute. Ma vediamola nello stesso modo: magari tra dieci anni potremo dire che c'era un periodo in cui l'Europa stava attraversando un momento difficile, ma ora ha imparato la lezione, ha fatto dei cambiamenti, ha agito unita e adesso è il motore del mondo. Chissà? Come ha detto, sono un ottimista!

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The European Cultural Foundation has a long tradition of work in the field of culture with the aim of promoting an open, inclusive and better Europe. In 2019, the theme which guides the Foundation’s activities is Democracy Needs Imagination. So, I would like to ask why we need imagination? What kind of imagination we need?

This year, we set ourselves this theme because there are a number of developments in Europe which are worrying from our point of view: there is increasing polarization inside societies between people and the so-called elites, between the Right and the Left, and there are groups in physical segregation in many ways. But there is also polarization within Europe between East and West, South and North and so on. There is an increasing level of inequalities in our societies, and there are economic divergences in Europe and also within societies: inequalities have been rising over the last thirty, forty years in most European countries and particularly fast in Eastern Europe. This is a worrying trend. We have also a global climate crisis and – despite many words, many treatises, many conferences and so on – CO2 emissions continue to rise and we are getting very dangerously close to a crisis. As European Union we could have a way of dealing with these issues, but Europe is a part of the problem rather than a solution. And this is the reason why we have to find new ways to set our democratic system, we have to challenge the way we are doing things. I think business as usual is not good enough for all these great problems we have at the moment. In May, there were the European Parliament Elections and there was a big debate about Europe. So, we wanted this could be a positive and constructive debate with good results and that is why we chose this theme and asked our community – through a call to action – to send us their ideas and proposals, also in terms of financing. We have discovered that “democracy needs imagination” is quite relevant by the responses. Specifically, we had a first call at the beginning of the year and a second call in September and we found the responses very good and very encouraging.

To better understand the challenges and opportunities Europe faces and what culture and philanthropy can do to address them, in early 2019, the European Cultural Foundation organised a multi-European tour, called “What Can Culture Do”, developing the Amsterdam Manifesto for Europe. Can I ask something more about this initiative? How was it born? What are the relevant messages collected in the Manifesto?

We have developed our new five years strategy over the last nine months. I am relatively new at the Foundation – I started almost a year ago – and I worked on a new strategy not because I am the new director but because of the challenges I have outlined before, asking “what can we do?”. And we did this by looking at our own archive. We are 65 years old. As European Cultural Foundation we were founded by Robert Schuman, the founder of the EU – he founded the European Coal and Steel Community at the same time when he founded the European Cultural Foundation. We have found many signs of our 65 years history but probably the most relevant, important and recognisable was that the European Cultural Foundation was the co-inventor of the Erasmus programme and developed and implemented it in its first phase. So, we looked at our archive and we did a tour through Europe, organising fourteen round-table discussions across Europe, in Italy – we were in Milan and Turin – Latvia, Romania, France, Germany, in the Netherlands but also in Sweden and Portugal. We developed our new strategy which we announced on 2 October. It is a document of around twenty pages that is the relevant document for us, our board and our staff, but we sought to translate it into something which was understandable and readable for a wider audience and we put it into a text which fits on one page and then we called it the Amsterdam Manifesto for Europe. But this is really our statement, our commitment and our contribution over the next five years not only to get Europe back on track, but to make Europe a better place through culture in a wider sense, including arts and education.

The Manifesto states that this is actually a specific, tricky, difficult and challenging situation characterised by polarization, division in society, inequality, and in which also culture and identity are misused to divide communities rather than bringing them together. And Europe has not played a role in overcoming some of these divisions, also internationally. Europe has not done enough to tackle the big questions of this time, such as the climate crisis and the digitalization. So, this is our first statement: these are difficult times. Then, we say in times like ours of uncertainty and unpredictability, it is very important to confirm what kind of values are you based on. We have reconfirmed our values and we have done this at the top of our strategy. We stand for a united and peaceful Europe. We stand for cooperation, sharing and solidarity. We stand for democracy and the role of law and we believe in the power of human dignity and ingenuity. We believe in diversity not only as a buzz word but as a way of working, a very important value and a message for Europe to move forward. In addition, we believe in the power of curiosity and optimism. You might say it sounds very good and probably everyone signed on it, but all these things I listed are not anymore generally shared values. I mean, we have the Trumps of this world, also in Italy you have politicians who will not sign on these values, the values of European cooperation, sharing and solidarity. It is not something one easily signs on anymore. And human dignity is also an issue which is differently interpreted now, especially looking at the borders of Europe. So, we found very important to reconfirm our values.

