È un piccolo gioco di parole: l’azione che genera bellezza e la bellezza che genera azione. Perché siamo viziati dalla quantità e dalla qualità di arte, cultura, artigianato, miti, tradizioni, storia, archeologia, architettura di cui siamo circondati. Troppa roba. E così aspettiamo che si racconti da sola, siamo in gran parte fruitori passivi di una ricchezza ereditata. Eredi di chi pensava invece che l’azione generi bellezza.  

UN LUNGO PERCORSO

Ho fatto per vent’anni il giornalista d’inchiesta. Poi, un giorno, mi sono chiesto perché, da quando sono nato, sento ripetere che “potremmo vivere della nostra bellezza” e questo non succede che in minima parte.

Allora mi sono messo a studiare e ne è venuto fuori un libro, “Rifondata sulla Bellezza” (Spino Editore),  per cercare di capire cosa non funziona, perché siamo così “cialtroni” nel tutelare ciò che ci circonda. E cosa fare per cambiare le cose, magari imparando da chi ce la fa. 

Nell’ultimo decennio, molti hanno iniziato a darsi da fare. Un movimento pulviscolare, diverso per ogni realtà della nostra variegata penisola e spesso non connesso al di fuori della tanto declamata rete. Si tratta di casi non isolati, perché dal basso si è capito che si poteva fare davvero qualcosa e gli esempi hanno iniziato a moltiplicarsi. Alcuni sono riusciti ad avere una risonanza mediatica importante, a comunicare quello che facevano in modo efficace. Altri sono ancora in un angolino di silenzio e attendono di essere scoperti. 

Ma tutti insieme costituiscono una forza di cambiamento che coinvolge le comunità, iniziano a mutare la consapevolezza del valore di ciò che ci circonda e provano a distruggere l’apatia e la passività di chi aspetta la manna dal cielo. 

Tutto questo oggi è diventato un programma per la RAI, “GenerAzione Bellezza” in onda sulla terza rete dal 6 al 10 gennaio, ogni sera in prima serata, alle 20.20. Un programma che affronta i tanti modi di raccontare e valorizzare ciò che siamo, la nostra identità, quell’incredibile e irripetibile mosaico fatto di quelle tante tessere elencate prima. È la scelta della TV di Stato di aprire un cono di luce su un’economia della bellezza che permette ai territori di rinascere e ai beni culturali di contaminarsi di vita reale. 

È il racconto di chi non è rimasto a guardare, ma ha rischiato di suo ed è partito, vincendo una personale scommessa e illuminando per noi e per chi come me è ancora follemente innamorato di questa nostra terra, una traccia per la strada da percorrere. 

LE PAROLE IMPORTANTI

Ci sono tante parole importanti in questo viaggio. La prima parola è “bellezza”, termine che a molti fa venire la nausea per il suo uso e abuso. E ormai hanno paura a pronunciarla. Invece vorrei tenerla sempre sulle labbra e declinarla in mille modi diversi, sapendo che si, è vero, forse un po’ si logora, ma poi si rigenera subito, è molto più forte di quanto pensiamo. Per questo sta nel titolo. Poi, nel programma sono declinate tante altre parole: paura, mura, coraggio, visione, narrazione, cura, armonia, artigianato, riscatto, esempio, complessità, valore, sogno. 

LA PAURA

La paura è quella che ci fa aspettare sempre che arrivi qualcosa o qualcuno per dirci cosa fare. Nasce così l’abitudine a nascondersi dietro i gironi infernali  della burocrazia, della mancanza di soldi, dei mille problemi che esistono, ma facilmente diventano alibi. Invece, per vincere la paura, spesso basta fare il primo passo. 

Paura di fare, paura di sbagliare, paura del nuovo, della tecnologia, delle contaminazioni, dei nuovi usi e costumi. Dei selfie ad esempio, una specie di rituale collettivo contro cui invocare esorcismi. Dimenticando che sono il più semplice degli strumenti che una persona ha per comunicare sé stesso  oltre a permettere di raccontare un luogo con un’immagine e un’emozione. E il rischio di banalizzazione si combatte stimolando l’approfondimento, non negandolo. Per questo i selfie sono parte del linguaggio del programma. 

