Il Rapporto Istat Conoscere il mondo della disabilità è stato appena pubblicato (https://www.istat.it/it/files//2019/12/Disabilit%C3%A0.pdf). In Italia, le persone che dichiarano di avere limitazioni che le condizionano nello svolgimento delle attività di tutti i giorni sono 3 milioni e 100 mila. Rappresentano il 5,2% della popolazione. Tutte insieme, equivalgono più o meno al numero di abitanti di Madrid. Si trovano molto concentrate tra gli ultrasettantacinquenni. 

Il 61% delle persone con disabilità lamenta cattive condizioni di salute. Tra di esse è più frequente che si soffra di una o più patologie croniche. Nel resto della popolazione, si dichiara in cattive condizioni di salute appena lo 0,6%. 

Circa il 27% delle persone con limitazioni vivono da sole, mentre il 10% circa vive con i propri genitori, molti dei quali anziani e, dunque, con la prospettiva di sopravvivere loro per molti anni. 

LO SVANTAGGIO NELL’ISTRUZIONE E NEL LAVORO

Tra le persone con disabilità della fascia di età 35-54 anni, solo il 44,5% degli uomini e il 46,3% delle donne ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore. Nel resto della popolazione, sottolinea il Rapporto dell’Istat, le corrispondenti percentuali sono il 59,0 e il 64,8%. 

Le ragioni di questa disparità sono molte, ma su tutte è degno di riflessione il fatto che, a tutt’oggi, le scuole che hanno abbattuto le barriere fisiche sono appena il 31,5%, e ancora meno, il 17,5%, sono quelle che hanno abbattuto quelle senso-percettive. Queste quote nazionali nascondono però profonde diversità territoriali: le scuole prive di barriere fisiche vanno infatti dal 66,2% della Valle d’Aosta al 21,6% della Campania.

Malgrado le norme e le iniziative dirette a favorire l’inserimento nel mercato del lavoro delle persone con disabilità, lavora solo il 31,3% di coloro che dichiarano di avere limitazioni gravi e hanno una età compresa tra i 15 e i 64 anni. La percentuale di occupati nel resto della popolazione è 57,8%. Anche in questo caso, le differenze fra regioni sono rilevanti: nel Mezzogiorno lavora solo il 18,9% delle persone con disabilità. 

LE FAMIGLIE 

Le famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi sono 2 milioni e 300 mila circa. Queste famiglie, spiega il Rapporto dell’Istat, spesso contano su una rete informale di aiuti, nella quale le donne svolgono un ruolo centrale. Ma la rete informale non basta, e la spesa per servizi – soprattutto quando si rende necessaria l’assistenza domiciliare – per medicinali e cure mediche è ingente. Tutto questo peggiora le condizioni economiche della famiglia, che risente anche delle maggiori difficoltà dei suoi membri a entrare nel mercato del lavoro e a svolgere lavori ben remunerati. Anche tenendo conto dei trasferimenti dello stato, il reddito medio delle famiglie delle persone con disabilità è inferiore a quello medio nazionale di circa l’8%.

Il reddito più basso e i maggiori costi si traducono in un peggioramento significativo delle condizioni di vita.  I segnali di deprivazione più rilevanti sono questi: il 67% delle famiglie nelle quali vive almeno una persona con disabilità non può permettersi una settimana di vacanza all’anno lontano da casa, il 53,7% non è in grado di affrontare una spesa imprevista di 800 euro, più di un quinto non può riscaldare sufficientemente l’abitazione o consumare un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni. Queste condizioni di disagio caratterizzano in particolare le regioni del Mezzogiorno.

LA PARTECIPAZIONE CULTURALE DELLE PERSONE CON DISABILITÀ

La pratica e la partecipazione artistica e culturale, oltre a influenzare la qualità del tempo libero delle persone, favoriscono l’arricchimento delle loro conoscenze, della loro abilità, delle loro competenze. Alimentano la loro curiosità, la loro fiducia in se stessi, lo spirito critico e la capacità di immaginazione e di pensiero creativo. Hanno un effetto positivo sul loro senso di benessere, e sul loro stato di salute percepita.
Eliminare le disuguaglianze nelle opportunità di pratica e partecipazione culturale e artistica dovute a motivi fisici, economici e sociali, abbattere le barriere di accesso, tangibili e intangibili, è un presupposto irrinunciabile per una piena inclusione sociale.  

L’effetto positivo della partecipazione culturale sulle persone con limitazioni gravi è rilevante.

