La fotografia scattata un anno fa dal Censis nel 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese è stata riassunta con un’espressione piuttosto aspra ma efficace: l’Italia “preda di un sovranismo psichico”. In altri termini, dopo il rancore, è giunto il momento della cattiveria di fronte a un futuro che per il 67% della popolazione fa paura o è incerto.

In particolare, per quanto riguarda i giovani si parla di emergenza lavoro: scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, nel 2018 appena 143). Questo dato si intreccia con l’emigrazione di giovani laureati (28 mila secondo l’Istat nel solo 2017) che rappresenta indubbiamente una perdita per l’Italia.

In questa cornice sfidante si inseriscono le esperienze in controtendenza raccolte nel libro “Il ritorno a casa degli Ulissi”: una collezione di testimonianze dirette e riflessioni competenti sulle nuove professionalità degli attivatori di strategie collaborative di sviluppo rivolte ai luoghi: inascoltate, non riconosciute e date quasi per scontate. 

I protagonisti di queste storie raccontano gli ostacoli che hanno incontrato e i successi che hanno conseguito. Le imprese, in senso omerico, in cui si sono cimentati, sono assai diverse fra loro ma hanno in comune l’attenzione ai processi, partecipativi e trasformativi, e l’orientamento all’impatto sociale nel contesto di riferimento. 

Da Mazara del Vallo a Bolzano, le attività corali condotte in concreto e presentate in questo testo tratteggiano figure professionali inedite, più fragili (economicamente e socialmente) e al tempo stesso più forti (perché resilienti, radicate, incrollabili) di quelle tradizionali che vanno a trasformare o ad affiancare. 

Talvolta le loro decisioni nell’immediato non li hanno premiati professionalmente. Quasi sempre la loro azione ha ridisegnato le regole del gioco sociale locale, coinvolgendo diversi attori e facilitando la metamorfosi dei paesaggi culturali una interazione alla volta fino a ridefinire il senso e l’orizzonte delle comunità di appartenenza. 

Progettisti lungimiranti dallo sguardo creativo: la scintilla per loro nasce da un atto di visione e di comprensione, di immaginazione. Tutte queste esperienze sono accomunate dall’importanza di relazioni, passioni, luoghi, contesti, bellezza, desideri, fatica, scoramento, stop forzati, delusioni e ripartenze. E anche il lavoro, se non c’è, si inventa. 

Gli Ulissi hanno il coraggio di esserci anche nei contesti più sfidanti, attraversando la pesantezza di pensieri, vissuti, difficoltà, con la capacità di trasformare quest’ultima in possibilità, in sguardi che varcano muri, in braccia che incontrano l’altro da sé, creando ponti su cui viaggiano desideri di felicità. La loro scelta, restare per cambiare, abitando la complessità, è frutto di una profonda comprensione dell’ecosistema di cui hanno ponderato limiti e potenzialità fino a proporre esperienze e metodi in grado di hackerarne le logiche e liberarne le energie. 

L’antropologia spulciata nel testo è anche presidio di fronte all’apparente prevalenza delle comunità rancorose che portano agli estremi il modello del “non nel mio giardino”. Queste diverse comunità agiscono invece in modalità di “normalità trasformativa”, coltivando cioè l’arte dell’apertura e della connettività inclusiva, rendendo tali Iniziative capaci di riscrivere il codice sorgente dello scambio mutualistico. 

Spesso l’impatto sociale e l’efficacia delle azioni passa attraverso la destinazione d’uso degli spazi, trasformandoli in asset comunitari. Analogamente, anche l’istituzione museale, luogo privilegiato di inclusione e interpretazione culturale, è chiamato a cambiare pelle per diventare opera collettiva, sviluppata e co-creata con le comunità che lo sostengono, capace quindi di una maggiore condivisione delle scelte, per rigenerare sé stesso e favorire processi di rigenerazione urbana.

POLIS E FIDUCIA IN UN PAESE PER VECCHI

La lettura presenta un carattere fortemente politico, perché riguarda la città e le politiche, le scelte di cui sono capaci i suoi abitanti, le decisioni condivise che proiettano e guidano la comunità verso una realtà possibile trasformando gradualmente lo stato attuale dei luoghi e l’importanza delle relazioni che li animano. 