LE MURAGLIE DELLA CULTURA

Una puntata, la terza, è dedicata alla narrazione della cultura, dell’arte, dell'archeologia. Ancora troppo spesso rinchiusa dentro solide mura di granito: musei e aree archeologiche come luoghi sacri e impermeabili al mondo esterno. Che oggi viaggia ad un’altra velocità e che di quel sapere avrebbe un disperato bisogno per evolversi meglio. Ma ai sacerdoti non interessa, avvolti nel proprio immobilismo, godono nel cacciare i supposti mercanti dal tempio. Così nei dintorni di molti musei quasi nulla li intreccia con ciò che li circonda, non c’è contaminazione, solo assenza. Spesso perfino degrado. 
 
Per chi vi entra, una lingua incomprensibile agli essere umani,  ma solo agli eletti, elenca i manufatti con gelida freddezza da archivio. Non comunica nulla delle mille storie che vi sono dietro e, così facendo, rinnega lo scopo per cui questi luoghi sono stati creati: raccontare. 

Quei sacerdoti, con il loro latino che rifugge il volgare, sono la casta che nega la democrazia della cultura, l’accessibilità ai saperi che, mai come oggi e grazie agli strumenti che abbiamo, è a portata di mano. Nuovi linguaggi per contenuti antichi e attuali, ma narrati in mille modi diversi. E le parole, ancora una volta, sono la chiave per entrare nella Storia. 

IL CORAGGIO

Per fortuna non mancano gli esempi di chi ha coraggio e lo raccontiamo partendo dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) che contamina l’aeroporto di Capodichino con le sue statue ad accogliere nuovi visitatori e salutare i partenti. Nell’attesa altri seguano l’esempio e arrivino lì dove le masse oggi riempiono i non-luoghi come ospedali, centri commerciali. Luoghi che avrebbero un infinito bisogno di arte, cultura, bellezza autentica. Ma il MANN si è aperto, oltre che all’esterno, anche al suo interno grazie al coraggio del direttore Paolo Giulierini e della sua anima nascosta, Ludovico Solima, che hanno testato l’uso di nuovi linguaggi tra cui il videogioco “Father and Son” realizzato dal guru dei videogame culturali Fabio Viola. Il risultato è noto e stupefacente, oltre quattro milioni di download a fronte dei ventimila attesi. Un successo impensabile certificato anche nei numeri di un museo in cui i giovani non entrano perché costretti dalle scuole come in un tour della tortura culturale, ma finalmente perché si divertono ad imparare qualcosa. Stanze multimediali, parole comprensibili, segni, gioco, colori, vita. Non sembra poi così difficile. È la strada che altri grandi e piccoli musei hanno iniziato a percorrere. Il segno che il cambiamento è in atto.

LA VISIONE

La visione è quella del giovane artista Edoardo Tresoldi che a Siponto, vicino a Manfredonia, ha ricreato in rete metallica il volume originario di una basilica paleocristiana. Ha realizzato un’opera d’arte visitata da migliaia di persone, lì dove non andava praticamente nessuno e avvicina ogni visitatore, indipendentemente dalle sue conoscenze, alle memorie del passato. Con un linguaggio nuovo, potente, facile e immagini condivisibili con il mondo. Parte da un’emozione e porta alla conoscenza. Sembra una formula magica. Di un mago della bellezza. Che trasforma un valore invisibile in un sapere emozionante. Il tutto finalmente in armonia con il Ministero dei Beni Culturali, la Sovrintendenza e il Parco Archeologico diretto da Alfredo De Biase che così avvicina tutti. Attirando visitatori e creando anche un aiuto allo sviluppo lì dove le cronache parlano più di mafia che di arte. Segni di un cambiamento anche sociale nel nome della narrazione della bellezza.