Then we say: “What can we do? What can culture do to make united Europe works better?”. We think we have to create spaces for a European experience, an experience with people from different European countries and regions who come together and do something together. From our perspective, if you have that European experience you will be a different person, you will have developed the kind of sense of European belonging or the chances of that. This is what we can do. This is what, I guess, the European Cultural Foundation has been doing for the last 65 years and we will continue doing that. We, the European Cultural Foundation, can tell the story of Europe. The story of Europe is actually very interesting, a great, a beautiful story but also a violent story. It is certainly a story we can and we should tell and, in a way, it is not only something historians want to listen to, but this is something for all of us. I always use the example of my daughter, who is fourteen and watches and knows every line of the musical “Hamilton”. She knows all history of the West, or an important part of it, but she does not know enough about history of Europe. We are the Hamiltons of Europe and why are not we telling the story of Europe in this way, not only the story of the past but also the potential stories of the future? Who are talking to us about Europe? This is what culture, artists, cultural managers and people working in this field can do and what they are good at. They are storytellers, they are people who develop new narratives, who talk to us and this is very important because it is something to work towards. We believe culture is very important to foster a European public space because we live mostly in national filter bubbles and silos, and it is actually very difficult to get out of it. The media also plays a very important role in the digital space and this represents a big investment not only for our foundation and many other foundations, but also for the European Union that does not have any recognisable digital platform of any substance. Basically, we have outsourced our public sphere to big American and Chinese platforms but this is not good enough.

I think what we want to do is difficult and we have a catalogue of what we commit as a foundation. We will do it in terms of our own operations. For example, we want to speak with a language and we will speak with a language people understand and not only our grantees, and we also encourage others to do the same. We have a clear European mindset, that does not mean that we are lofty. Europe is local, so we work locally but with a European dimension. We are strategic, nimble and agile. But things are changing and interesting ideas are developed. Who would have foreseen “Fridays for Future”? Now that is an opportunity to support and to get engaged. So, we will look out for these opportunities and engage with them. This is basically our agenda and as we say at the end of our Manifesto these are challenging times and we need to work together. We want to work with everyone who works in this direction to make Europe relevant again. So, let's do it!

The European Cultural Foundation supports cultural changemakers and their projects. From the Foundation's point of view, who is a cultural changemaker?

They can be many, of course. Thirty years ago the Berlin Wall knocked down and I was thinking about that because I come from East Berlin and at that time the cultural changemakers were theatres, musicians especially from rock and pop bands, galleries, museums, and who tried to open the public space beyond what was possible in the Communist Germany. So, they were challenging the system, they were changemakers, they were looking for change and they created new things. I think it is similar today, but there are also a lot of NGOs working in this field that are trying different things. You cannot say these are cultural changemakers and these are not. In fact, we hope to discover new ones beyond the ones we already know. Actually, through this call to action Democracy needs imagination we got to know a lot more of very interesting initiatives. So, I can only confirm that they are many more out there than we know and it is a good thing.

For sure, the Erasmus programme is one of the biggest achievements of the European Cultural Foundation. Today, what is the main legacy of the programme and what will be the next Erasmus for the Foundation?

That is a big question for us: “what is our next Erasmus?”. We don't think it does not have to be in the field of exchange, or in the field of media, it could be in any field. We are thinking about that and we are working on a way of making that search for the next Erasmus a participatory process, asking all our community and providing a challenge fund to work together with many others to look for the next Erasmus. So, that is a work in progress and you will hear about that next year. But in the meantime, basically any programme we work on should have the potential to become the next Erasmus. So, what are the key ingredients and what can we learn from Erasmus? Actually, one thing is that it has to be simple. Erasmus is a very simple exchange programme for students: it is not rocket science, is not big technology, it has been around for hundreds of years, studentships, fellowships and whatever. But the big innovation is that Erasmus relies on an existing network, the infrastructure of universities. They are already there, they were already there, they are already funded and a sustainable infrastructure. And so this programme, the Erasmus, only had to provide the link between universities through students' exchange and had to do this not by 25 fellowships or internships but by thousands, by millions. So, the Erasmus is by far the biggest exchange and mobility programme of the world and now the EU is putting even more money into it. Indeed, the European Parliament decides to double the budget for the Erasmus programme and this is great and it could be even bigger. So, it is a very simple idea that relies on an existing infrastructure and it is thinking big. For me, this is the key ingredient. Another one is, when it was set up, the idea was to create a European experience but they did not go to the Erasmus students and said: “you have to have a European experience and you have to come out as better Europeans”. They provide the opportunity for you to spend some time of your study in a different country, you learn something, you learn another language, meet some other people but you do this as part of your programme. And everything else is up to the people involved and you become a different person by being part of such a programme. That is, in a way, in the margins but that is happening and that is great.