L’elemento fondamentale per ricucire le distanze è la fiducia. Che il patto tra le generazioni si sia inceppato si vede soprattutto dal comportamento degli adulti occupati. Di fronte all’incertezza lavorativa – che sempre più adulti condividono con le nuove generazioni – si chiudono, marcano il territorio, presidiano rendite e posizioni. Lavorare è un «privilegio» e un lusso; i giovani ne sono esclusi, temuti come un pericolo. È in questa Italia, che non è un Paese per giovani, che gli Ulissi resistono.

IDENTIKIT DEL PROGETTISTA

Al di là della provenienza da ruoli e percorsi professionali diversi, vengono descritti nel volume i tratti comuni dei facilitatori - progettisti di sviluppo locale, quali le competenze di progettazione sociale ed economico-imprenditoriale; l’interesse e motivazione per la città, il livello locale e l’impatto sociale, economico e ambientale nel territorio; la capacità di co – progettazione appresa in contesti formali e informali che si associa a capacità di collaborare con più soggetti giuridici e persone fisiche contemporaneamente.

Le competenze degli attivatori vanno dall’analisi dei luoghi e delle risorse ambientali e culturali del territorio all’attivazione di una rete di persone ed organizzazioni. Non mancano la progettazione partecipata e la costruzione di partnership, la definizione di un budget – piano economico dinamico e la valutazione dei progetti e del relativo impatto.  

La capacità di comunicare è importantissima, altrettanto importante è la capacità di ascoltare affinché le azioni promosse non siano imposte dall’alto ma concertate dal basso e possano meglio aderire agli effettivi fabbisogni e desideri espressi da policy maker, stakeholder e comunità. La vera sfida di chi innesca un’azione di rigenerazione è proprio quella di prendere il dato di contesto rilevato e ridisegnarlo sulla base degli obiettivi del processo che si intende attivare.

L’esperto in rigenerazione creativa è una figura complessa, che a sua volta deve saper gestire la complessità. È chi sa guardare uno spazio fisico, uno spazio urbano o un intero territorio spostandolo verso un futuro prossimo, possibile, immaginifico e al contempo concretamente realizzabile. È capace di favorire il dialogo e di far collaborare soggetti diversi. Conosce le normative e si destreggia sapientemente nelle procedure amministrative. Quando non riesce a farlo sa bene a chi rivolgersi per avere un supporto.

Quando l’oggetto della rigenerazione è di pubblica proprietà o utilità diventa, con flessibilità e abilità, cuscinetto fra le ragioni degli amministratori e quelle degli amministrativi, sapendo valutare gli equilibri politici e tecnici e gli assetti relazionali nel proporre soluzioni che assecondino le più generali linee di indirizzo politiche nel rispetto delle geometrie variabili della fattibilità tecnica. 

Ha la capacità di formarsi e aggiornarsi costantemente sui processi di innovazione delle azioni rigenerative mediante il monitoraggio delle buone pratiche nazionali e internazionali, il confronto con gli operatori del settore, la costante attività di ricerca e la conseguente sperimentazione di nuovi modelli, producendo un’innovazione continua delle pratiche affinché riescano sempre meglio a permeare le specificità territoriali esaltandone i tratti caratteristici.

Rigenerare spazi vuol dire dar loro nuova vita, riattivarne le energie sopite, rinfrancarne la vocazione, dare nuova spinta al loro metabolismo per generare valore. Il place-making non si limita a ridisegnare spazi, ma anche società. Si tratta in definitiva di spostare l'attenzione dagli spazi ai possibili processi di trasformazione, intendendo il progetto innanzitutto uno strumento ridistributivo di diritti e risorse.

Questo genere di progettista è ad esempio l’architetto con la “a” minuscola, un soggetto con un nuovo ruolo, un costruttore di scenari che non cala soluzioni dall’alto ma che risponde ai bisogni delle persone, costruendo il cantiere sociale accanto a quello architettonico. Nei processi corali e di comunità sono le persone che restano, dopo che il progettista se ne va, a prendersi cura dei luoghi, per alimentare il processo innescato e garantire le condizioni che trasformano il momento di rigenerazione in (stra)ordinaria quotidianità.