Il Rapporto Istat documenta come, tra coloro che, nonostante gravi disabilità, sono attivi nell’andare al cinema, al teatro, ai concerti o a frequentare luoghi del patrimonio, una persona su tre si dichiari molto soddisfatta della vita. Questa quota è più alta di 15 punti percentuali rispetto a quella delle persone con limitazioni che non prendono parte alla vita culturale. Nel resto della popolazione, la differenza si ferma a 9,1 punti percentuali, tra il 50,1 per cento dei culturalmente attivi che si dichiarano molto soddisfatti per la propria vita e il 41,9 per cento che non prende parte alla vita culturale, ma è ugualmente molto soddisfatto.
In Italia, nonostante le tante buone pratiche, purtroppo frammentate e discontinue, l’accessibilità dell’offerta culturale per le persone con limitazioni gravi resta ben al di sotto delle necessità: nel 2015, per esempio, dichiaravano di essere attrezzati con strutture per disabili il 37,5 per cento dei musei italiani, pubblici e privati (una percentuale comunque superiore a quella delle scuole senza barriere); appena il 20,4 per cento di essi offrivano materiale e supporti informativi (percorsi tattili, cataloghi e pannelli esplicativi in braille, ecc.) per favorire in modo concreto una esperienza di visita di qualità da parte delle persone con limitazioni.

I dati restituiscono un quadro di diffusa esclusione delle persone con limitazioni gravi, per le quali si registrano livelli più bassi di partecipazione culturale: infatti, hanno svolto tre o più attività culturali, come per esempio essere andati almeno quattro volte al cinema, almeno una volta a teatro, a un concerto o in visita a un museo, mostre e siti archeologici, nei 12 mesi precedenti l’intervista, appena il 9,3 per cento delle persone con limitazioni gravi con più di 13 anni. Nel resto della popolazione senza limitazioni, la percentuale di coloro che hanno svolto quelle attività è del 30,8 per cento. Le persone con più di 65 anni con limitazioni gravi esprimono i livelli di partecipazione culturale più bassi (4,5 per cento). 

L’esclusione da alcune forme di partecipazione culturale che si svolgono fuori di casa, soprattutto da quelle più popolari, è particolarmente discriminatorio e penalizzante. È il caso del cinema, dove non sono andate nemmeno una volta in 12 mesi l’83 per cento (nel Sud, l’86 per cento) delle persone con limitazioni gravi, cioè una quota quasi doppia rispetto a chi non ha limitazioni di alcun genere (43 per cento). L’esclusione da quest’attività culturale riguarda maggiormente la popolazione anziana con limitazioni gravi, presso la quale la quota di esclusi raggiunge il 93,7 per cento, contro il 77,4 dei coetanei senza limitazioni.

L’88,5 per cento delle persone con disabilità gravi non va mai al museo, contro il 66 per cento delle persone senza limitazioni. 

Tra le attività culturali che si possono praticare senza dover uscire di casa, la lettura, con una intensità pari a quattro o più libri all’anno, è scelta da circa 340 mila persone con limitazioni gravi (il 50 per cento dei lettori con limitazioni gravi), un valore inferiore di poco a quello delle persone senza limitazioni (54,5 per cento). Presso le persone anziane con limitazioni, i lettori abituali di libri sono il 46,2 per cento, contro il 59,8 per cento degli anziani privi di limitazioni. Nella fascia di età 14-64, invece, la presenza di limitazioni non si associa a differenze sensibili nella frequenza della lettura.

L’INCLUSIONE SOCIALE DELLE PERSONE CON DISABILITÀ: QUATTRO PROFILI

Il Rapporto dell’Istat propone linee di intervento mirate a quattro profili di inclusione sociale delle persone con disabilità, costruiti attraverso l’analisi delle corrispondenze multiple.