Over the past few years, the European Cultural Foundation has been developing new participatory grant-making and operational mechanisms in order to work with grantees and other partners in a more direct and democratic way. What lessons did the Foundation learn from such a very intensive and complex networked approach?

It is complicated; it is a work in progress. I think it is an our goal to make the process of engaging people in how we work more participatory, more engaging but also more understandable and transparent and that is a constant process. But this is not easy because, in the end, you want to do something and you do not want to only deal with the process, especially in times when things are changing very fast, you also want to be responsive in a fast way. Then sometime it conflicts with the idea of being an understandable process. But we are trying to be these two things, to be fast and nimble but also participatory. But as I said, it is complicated. One thing which is very important in this context – as I mentioned before – is to be understandable, to speak a language people actually understand. And foundations have not been very good at it, also the European Cultural Foundation, and we want to change that. So we want to communicate in a language which is accessible to many more people and it does not have to be as dry as often the language of foundations is. It can also be fun. This is a big development project for us: to speak another language.

Speaking about migrants and refugees, the media plays a central role in the creation of a negative discourse that fuels a perception of the impossibility of integration. To this extent your Displaced in Media programme has been a remarkable attempt to give refugees a legitimate voice. What are the main insights provided by the project?

The main insight is that in the media there is a lot written about migrants, especially after 2015, hardly anything written by migrants. Today, you open many papers in any country and there is always something on migration, sometime on the front page. But they are mostly things written about migrants always as group and often, depending on what kind of medium is, they are portrayed as a danger, as a threat, they are portrayed in the context of disruption, terrorism, disrupting our culture and so on. So, that is how the media often reports about migrants. But, you rarely find stories of migrants written by migrants not only about the issue of migration but also about the story of arriving in a new country and having to get to know your neighbours, working, finding jobs, even doing a hobby, maybe playing football. All these things are part of a story of a human being came from one place who is now in a different place, facing the hardest things but also the joy of learning new things. In all debates and also in all discussions about migration this is a story one hardly ever heard and this is why we called it Lost in Media. It is lost in media and we have published this book with interesting as well as different perspective on these issues and we are quite encouraged by the big interest in it. We had two book presentation, one in the European Parliament and there was a full room of parliamentarians who want to take this issue further.

Climate change is a crucial issue in contemporary societies. How can we achieve common global objectives like the Sustainable Development Goals (SDGs) from a cultural perspective and through social innovation?

It is a good question. We wanted to make climate culture a key point for our new strategy and in the end we decided to make climate change an issue for all our activities and not only talking about this and publishing new reports, but challenging ourselves and our partners and grantees. For example, we support a lot of European experiences of mobility and exchange. But exchanges and meeting each other often involve taking a plan or a train or other transports and so we  contribute with our activities to more global warming. So, we said: “What can we do about that?”. We had no plan for climate neutral but as a foundation we want to be climate neutral by 2025. So, we set up a climate compensation fund but also guidelines for our partners on how to make their work on mobility and their European experiences climate friendly and potentially climate neutral. It is one way of dealing with this in a very pragmatic way, but we think what we need is pragmatic ways rather than only decorations.

As Krystian Seibert of the Alliance Magazine pointed out, several researchers, commentators and critics are increasingly questioning philanthropy’s compatibility with democracy, its approaches and practices, as well as its ethical standing. Do you think that the philanthropic sector has to recognise the limits of the current system and imagine a new model of interacting with society at large?