In molti casi le persone che attivano i processi descritti sono dei leader naturali, spesso con esperienze all’estero e con la volontà di tornare nei “luoghi del cuore” per lavorare pazientemente sulle vocazioni territoriali e sulle caratteristiche inimitabili delle persone che lì abitano. Da questa prospettiva, essi agiscono sia nelle aree interne del Paese a rischio spopolamento che nelle periferie urbane da rammendare, adattando creativamente metodi di ricerca e co-progettazione alla sfera locale e alle dinamiche specifiche di relazione.

Inoltre, questi operatori agiscono oggi in un sistema sociale che si scontra con il self e con il fast, e devono mirare a riportare l’attenzione dei propri destinatari ai giusti tempi della relazione, della crescita e della conoscenza che prevedono per forza un’immersione sociale, uno scambio con l’altro: si lavora dunque sui binari del co e dello slow.

Capacità di analisi e obiettività possono essere le prime delle caratteristiche da individuare e rafforzare nella professionalità del progettista. La seconda competenza necessaria è la capacità di trasformare questa analisi in una strategia strutturata che comprenda e faccia sintesi tra un livello alto, di macro temi e strategie, con una declinazione legata al particolare e all’operatività progettuale. Il progettista deve infine adattarsi a vincoli preesistenti, variazioni improvvise del contesto o opportunità esterne non previste. 

“AGIRE” IL CAMBIAMENTO NELL’INCERTEZZA

Cruciale è la necessità di trovare dei punti di contatto non sui fini delle azioni ma sul metodo dal quale scaturiscono. Per fare ciò bisogna rompere gli argini, creare le condizioni per mescolare gli approcci disciplinari e creare un metodo di lavoro condiviso. In questo modo il progetto sarà l’esito dell’interazione tra le persone che lo hanno prodotto e non la somma delle singole competenze. 

Questo metodo può esser chiamato “indisciplina” perché il risultato non è l’interazione tra metodi diversi ma la produzione di un metodo nuovo, contestualizzato nel tempo e nello spazio e caratterizzato da un forte grado di coinvolgimento delle specificità delle persone che partecipano. Potenza dell’imprevedibilità: solo costruendo delle condizioni di contesto in grado di lasciare spazio all’inatteso possiamo creare le possibilità alle persone di determinare l’esito di un processo che li riguarda.

È necessario avere il coraggio dei propri dubbi e non solo delle proprie idee. Riconoscere la possibilità di procedere per tentativi genera un grande rapporto di fiducia fondato sulla sincerità. Celebrare la complessità vuol dire non cercare di comprenderla o di decodificarla, ma accettarla; cercare di capire dei frammenti e ipotizzare le parti mancanti, sapendo che è una ricostruzione temporanea e instabile solo in attesa di un’ulteriore approssimazione. 

IMPORTANZA DELL’ACCREDITAMENTO

La mancata attenzione a forme di riconoscibilità (professionale, contrattuale, operativa) e a modalità di interazione e relazione con gli interlocutori di riferimento comportano un accreditamento fittizio e miope i cui effetti sono una licenza ad agire autoreferenziale e limitata al proprio ambito di riferimento ma spesso preclusa (o, nel migliore dei casi, parziale) in ambiti potenzialmente connessi. Con un conseguente impatto (in termini di efficacia, efficienza e portata del cambiamento) limitato, casuale e perennemente provvisorio.

Queste narrazioni incarnano una visione di società che si emancipa dall’odio online e dalla polarizzazione mentale per porre al centro lo sviluppo della sfera empatica e il rispetto per le idee degli altri. Un esempio? L’attività dell’accompagnatore interculturale (Migrantour) che intreccia narrazioni e storie di vita, le inserisce nel quadro sociale più ampio delle città in continua trasformazione grazie all’incontro tra culture e, così facendo, articola un discorso non stereotipato sulle migrazioni. 

CONCLUSIONI

Il libro si rivela utile per comprendere la natura del lavoro culturale dei place-makers. Il racconto in prima persona dei relational social worker attivatori di processi di trasformazione culturale e rigenerazione urbana, ci permette di scoprirne le difficoltà quotidiane affrontate e apprezzarne le competenze specifiche maturate sul campo, una creatività operosa che si nutre di prove ed errori attraverso cicli di interazione, co-progettazione e retroazione in modelli dinamici d’intervento sul territorio.

