Prevalenza di segnali di miglioramento delle diverse dimensioni che il quadro di riferimento del Bes sceglie per rappresentare gli aspetti del benessere connessi al paesaggio e al patrimonio culturale. Nel 2018 continua a diffondersi la pratica dell’agriturismo, che rappresenta un importante presidio per la conservazione del paesaggio rurale. Resta stabile l’indicatore di densità e rilevanza del patrimonio museale (diminuiscono, di poco, le strutture aperte al pubblico, ma aumentano i visitatori, tra i quali hanno un peso rilevante i turisti), come pure non si registrano variazioni significative nella spesa dei Comuni per la cultura (ma torna ad aumentare la spesa statale). Nel 2018 torna a crescere, anche se di poco, la quota di occupati in imprese culturali e creative. 

Sono evidenze contenute nella settima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) realizzato dall’Istat e relative al settore del paesaggio e del patrimonio culturale. Un’esperienza che si accompagna al crescente sviluppo, a livello europeo, di sistemi di misurazione e progetti dedicati all’approfondimento delle relazioni tra le politiche economiche e gli obiettivi di benessere, equità e sostenibilità, ovvero all’analisi delle determinanti per il perseguimento di una crescita economica sostenibile e inclusiva.

Il Rapporto offre una lettura del benessere nelle sue diverse dimensioni, ponendo particolare attenzione agli aspetti territoriali. Gli indicatori del Bes, in tutto 130, sono articolati in 12 domini: Salute; Istruzione e formazione; Lavoro e conciliazione dei tempi di vita; Benessere economico; Relazioni sociali; Politica e istituzioni; Sicurezza; Benessere soggettivo; Paesaggio e patrimonio culturale; Ambiente; Innovazione, ricerca e creatività; Qualità dei servizi. 

Tuttavia, prosegue l’Istat nel Rapporto Bes, l’analisi di medio periodo presenta un quadro più problematico, nel quale spiccano – insieme ad alcuni segnali positivi – una significativa riduzione delle risorse destinate dalle Amministrazioni locali alla tutela e alla promozione del patrimonio culturale, un incremento dell’abusivismo edilizio e un netto peggioramento degli indicatori di percezione.

Nel campo delle percezioni, infatti, la combinazione di un calo della preoccupazione per il deterioramento del paesaggio e di una crescita, seppur modesta, dell’insoddisfazione per il paesaggio dei luoghi di vita, è un segnale preoccupante, che conferma un’attenuazione dell’attenzione sociale per la qualità del paesaggio. Permangono poi ampi squilibri e disuguaglianze strutturali, che mettono in luce come "il principio costituzionale della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale non trovi ancora piena attuazione sull’intero territorio nazionale, e in particolare nel Mezzogiorno".

Il divario territoriale

Le distanze fra le regioni sono molto ampie anche per gli indicatori di dotazione: la densità e rilevanza del patrimonio museale supera nel Lazio di 4,5 volte la media nazionale ed è pari a un decimo della media in Abruzzo, Molise e Basilicata. La regione più dotata di aree verdi dichiarate di interesse storico, il Friuli-Venezia Giulia, supera di 3 volte la media, mentre, all’estremo opposto, i valori del Molise e della provincia autonoma di Bolzano sono pari a un decimo della media. Anche la distribuzione della densità di aziende agrituristiche presenta una forte variabilità territoriale: anche al netto del valore estremo della provincia autonoma di Bolzano (5,5 volte la media), il campo di variazione è compreso fra i massimi di Toscana e Umbria (oltre 2 volte la media) e il minimo della Valle d’Aosta e della Basilicata (un quinto della media). La provincia autonoma di Bolzano presenta un valore particolarmente positivo anche nella spesa pro capite dei Comuni per la cultura (3 volte la media), la cui distribuzione, per il resto del Paese, è compresa fra il minimo della Campania (1/5 della media) e il massimo della provincia autonoma di Trento (circa 2 volte la media); una sola regione del Mezzogiorno (la Sardegna) supera la media nazionale, mentre tutte le altre raggiungono al massimo la metà di questo valore.

Il confronto internazionale 

Da luglio 2019, l’Italia condivide con la Cina il primato nella Lista del Patrimonio mondiale Unesco per numero di beni iscritti. Con l’iscrizione delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, il numero dei beni italiani è salito a 55, pari al 4,9% del totale. Italia e Cina sono seguite da Spagna (48 beni), Germania (46) e Francia (45). Dei beni italiani, 50 sono culturali (di cui 27 per il tema “città” e otto per il tema “paesaggi culturali”) e cinque naturali (di cui uno per il tema “foreste”). I beni italiani candidati all’iscrizione sono attualmente 41: 28 culturali (di cui otto per il tema “paesaggi culturali”), 11 naturali e due misti. Anche nel 2017, la spesa pubblica dell’Italia per i servizi culturali (che includono la tutela e la valorizzazione del patrimonio) è stata fra le più basse dell’Ue, con un ammontare pari allo 0,30% del Pil, la stessa quota registrata l’anno precedente. Questo valore, che colloca il nostro paese al 23° posto tra i 28 stati membri, è significativamente inferiore alla media Ue, anch’essa stabile (0,44%). Tra gli altri paesi europei comparabili per dimensioni, soltanto nel Regno Unito l’indicatore della spesa pubblica per la cultura è inferiore a quello italiano (0,25%), mentre Spagna e Germania presentano valori prossimi alla media Ue (0,43 e 0,38%), e Francia e Polonia valori molto superiori (0,67 e 0,69%). L’Italia si posiziona meglio nella graduatoria della spesa per la protezione della biodiversità e del paesaggio (che include la tutela naturalistica del paesaggio), che è stata pari allo 0,16% del Pil, contro lo 0,07% della media Ue. Sommando le due voci di spesa, l’Italia raggiunge quindi lo 0,46% del Pil, un valore non molto distante dalla media Ue (0,51%). 