Yes, I think that is happening. I have just come back from the meeting of the European Foundation Centre – it was its thirty anniversary – and there was a lot of discussion about if our models are still relevant for today. There are also other ways – such as mission philanthropy, social investments – of achieving similar goals and I think we have to look at all of them. But philanthropic models are there, they are big foundations, they are doing relevant work, but they have to constantly check if it is the best way they can achieve their goals. Is it the best way of contributing to a better society in the way they do that? Moreover, they have to consider how they are perceived by people they should serve. And there is a lot need to be done through transparency, accountability, participatory approaches because of course foundations and philanthropy are in a way ours, are co-financed by all of us through tax deductions. Philanthropic organisations are set up by wealthy people but they get tax deductions, so the State and in a way we, the citizens, are contributing to this. Philanthropy is not only something of the funders, of the philanthropic organisations, we are co-funders of this, and in a way we have a say, we should have a say. And that relationship should be made more clear. There are also new developments like community foundations, which are not relying on one wealthy person but on a community which puts its funding, not only financial but also human resources. And our foundation also relies on a different model which comes through the lottery. So, there are different ways foundations and philanthropy can be innovative and they need to be to stay relevant. That is a lot happening in the sector: new funders of philanthropic approaches, quite different approaches which diverge from the traditional model of philanthropy and bring different ways, including mission investments, working with the private sector and so on. I think that there are a lot of innovative approaches so, in that sense, it is time to think new.

As a true European foundation focused on culture, do you have any suggestions on how to improve cultural policies at the European level?

Yes, in fact I think we need a better coordination at the European level on what can be done through culture. As we have said in our Manifesto, culture is now possibly much more important than it has been for the last sixty, seventy years because initially we assumed the European unification could be done through economics, through coal and steel, agriculture, single market and so on. And I think that it has worked remarkably well, but there are limits. So, more work through economics – especially now after the big financial and the Euro crisis – is not the only way of getting us further. I think that now the issue of culture, the issue of creating a European sense of belonging are very important ingredients and they are very crucial. Arts and culture are very important, especially when cultural identity is misused to separate the European citizens or national cultures and so on. Actually, I think that the European Union underestimates the role of culture and an example for this is that in the new European Commission there is no Commissioner for Culture. In the past the European Commissioner for Culture was not always as strong as commissioner, but at least there was one. And in the new Commission there is not even one. And we do not know quite how to interpret it. If you want to interpret it on a positive side, you could say culture is so important that the European Commission President wants to do it by herself, so it is key and that is why there is no European Commissioner for Culture. Or if you want to be pessimistic, you can say it was simply forgotten because it is not considered relevant. So, we promote and we say that should there be a European Commissioner for Culture, because someone needs to make it and to be an ambassador for and an advocate of the important role of culture, making Europe a cooperative space where we work together as a team.

We know you are an optimist person. So, in your opinion, is it still possible to turn the European crisis to the opportunities' side?

Yes, I think times of crisis are also times of opportunities. When I spend quite a bit of time in China, there were people who were talking about interesting times. So, they did not talk about times of crisis but they said we live in interesting times. And I think we are living in very interesting times, very challenging times but also challenging times are times of opportunity. I think that they create a sense of urgency. So, there is a sense of urgency but there is also a sense of “let's try new things”, “let's take risks” and that is the positive element of it, the optimistic element. Just as a case study, often when I looked at Europe I was reminded that in the early 2000s Germany was considered the “sick man of Europe”. So, all of Europe was doing better, including Italy and Greece, and only Germany was doing very badly: high unemployment, the economy was in stagnation, nothing worked. And then five, six years later, in 2006, not only because of that but partially reunited by the Football World Cup, in Germany there was a sense of “yes, we can”. And then in 2008/2009, Germany got through the financial crisis relatively well because they had actually done reforms much earlier. So, they took this element of the “sick man of Europe” and turned it into reforms, into opportunities, and I think that it has helped Germany to recover. If you look at this from a European perspective, now Europe is in a sort of identity crisis and today maybe we are not exactly the “sick man of the world” but we are certainly not the healthiest one. But let's take it in a similar way: maybe in ten years or so, we will be able to say that there was a period in the past in which Europe was in difficult times but now they have learned the lesson, made changes and got together, and now they are the engine of the world. Who knows? As you said, I am an optimist!

Abstract

The European Cultural Foundation is a leading philanthropic organisation that works for an open, inclusive and better Europe. Set up 65 years ago, it supports and creates a central position for culture and community participation at local level and in EU policies. In 2019, the theme guiding the Foundation’s activities is “Democracy needs imagination”. Following the presentation of the new five years strategy, we had a conversation with André Wilkens, the new director of the Foundation, at the beginning of November. As he argues, “we live in challenging times. But times of crisis are also times of opportunities. To this extent, arts and culture are very important, especially when cultural identity is misused to separate the European citizens and national cultures. So, we need to work together to get Europe back on track and to make Europe a better place through culture in a wider sense”.

 

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