LA NARRAZIONE

Una narrazione che parte dall’ascolto e si declina mettendosi dall’altra parte, avvicinandosi all’ascoltatore, perché lo possa gustare appieno. O permettendogli di arrivare vicino al racconto. Si sposta il baricentro dal nostro ombelico all’altra persona che è venuta da noi. L’umiltà, altra parola da ricordare per cambiare le cose.
Come ha fatto Nicola Facciotto a Vicoforte, dove c’è la più grande cupola ellittica del mondo e il più grande affresco a tema unico mai realizzato dall’uomo nel Santuario di Vicoforte.  Seimila metri quadrati di arte che per secoli i visitatori hanno guardato dal pavimento, come in tutte le chiese del mondo, finché Nicola ha cambiato le regole del gioco, sfidando la consuetudine e portando le persone in cima alla cupola, lungo gli antichi camminamenti, a sfiorare l’affresco e goderne appieno della bellezza. Quella ringhiera che protegge il passaggio è la lezione da imparare. Una semplice ringhiera per permettere di fare ciò che prima era impossibile. 

LA CURA

La cura dei luoghi, soprattutto quelli dimenticati, dei borghi che vengono abbandonati perchè non c’è più lavoro. A Castiglione dei Pepoli grazie ad uno dei nuovi grandi cammini italiani, la “Via della Lana e della Seta”, 130 km da Prato a Bologna, si combatte e si prova a rinascere grazie a una nuova economia e ad un orgoglio condiviso. Ci sono Paolo e Arianna, neolaureati in chimica che tornano sui campi dei nonni per coltivare piante officinali da cui estrarre essenze naturali per prodotti cosmetici a km zero. C’è Federica che non fa più la benzinaia, ma alleva capre per fare formaggi da vendere nella piazza del paese. Lì dove i nuovi viaggiatori vogliono trovare proprio quello, l’esperienza, e lo dicono tutte le indagini sui nuovi viaggiatori. Elisabetta lascia il lavoro sicuro da infermiera a Bologna e apre un B&B impregnato di storia e prodotti locali a partire dal suo miele che, mentre lo spalmi, senti il profumo dei fiori che ti circondano. Tutti loro si prendono cura della propria terra: accudiscono terreni, edifici, strade, spazi pubblici e privati, li rendono accoglienti secondo le proprie inclinazioni e creano le basi per uno sviluppo economico sostenibile in tutti i sensi.  

L’ARMONIA

Ma c’è un disegno complessivo che unisce tutti i puntini, luoghi e persone. C’è una narrazione che, nell’esempio del cammino, parte dal nome, ideato da Vito Paticchia. Un nome che è’ un brand che porta un contenuto, un contenuto che si trasforma in racconto e abitanti che diventano narratori. Infopoint identitario diffuso. 
Tutto connesso, ritrovando la comunità, il senso di investire insieme per un futuro comune. Si chiama “Via della Lana e della Seta” perché ricorda il commercio che avveniva tra il fondovalle emiliano con quello toscano, perché recupera gli antichi mestieri e l’accoglienza dei viaggiatori. 
 
Tutto viene curato nei minimi dettagli. Le persone accoglienti che vivono in borghi accoglienti. Dove le case non sono solo belle dentro, come siamo abituati mentre fuori c’è lo schifo. Il bello e la cura devono essere ovunque altrimenti sembriamo schizzofrenici, colore, piantine e le   sigarette che non vengono gettate per terra perché qualcuno ti chiede cosa diavolo stai facendo. 

L’ARTE DELLE MANI

Il termine “artigiano” deriva da “arte”. L’arte manuale di cui abbiamo una tradizione secolare e il cui fascino accarezza il mondo. Mani sapienti che non devono seguire i piedi per emigrare all’estero in cerca di lavoro, ma possono restare, anche in un piccolo paesino e trovare benessere. 

Come a Solomeo, nel cuore dell’Umbria, un piccolo borgo perfettamente restaurato dove ha sede l’azienda di Brunello Cucinelli, un imprenditore illuminato che, nella sua visione, prova a coniugare benessere del corpo e della mente, l’armonia dei luoghi con il ritmo della quotidianità.
 
La sua azienda non vende semplice abbigliamento, ma prodotti tessili creati dalle mani dei locali, legati alla tradizione artigianale, alla nostra storia. Sembra una frase da marketing mentre invece, in quel pacchetto di stoffa che viene spedito in tutto il mondo, si consegna un’identità territoriale unica e il nostro Rinascimento, la storia dell’arte, i filari di cipressi lungo le colline, le mura di un castello in cui lavorare: intrecciati nei fili di un maglioncino. Si tratta, ancora una volta e declinata in un prodotto, della narrazione di ciò che siamo. Una narrazione che è a disposizione di tutti, ma viene usata solo da pochi. Viene da domandarsi, visto il successo, perché non siano in molti ad averla capita e copiata. 