Riparte la spesa pubblica statale per la cultura 

Si consolida il trend positivo della spesa statale per la Tutela e valorizzazione di beni e attività culturali e paesaggistici: nel 2018, i pagamenti delle Amministrazioni centrali per questa missione hanno raggiunto 1,71 miliardi di euro (1,66 al netto dei rimborsi di passività finanziarie, pari allo 0,28% della spesa pubblica primaria). Un segnale particolarmente incoraggiante è la crescita della spesa in conto capitale per il terzo anno consecutivo, che riporta gli investimenti ai livelli del 2009, mentre si registra una leggera flessione della spesa corrente (-4,5%). 

Nel 2017, i Comuni italiani hanno speso per la gestione di beni e attività culturali 18,8 euro pro capite: 10 centesimi in più dell’anno precedente, ma 3,5 euro in meno rispetto al 2010. Dal 2010, la spesa corrente dei Comuni per la cultura è diminuita, in media, del 2% l’anno, in contrasto con la crescita della spesa complessiva (+0,8% l’anno). La quota della cultura nel bilancio delle Amministrazioni comunali (3,4% nel 2010) si è ridimensionata di conseguenza, scendendo al 2,8% nel 2013 e restando da allora sostanzialmente stabile, in controtendenza rispetto alla spesa dell’Amministrazione centrale per la cultura, che è tornata ai livelli pre-crisi.

In ripresa il numero degli occupati in imprese culturali e creative 

Nel 2018 torna a crescere, anche se di poco, la quota di occupati in imprese culturali e creative (ICC) (3,7%, era 3,6% nel 2017), dopo aver sfiorato quota 4% all’inizio del decennio. Al Centro e soprattutto nel Lazio si registrano le percentuali più elevate di occupazione in questi settori (rispettivamente 4,6% e 5%), mentre nelle regioni del Mezzogiorno e in particolar modo in Calabria e in Sicilia i valori sono inferiori rispetto alla media Italia (rispettivamente 2,8% e 2,5%). Per la prima volta negli ultimi tre anni, le donne raggiungono un tasso di occupazione nelle ICC inferiore a quello degli uomini (rispettivamente 3,6% e 3,7%).

Crescono anche nel Mezzogiorno le aziende agrituristiche 

L’agriturismo è diventato uno dei principali motori economici delle aree rurali, che le legislazioni regionali incentivano anche come presidio dei valori ambientali e storico-paesaggistici dei territori. Nel 2018 prosegue il trend positivo del numero di aziende agrituristiche (+0,9% a livello nazionale), che raggiungono la quota di quasi 8 ogni 100 kmq di superficie. Nell’ultimo anno il numero di aziende cresce in tutte le ripartizioni, anche se con una intensità inferiore rispetto a quella dell’anno precedente. Al Centro, dove questa forma di conduzione agricola che concilia produzione e accoglienza è più diffusa (14,4 aziende ogni 100 kmq), Toscana e Umbria si confermano le regioni con le densità più elevate (rispettivamente, circa 20 e 17 aziende per 100 kmq), superate dalla sola provincia autonoma di Bolzano, con una densità 5 volte superiore alla media Italia (43 aziende ogni 100 kmq, quota invariata rispetto al 2017). Diverse regioni segnano decisi miglioramenti: al Nord il Veneto, che nel 2018 si colloca sopra la media nazionale, segna una crescita del 2,5% della densità delle aziende; nel Mezzogiorno, dove gli agriturismi sono meno frequenti (3,7 aziende per 100 kmq), la Basilicata, la Campania (circa + 4% entrambe) e soprattutto la Puglia, dove il settore (4,5 aziende agrituristiche ogni 100 kmq) cresce del 16,5% in un anno. 

Nel 2019 sono state presentate 10 nuove candidature per il Registro nazionale dei paesaggi rurali storici e delle pratiche agricole tradizionali, ma non sono state effettuate nuove iscrizioni. La dotazione di parchi, ville e giardini storici è un elemento qualificante del paesaggio urbano nelle città italiane: soltanto tre dei 109 capoluoghi di provincia non hanno aree verdi riconosciute come beni culturali o paesaggistici di notevole interesse pubblico.11 L’estensione di queste aree di verde storico ammonta a oltre 74 milioni di mq , pari all’1,8% della superficie urbanizzata, ma in sette città, fra cui Torino, Venezia e Firenze, la dotazione è particolarmente rilevante (pari o superiore a 5 mq di verde storico ogni 100 mq di superficie urbanizzata). 