  • Gli anziani dei piccoli centri (37,7 per cento) - Appartengono a questo gruppo in prevalenza anziani e residenti in piccoli comuni (fino a 2 mila abitanti). Vivono prevalentemente in coppie senza figli, hanno bassi livelli di istruzione, sono o inabili o ritirati dal lavoro, ma dichiarano di avere risorse economiche adeguate alle proprie necessità. Hanno accesso anche a qualche rete di sostegno. Come i loro familiari, non praticano sport, né attività fisica e non prendono parte alla vita culturale e sociale. Guardano la televisione per più di tre ore al giorno. Queste persone, pur con limitazioni gravi, sono tuttavia soddisfatte della vita. Soprattutto, sono molto soddisfatte delle relazioni con gli amici, che incontrano, anche grazie alle ridotte dimensioni del luogo in cui risiedono, tutti i giorni o almeno una volta a settimana.Per alimentare e intensificare la partecipazione socio-culturale di queste persone, potrebbero svolgere un ruolo fondamentale le amministrazioni comunali, adeguatamente sostenute sotto il profilo delle risorse. La rete delle scuole e delle biblioteche, e anche la pletora di piccoli e piccolissimi musei locali di cui l’Italia è disseminata possono diventare un sistema di presidi di inclusione, con interventi che mettano gli anziani al centro dell’attenzione.
  • Le dimenticate (36,3 per cento) - Le condizioni di vita di queste persone sono particolarmente critiche: prevalentemente donne anziane, con disponibilità economiche insufficienti, basso livello di istruzione. Molte di esse risiedono nelle regioni del Mezzogiorno. Per lo più sono persone sole, che non hanno amici e non sono inserite in reti sociali. Il loro isolamento è aggravato, non solo dal fatto che – ovviamente - non utilizzano Internet, ma anche da una propensione alla quasi totale inattività culturale, peraltro condivisa dai familiari. Comprensibilmente, non sono soddisfatte della vita in generale, del proprio stato di salute, della propria situazione economica e del modo in cui passano il tempo libero. Un gruppo, questo, di assoluta priorità per politiche di contrasto alla solitudine e all’abbandono, per il quale si rende necessario un mutamento radicale di strategia. Considerata la gravità delle condizioni, occorre orientare l’intera rete dei servizi sociali e culturali di cui dispone il territorio al livello locale per sostenere, e, dove necessario, soccorrere queste persone, che costituiscono l’insieme più fragile e abbandonato delle nostre comunità.
  • Protetti dalla cultura (18,1 per cento) - Un po’meno di un quinto dell’insieme dei disabili gravi, è un gruppo di persone di età compresa fra 14 e 64 anni, prevalentemente maschi, che vivono nelle regioni del Nord, in coppie senza figli, soddisfatti della propria salute e delle relazioni con gli amici, che incontrano almeno una volta a settimana. Il loro profilo è caratterizzato da una intensa attività relazionale, sociale e culturale: utilizzatori della rete, ascoltano la radio, fanno qualche attività fisica, svolgono attività di volontariato e partecipano – così come gli altri componenti della famiglia - alla vita culturale. Sono inseriti in reti di amici e di supporto, praticano sport, per quanto in modo saltuario, hanno livelli di istruzione medio-alti (diploma o laurea). Cultura, sport e impegno sociale sono i tre pilastri della condizione, nel complesso accettabile, di queste persone. Per non lasciarli mai indietro, è importante che le politiche sostengano l’offerta, vigilino sull’accessibilità dei servizi e delle proposte e si mobilitino attraverso partnership dedicate al mondo del volontariato.
  • Gli invincibili sportivi (7,9 per cento) - L’analisi mette infine in luce l’esistenza di un insieme, molto piccolo, di disabili gravi, i quali, nonostante le pesanti limitazioni con cui devono misurarsi, e anche grazie all’esempio che ricevono in famiglia, esprimono un livello di partecipazione sociale e culturale complessiva addirittura più intensa e articolata di quella di molte persone senza limitazioni. Questo gruppo si caratterizza soprattutto per la pratica sportiva, che svolgono in modo continuativo. Inoltre, gli invincibili sportivi partecipano anche alla vita culturale e a quella sociale - svolgendo attività di volontariato. Sono utilizzatori regolari di Internet e ascoltano la radio. Hanno livelli medio-alti di istruzione (laurea o diploma), percepiscono la propria salute come buona o molto buona, e ne sono soddisfatti. Hanno parenti e vicini su cui contare in caso di necessità, e amici che incontrano ogni settimana. Affinché questo gruppo, che esprime i livelli di inclusione relativamente più alti, sia di traino a quelli più svantaggiati, è importante conoscerlo a fondo. Uno studio accurato di queste storie di contrasto - riuscito - dell’esclusione delle persone con gravi limitazioni permetterebbe di approfondirne i percorsi di inclusione e renderli, per quanto possibile, paradigmatici e non casuali, occasionali o fortuiti. 

Spunti per la lettura lenta

Conoscere il mondo della disabilità è un libro di più di 200 pagine, curato da Maurizio Franzini e Alessandro Solipaca, al quale hanno lavorato per un anno più di trenta autori, esperti nei diversi contenuti che hanno ispirato i sette capitoli in cui è articolato. Dietro, c’è l’impegno di un numero ancora più grande di persone, che sono state coinvolte in circa dieci grandi indagini, con le quali ogni anno si raccolgono dati per un ritratto il più possibile ricco e dettagliato del nostro Paese. Per questo, è un oggetto culturale ad alta densità di contenuti, che io suggerisco di leggere piano piano, ma che può anche utilmente essere saccheggiato, consultato su singoli punti, usato come traghetto verso i sistemi informativi online che l’Istat aggiorna continuamente e mette a disposizione degli utenti. Il messaggio che veicola è ben riassunto dalle parole con cui il presidente dell’Istat lo ha presentato al Capo dello Stato il 3 dicembre scorso: “oltre a consentire di fare lucidamente il punto sul sistema di sostegno e le sue criticità, le indagini dell’Istat – e questo Rapporto in particolare - ci restituiscono un quadro i cui protagonisti sono persone. Sono i cittadini con disabilità, che i dati rappresentano in tutte le loro dimensioni: non solo come destinatari di sostegno e assistenza, ma innanzitutto come cittadini, ovvero portatori di diritti e sempre e inequivocabilmente protagonisti in tutti i settori della vita economica, sociale e culturale del nostro amato Paese”.

Abstract

Recent statistical data published by Istat in form of an e-book investigate the multifaceted world of people with disabilities in Italy and their families. Their social inclusion is a key aspect of their satisfaction with life: interpersonal relationships, inclusion in social networks, access to cultural places, goods, services and experiences. In particular, data describe different profiles of cultural and artistic participation of people with disabilities, and how these correspond to different levels of well-being.
This information helps identifying priority policy areas and proposes possible concrete lines of action to ensure people with disabilities the full enjoyment of the right to social inclusion that is recognized by the Italian Constitution and international conventions. 

 

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