Oltre a empatizzare con essi, grazie alla lettura abbiamo modo di leggere questi fenomeni attraverso delle chiavi di lettura proposte da esperti di dominio che, con uno sguardo dall’alto, classificano le professionalità e i contesti in cui operano gli Ulissi. In tal modo, il testo si rivela particolarmente utile e consigliabile non soltanto per fornire riflessioni da pari a pari ad altri operatori socio-culturali ma anche come approfondimento per quanti operano nelle amministrazioni pubbliche o in enti e aziende che hanno un forte legame col territorio.

Ogni processo di rigenerazione urbana agisce nei vincoli del tempo in cui opera: tende a realizzare un’utopia concreta ma risente delle idiosincrasie locali e degli atteggiamenti culturali prevalenti nella sfera mediatica locale e nazionale, specie online. Le figure illustrate sono capaci di ascolto attento e sanano le lesioni alle relazioni sociali di prossimità. Se la cattiva notizia era che non avevano ancora alcuno spirito di corpo, ora la buona è che sanno di esser tanti e, anche grazie a questa iniziativa editoriale, più riconoscibili.

Emerge il contributo verso una maggiore comprensione e una interazione più consapevole coi processi descritti di trasformazione urbana a base culturale, lenta e profonda. La geografia emozionale della rigenerazione urbana in Italia che ne deriva pone a mio avviso le basi per raggiungere l’obiettivo centrale della collana editoriale curata da Luca Bizzarri, responsabile delle politiche giovanili della Provincia di Bolzano, ossia “raccontare per trasformare”. 

Abstract 

Who are the Ulysses, sense- and change- makers who redesign relationships and re-shape our cities? Which emotional territories have they been through? Il ritorno a casa degli Ulissi. Le professioni al tempo della rigenerazione urbana [The return home of the Ulysses - The professions at the time of urban regeneration] is a collective tale of eleven stories of designers who change their territories with their actions and draw their own lives based on unexpected but happy directions. The volume is the result of the second edition of the PRINT call for tenders in the "New Fabric" series to collectively write and investigate the change in the world of work and professions linked to the phenomenon of urban regeneration, which is generating new skills, but also new discoveries and new ways of being together. A mixture of story and punctual analysis, also thanks to the intervention of experts in the field, on the challenges of a professional reality that is still not fully recognised and subject to great mutation.

Bibliografia essenziale

•    Luca Bizzarri (a cura di), Il ritorno a casa degli Ulissi. Le professioni al tempo della rigenerazione urbana, Collana New Fabric, Pacini Editore, Pisa 2019. 
•    Francesco Erbani, L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso, Giulio Einaudi Editore, Torino 2019.
•    OECD & ICOM, 2019. "Culture and local development: maximising the impact: A guide for local governments, communities and museums," OECD Local Economic and Employment Development (LEED) Working Papers 2019/07, OECD Publishing.
•    Paola Dubini, Con la cultura non si mangia. Falso, Editori Laterza, Bari 2019.
•    Carlo Andorlini, Luca Bizzarri, Lisa Lorusso (a cura di), Leggere la rigenerazione urbana. Storie da “dentro” le esperienze, Collana New Fabric, Pacini Editore, Pisa 2017. 
•    Mauro Magatti, Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro, Feltrinelli, Milano 2017.
•    Maurizio Busacca, Lavoro totale. Il precariato cognitivo nell’era dell’auto-imprenditorialità e della Social Innovation, Doppiozero, Milano 2015.
•    Ezio Manzini, Design, When Everybody Designs. An Introduction to Design for Social Innovation, The Mit Press, London 2015.
•    Stefano Laffi, La congiura contro i giovani, Feltrinelli, Milano 2014.
•    Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Edizioni del Mulino, Bologna 2014.
•    Stefano Zamagni, Beni relazionali e felicità pubblica: uno sguardo dall'economia civile, Vita e pensiero, Milano 2005. 

Sitografia essenziale

http://www.censis.it/rapporto-annuale/l%E2%80%99italia-preda-di-un-sovranismo-psichico
https://moodle.adaptland.it/course/view.php?id=528
http://www.spontaneousinterventions.org/
http://www.italiachecambia.org/
http://actioncatalogue.eu/
https://digitalsocial.eu/

 

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