RISCATTO

Quando entri al Rione Sanità di Napoli, oggi, non riesci a credere che in questi vicoli fino a pochi anni fa, non ci entravano nemmeno i napoletani. E chi ci viveva diceva di abitare nei quartieri limitrofi perché si vergognava. Oggi invece lo rivendica con orgoglio. L'orgoglio di vivere e appartenere al Rione Sanità. 

Questo miracolo che molti oggi conoscono è avvenuto grazie alle scelte di don Antonio Loffredo e dei ragazzi della cooperativa La Paranza, tutti originari del quartiere. Hanno riaperto le catacombe di San Gennaro, le hanno rese belle oltre che fruibili e la loro narrazione è un contagio virale. E, come se non bastasse, hanno occupato e fatto riaprire altri tesori nascosti come il cimitero delle Fontanelle, un luogo ai confini dell’immaginazione come potenza emotiva, che si raggiunge dopo aver attraversato a piedi tutto il quartiere. C’era già tutto, ma aspettava da decenni che qualcuno si alzasse in piedi e lo prendesse per mano. Un modo di agire così semplice da essere profetico. 
 Il risultato è che oltre 130mila visitatori oggi invadono pacificamente il quartiere creando nuove attività, nuovi posti di lavoro, onesti, emozionanti, autentici, vivi, contemporanei. 

È la GenerAzione della Bellezza al suo massimo rendimento. La più efficace lotta antimafia concepibile. Non più mitragliatori imbracciati dai soldati davanti alle chiese, ma creatori di narrazione della propria identità come strumento di lotta alla camorra. 

L’ESEMPIO

L’esempio  è quell’atto per cui agisci e gli altri ti seguono, ti imitano. Magari usando lo strumento dell’arte contemporanea come hanno fatto in due luoghi all’opposto geografico: in Sicilia, con la Park Cultural Farm a Favara e in Trentino, con Artesella a Borgo Valsugana. Ancora una volta grazie alle scelte di individui che hanno agito in prima persona, hanno fatto il passo verso il vuoto, vincendo la scommessa e cambiando la mentalità di chi hanno vicino. 

A Favara, in provincia di Agrigento, Florinda Saieva e Andrea Bartoli, vivevano in un centro storico devastato dal degrado e dall’incuria e circondato da una morsa di cemento di imparagonabile bruttezza, regalo dell’abusivismo edilizio che ha umiliato il nostro Sud Italia e il presente delle persone che ci vivono. L’arte ha rigenerato i primi cortili e il contagio della bellezza si è poi esteso alla piazza prima deserta e oggi piena di vita e locali, agli alberghi che vengono portati come esempio alla Biennale di Venezia, a ristoranti, saloni di bellezza. 

Non è un “tutto e subito”, ma un processo lentissimo ed estremamente fragile. Ma esibisce risultati tangibili tra cui 120mila visitatori che mai al mondo sarebbero andati a Favara, non vi avrebbero posato la propria persona e i propri soldi e generando occupazione diretta che ne alimenta altra indiretta. 

Gli stessi numeri di Artesella dove Emanuele Montibeller ha portato l’arte contemporanea tra le valli del Trentino, in particolare nella bassa Valsugana,lì dove si era puntato non sul turismo, come si potrebbe immaginare, ma sull’industria siderurgica. E l’arte tra le montagne genera emozioni nuove, uniche, nuovi linguaggi, nuovi strumenti, nuovi lavori. Sempre partendo con un primo passo. Il più importante. 

LA COMPLESSITÀ

Tutto questo scenario variegato di persone, luoghi, pensieri e azioni è un immenso numero di fili che si intrecciano creando un’architettura della narrazione identitaria dalla straordinaria complessità. Una complessità di cui abbiamo paura perché, nella semplificazione quotidiana dei messaggi, è più difficile tenere tutto insieme. Richiede tanto ascolto, tanta umiltà, tanta visione. Anche tanto impegno e fatica.