Ampio il divario fra Centro-Nord e Mezzogiorno nella spesa dei Comuni per la cultura

La spesa delle Amministrazioni comunali per la gestione di beni e attività culturali rappresenta un chiaro esempio del crescente divario che separa il Mezzogiorno dal resto del Paese. Nel 2017, i Comuni del Nord hanno speso per la cultura, in media, 24,4 euro pro capite: poco più di quelli del Centro (23,3) ma quasi il triplo di quelli del Mezzogiorno (8,8). A livello regionale, naturalmente, la disuguaglianza è ancora maggiore: dai 4,6 euro pro capite della Campania ai 57 della provincia autonoma di Bolzano. Nel periodo 2010-2017, peraltro, la disuguaglianza è aumentata, nel contesto di una riduzione generalizzata della spesa culturale dei Comuni: i valori pro capite, infatti, sono diminuiti in tutte le regioni, ma nel 2010 la spesa pro capite dei comuni della provincia autonoma di Bolzano era circa 8 volte quella dei comuni campani, mentre nel 2017 il rapporto è circa di 12 a 1. 

Cresce la frequentazione del patrimonio museale 

Nel 2017 le strutture espositive permanenti aperte al pubblico in tutta Italia erano 4.889:13 1,62 ogni 100 kmq. Il loro numero diminuisce rispetto al 2015 (-1,7%), ma aumenta quello dei visitatori (119,1 milioni, +7,7%). Gran parte del patrimonio museale è gestita da istituzioni locali, pubbliche o private. Le strutture gestite dallo Stato sono 478: poco meno del 10%, ma accolgono il 44,3% dei visitatori. Quasi un terzo del flusso dei visitatori si concentra in 15 strutture, che superano il milione di ingressi. Nelle strutture statali, per le quali si dispone delle serie storiche del Mibact, il numero dei visitatori, ingrossato dalla componente del turismo nazionale e internazionale, è in continua crescita (oltre il 10% sia nel 2017 sia nel 2018).

L’indicatore di diffusione e rilevanza del patrimonio museale è calcolato come una densità territoriale, attribuendo a ciascuna struttura un peso variabile in funzione del flusso di visitatori.16 Il risultato mostra una forte concentrazione del patrimonio (e della sua capacità attrattiva) nelle regioni del Centro (3,87 unità ponderate per 100 kmq) rispetto a quelle del Nord (1,37) e del Mezzogiorno (0,80). Soltanto quattro regioni, sedi dei grandi magneti del turismo culturale, superano la media Italia: Lazio (7,20), Toscana (3,87), Campania (3,63) e Veneto (2,02). Lombardia (1,55) e Friuli-Venezia Giulia (1,49) registrano valori prossimi alla media, mentre gran parte delle regioni del Mezzogiorno sono penalizzate dalla bassa frequentazione del proprio patrimonio museale.

Forti eterogeneità territoriali nelle percezioni sul paesaggio 

Nel 2018 il 21,4% dei cittadini giudica il paesaggio del luogo di vita affetto da evidente degrado (valore stabile a livello nazionale). Dopo due anni di flessione, questo indicatore torna a crescere soprattutto al Centro, dove oltre un quarto dei cittadini (+3,4 punti percentuali rispetto al 2017) esprime insoddisfazione per la qualità del paesaggio. L’insoddisfazione cresce, di poco, anche al Nord (+0,8), dove rimane tuttavia meno diffusa (su livelli inferiori di circa 10 punti rispetto al Centro). Nel Mezzogiorno la percezione del degrado è più elevata (26,4%), ma nettamente in calo (-2,9 punti percentuali). Questa tendenza alla convergenza è, per le regioni meridionali, un segnale positivo, in quanto contestualmente cresce, per il secondo anno, la preoccupazione per il deterioramento del paesaggio (nel 2018 la esprime il 12% dei cittadini), in controtendenza rispetto al valore nazionale (14,1%, 1 punto in meno rispetto al 2017). Al Centro, e soprattutto al Nord, dove il 15,7% dei cittadini include il deterioramento del paesaggio tra i 5 principali problemi ambientali, il calo della preoccupazione è invece sensibile (oltre 2 punti percentuali). Nel Mezzogiorno, quindi, una crescente attenzione alla qualità dei luoghi sembra accompagnata dalla percezione di un contenimento del degrado, mentre al Centro-Nord la minore pressione sul paesaggio (almeno nel giudizio dei cittadini) sembra tradursi anche in una riduzione dell’attenzione al problema della tutela. 

L’insoddisfazione per il degrado del paesaggio è espressa dal 21,4% della popolazione nel 2018 (un valore stabile negli ultimi tre anni). La percezione del degrado è massima (e in aumento) nelle grandi città, è leggermente più frequente fra le persone più giovani e più istruite, ed è espressa soprattutto dai residenti nel Centro-Sud – anche se nell’ultimo anno l’indicatore segnala un netto miglioramento nel Mezzogiorno e un peggioramento nel Centro.

 

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