Eppure è questa la sfida che abbiamo davanti: far dialogare in armonia i tanti segmenti che caratterizzano il nostro patrimonio elencati all’inizio. Il turismo ha bisogno di arte e cultura così come gli istituti culturali hanno bisogno di turismo. E della prossimità’. Mondi che hanno bisogno di dialogare scoprendosi migliori di quello che si pensi.  La qualità dei turisti è proporzionale alla qualità dell’offerta perché ognuno ha i turisti che si merita. È un’economia buona che può rigenerare ciò che avvolge senza nascondere i tanti problemi che porta con sé, perché, come il fuoco che scalda, può anche bruciare ciò che tocca.

Oggi utile ed etico non sono più in contrasto, ma anzi, si prendono per mano per raddoppiare il valore dei risultati. Riguardano tutti noi ma soprattutto le nuove generazioni che stanno per fronteggiare lo tsunami della rivoluzione industriale 4.0. Poche certezze se non che l’autenticità e l’unicità giocheranno un valore essenziale nella sfida planetaria. 

Per grazia del destino e dei nostri antenati siamo dalla parte giusta del vento. Con le vele ancora abbassate perché pigri e viziati, ma con un potenziale futuro incredibilmente favorevole. Se riusciremo a trasformare il valore in consapevolezza e il potenziale in azione.  

IL SOGNO

È questo un tempo buono per i sogni. 

Perchè quell’assenza di scenari sicuri che giovani e meno giovani hanno davanti, porta a non avere più punti di riferimento garantiti all’orizzonte. Non solo il posto fisso è un miraggio ma intere categorie professionali potrebbero risultare desaparecide per le prossime generazioni. 
E allora, se non ci sono più certezze fuori di noi, l’unica strada buona che ci resta è cercare il nostro baricentro, il nostro talento, il nostro sogno per trasformarlo in sviluppo personale, in opportunità, in vita gestita con le nostre mani. Un cambiamento epocale: investire su di noi, sui nostri sogni, diventa l’atto più razionale che si possa concepire. 

Tutti gli esempi citati qui e raccontati nel programma GenerAzione Bellezza hanno questa matrice comune. Sono stati cercati e scelti perché non sono utopie o progetti sulla carta, ma fatti concreti, verificabili e soprattutto replicabili. Con tanta fatica, impegno e sacrifici. Ma reali e intrisi di vita e anche di felicità, che dovrebbe essere  uno degli indicatori principali del PIL - - ad oggi invece fortemente sottovalutato.  

Io stesso sono un testimone di queste parole, perché questo programma è il frutto del lavoro di una bella squadra di professionisti, di un vero artista dell’immagine come Davide Rinaldi, che ne è il regista, e della visione di un direttore, Stefano Coletta, che voleva il racconto di un’Italia che si alza sulle sue gambe, prende in mano la sua bellezza e genera il proprio futuro. Ma è anche un sogno personale coltivato per anni e che oggi è diventato realtà. 

Emilio Casalini

Emilio Casalini è giornalista e scrittore. Dal 1997, prima come fotoreporter poi come giornalista televisivo della RAI, racconta il mondo e l’Italia attraverso inchieste, documentari e reportages. Nel 2012 ha vinto il premio Ilaria Alpi per la migliore inchiesta giornalistica. Ha scritto “Rifondata sulla Bellezza” (Spino Editore). Dal 2020, conduce “GenerAzione Bellezza” in onda su RAI3. 

Abstract

Abstract. “GenerAzione Bellezza” is a new RAI TV programme. Five episodes will tell about the Italian hidden beauty and the heritage of amazing places that have been enhanced by those people who have taken action, tired of waiting: people who decided to act personally by changing the rules of the game and creating a narrative of beauty that brings development and well-being; people that have created new values and practices, shared by a community and replicable everywhere: museums  transformed into video games; archaeological areas filled with art; the largest unique themed fresco now visible from a few centimeters; degraded courtyards changed into open-air contemporary art exhibition spaces; neighborhoods controlled by criminal gangs turned into welcoming places for travelers; abandoned villages reborn around national walking routes. All this has been shaped by a unique design, born out of the desire to turn dreams into reality. It is a winning bet: the history of what we have been is being changed into the reality of what we will be.

 

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